Andrea Bocelli a Sanremo 2026, ingresso a cavallo all’Ariston: “Tutto è iniziato qui 30 anni fa”, tra ricordi, famiglia e un anniversario da record

Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana. Quinta Serata Finale – Andrea Bocelli arriva al Teatro Ariston in sella ad un cavallo bianco Nella Foto: Andrea Bocelli

A volte Sanremo riesce ancora a fare ciò che gli riesce meglio quando smette di inseguire la cronaca e torna a costruire immagini. Nella serata finale dell’edizione 2026, Andrea Bocelli si presenta così: non con l’etichetta di “super ospite”, che lui stesso respinge con garbo, ma con un gesto teatrale e antico, quasi cinematografico. Arriva all’Ariston a cavallo, su un bianco Caudillo, e per un attimo il Festival diventa una scena sospesa: l’eleganza classica che incontra la macchina televisiva, la tradizione che si mette in posa senza paura di sembrare troppo grande.

“È una mia antica passione”, dice Bocelli a Carlo Conti, lasciando scivolare anche una mezza confessione sorridente: “A questa età bisognerebbe usare un po’ di saggezza ma…”. La battuta è semplice, ma funziona perché racconta un uomo che non ha bisogno di dimostrare nulla e proprio per questo può permettersi tutto, anche un ingresso spettacolare. L’immagine, inevitabilmente, riporta alla memoria la trionfale entrata di Roberto Benigni nel 2011, per i 150 anni dell’Unità d’Italia: quando Sanremo decide di farsi iconico, lo fa con gesti che restano.

Il ritorno di Bocelli ha però soprattutto un significato preciso: le radici. Nel 2026 cade il trentesimo anniversario di “Romanza”, l’album diventato uno dei più venduti al mondo, con oltre 20 milioni di copie, e che ha consacrato il tenore come fenomeno globale. Ma prima dei numeri, prima delle tournée, prima dei palchi internazionali, c’è un punto di partenza che lui stesso indica senza esitazioni: il Teatro Ariston. “Sono passati 30 anni da quando ho calcato questo palcoscenico per la prima volta dando l’inizio ufficiale alla mia carriera”, spiega in conferenza stampa, poche ore prima dell’esibizione, precisando di non sentirsi affatto un “super ospite”. È un modo per spostare l’attenzione dall’onore ricevuto al debito riconosciuto: Sanremo come luogo d’origine, non come passerella.

E quando Bocelli parla di Sanremo, non lo fa con la retorica della nostalgia. Lo fa con un dettaglio quasi domestico, che illumina il passato più di qualsiasi celebrazione: il ricordo dei genitori seduti in teatro. “Sono pieno di ricordi ma i primi sono legati ai miei genitori che sono venuti qui all’Ariston con grandi emozioni e molta speranza”. E poi la scena prende forma con una precisione che sembra già scrittura: “Anche il loro posizionamento rispecchiava il loro carattere: mio padre si è messo con le spalle al muro in fondo al teatro, aveva un carattere schivo. E mia madre che era molto esuberante, si è messa in prima fila vicino a Gino Latilla”. In poche righe c’è un’intera fotografia familiare, l’uomo che si protegge e la donna che si espone, entrambi accomunati dalla stessa attesa.

Accanto a lui, in conferenza stampa, c’è la moglie Veronica Berti. E Bocelli ribadisce il senso di quel legame con il Festival: “Sanremo è stato un momento di svolta del mio percorso e le mie radici sono qui. Sono molto legato a questo palcoscenico, qui è iniziata ufficialmente la mia carriera”. Un modo di riportare tutto al punto essenziale: prima del mito, la possibilità. Prima della star, il palco che ti concede la prima volta.

Non mancano, naturalmente, le domande sul presente e sul futuro, perché Sanremo è anche questo: un luogo dove il pubblico pretende di entrare in casa tua con la scusa della musica. Bocelli risponde con un’ironia gentile quando gli chiedono dei figli e di una loro eventuale partecipazione al Festival. “Se me lo dicesse Matteo, gli direi vai pure perché ormai ha quasi 28 anni, se me lo dicesse Virginia, le direi vai a scuola, non a Sanremo, poi si vedrà”. È una frase che strappa il sorriso perché dice due verità insieme: l’età che legittima e l’età che protegge.

E sui duetti, terreno minato per qualunque artista con una carriera così lunga, Bocelli mette un paletto molto concreto: dipende dalla canzone. “Dipenderebbe dalla qualità della canzone, dalla situazione, comunque è chiaro che a priori non rifiuterei certo un duetto a mio figlio, ho duettato con tutti, direi di sì, ma credo che sarebbe lui a dire di no, questa è la sensazione che ho”. Anche qui, niente frasi ad effetto: solo la dinamica reale di una famiglia in cui il cognome pesa e la libertà conta.

Quando si arriva al tema dei duetti celebri, il pensiero corre inevitabilmente a Céline Dion, e Bocelli racconta un ricordo che negli anni è diventato quasi una leggenda mediatica. Ricorda quella frase pronunciata da lei dopo un’esibizione: una boutade, la definisce, eppure sufficiente a trasformarsi in una domanda eterna. “In un certo senso mi ha condannato”, dice, spiegando che da quel momento, per trent’anni, la stampa gli ha chiesto cosa pensasse di quelle parole. Poi allarga lo sguardo ai momenti condivisi, fino al concerto a Central Park nel 2011, che definisce il suo più iconico, e a un passaggio più intimo: “Quando è stata male, io ho sofferto molto, mi sono molto immedesimato e ho pregato per lei… ora so che sta meglio e sono molto felice”. È un pezzo di umanità che scivola dentro un racconto pubblico senza forzature.

Non manca nemmeno una riflessione sul Festival stesso e sulla discussione ricorrente, tutta italiana, sulla direzione artistica e sul tema di una guida al femminile. Bocelli taglia corto con una frase che suona quasi come un manifesto di buon senso: “Penso che Sanremo, come tutte le cose di questo mondo, abbia bisogno di direzioni valide. Che siano donne o uomini ha poca importanza. L’importante è che sappiano far bene, consapevolmente e responsabilmente il proprio lavoro”. Non è una risposta acchiappa-titoli, ma è esattamente il tono di chi ha attraversato epoche diverse senza inseguire il rumore.

Poi arriva il palco, e con il palco arriva la sostanza. Bocelli canta anche “Con te partirò”, un brano che nel tempo è diventato più di una canzone: un biglietto da visita planetario, un simbolo di quella parabola cominciata proprio qui. E in quel momento Sanremo si guarda allo specchio e vede ciò che, a volte, rischia di dimenticare: che la sua forza più grande non è solo l’attualità, ma la memoria. La capacità di ritrovare l’inizio dentro il successo.

Trent’anni dopo, l’uomo che ha venduto milioni di dischi torna all’Ariston e non si comporta da ospite. Si comporta da figlio che rientra a casa. Con un cavallo bianco, sì. Ma soprattutto con una frase che riassume tutto: “Tutto è iniziato qui”. E in un Festival che corre sempre in avanti, quel “qui” vale più di qualunque classifica.