Altro che “Board of Peace”. A Gaza si continua a morire. Secondo fonti mediche riportate da Al-Jazeera, le forze israeliane hanno ucciso almeno otto palestinesi in nuovi attacchi nella Striscia, in quella che l’emittente definisce «l’ennesima violazione del cessate il fuoco mediato dagli Usa a ottobre». È una formula che pesa, perché riporta al centro una tregua fragile, già incrinata da mesi di accuse reciproche e operazioni militari a macchia di leopardo.
Quattro delle vittime sarebbero state uccise nella città meridionale di Khan Younis, come riferito da una fonte dell’ospedale Nasser. L’attacco, secondo quanto riportato, sarebbe avvenuto oltre la cosiddetta “Linea Gialla”, il perimetro che nelle intese di ottobre avrebbe dovuto delimitare le aree di operazione. Altri quattro palestinesi sarebbero morti quando le forze israeliane hanno colpito una tenda per sfollati nella zona di al-Faluja, nel nord della Striscia, secondo una fonte dell’ospedale al-Shifa.
Non ci sono stati commenti immediati da parte di Israele. Resta dunque la versione delle fonti mediche citate da Al-Jazeera, che parlano di nuovi attacchi in aree già segnate da mesi di sfollamenti, tende e sopravvivenza al limite. Il bilancio di otto morti si inserisce in un quadro in cui la linea tra cessate il fuoco e operazioni mirate è diventata sempre più sottile, contestata, interpretabile.
Mentre sul terreno la tregua appare fragile, a migliaia di chilometri di distanza si discute di ricostruzione. E di un progetto che, già nel nome, promette pace. «L’Italia parteciperà come Paese osservatore». Giorgia Meloni sceglie parole misurate al Mandela Center di Addis Abeba, a margine dell’assemblea dell’Unione africana. Nessun annuncio trionfale, ma una conferma politica: l’Italia sarà presente alla prima riunione del Board of Peace voluto da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza.
I dubbi che avevano frenato un ingresso pieno dell’Italia nel Board, però, restano sul tavolo. «I dubbi costituzionali che hanno frenato l’ingresso tout court dell’Italia non sono stati risolti», si legge nell’estratto dell’articolo di Francesco Malfetano per “La Stampa”. E non si sono dissolte nemmeno «le perplessità sulla tipologia di organizzazione che il tycoon sta mettendo in piedi».
Eppure, per Palazzo Chigi, essere alla prima riunione del 19 febbraio a Washington sembra prioritario. «Siamo stati invitati, siamo orientati a partecipare», conferma la premier ad alcuni giornalisti, tra cui La Stampa, dopo l’intervento davanti ai leader africani. La formula scelta – osservatore – viene definita da Meloni «buona soluzione». È una presenza a metà, che consente di sedersi al tavolo senza assumere pienamente responsabilità operative o finanziarie.
Non è una posizione neutra. Dietro la scelta si legge l’ambizione di rivendicare un ruolo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente, in un momento in cui la ricostruzione di Gaza diventa anche terreno di competizione geopolitica. «A quale livello parteciperemo lo dobbiamo ancora vedere», trapela dai vertici del governo. Anche il dettaglio del livello di rappresentanza diventa strategico.
La premier, secondo le indiscrezioni, preferirebbe non essere l’unica europea al tavolo con la spilletta da “osservatore”. A Washington potrebbe trovarsi accanto a Viktor Orbán o ai leader dei Balcani che hanno già sottoscritto l’intesa. I russi non ci saranno, ma il contesto resta politicamente delicato. Non è esattamente il palcoscenico più semplice in cui farsi fotografare.
Le indiscrezioni che arrivano dagli Stati Uniti indicano giovedì come giorno dello show trumpiano per il lancio di un piano multimiliardario per Gaza. Un’operazione che, nelle intenzioni, dovrebbe segnare la svolta della ricostruzione. Ma mentre si prepara il palco, nella Striscia si contano nuovi morti.
La distanza tra diplomazia e terreno non è mai stata così evidente. Da un lato le formule: “Board of Peace”, ricostruzione, investimenti, coordinamento internazionale. Dall’altro i comunicati degli ospedali di Khan Younis e al-Faluja, le tende colpite, le accuse di violazione del cessate il fuoco. È dentro questa frattura che si muove la politica italiana, cercando un equilibrio tra presenza e cautela.
Il nodo, però, resta uno solo: se la tregua regge solo sulla carta e i raid continuano oltre la “Linea Gialla”, ogni progetto di ricostruzione rischia di poggiare su fondamenta instabili. E il “Board of Peace”, prima ancora di nascere, si trova a fare i conti con la realtà di una guerra che non sembra aver davvero smesso di sparare.







