Il problema, alla fine, non è il velo. Non è la guepiere. E non è nemmeno quella domanda, “suora o pornostar?”, che ha acceso la discussione attorno a Canzone estiva e l’ha trasformata in qualcosa di più di un tormentone. Il problema è ciò che quella domanda si porta dietro: il bisogno quasi automatico di classificare una donna, di stabilire da che parte stia, quanto possa mostrarsi, dove finisca l’eleganza e dove cominci la provocazione.
Annalisa, con il suo ultimo brano, ha preso quel meccanismo e l’ha buttato al centro del palco. Il risultato è stato immediato. Da una parte il successo del pezzo, già entrato con forza nel dibattito musicale estivo; dall’altra una raffica di reazioni indignate, accuse di eccesso, perfino richiami alla blasfemia. Eppure, ascoltando bene le parole con cui la cantante ha spiegato la sua scelta, il bersaglio appare piuttosto chiaro: non la religione, non lo scandalo per lo scandalo, ma il modo in cui il corpo femminile continua a essere letto in chiave morale.
Annalisa, suora o pornostar? Risponde alle polemiche
Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Annalisa ha affrontato subito il punto centrale, chiarendo che quelle due parole non erano state scelte per offendere, ma per forzare una riflessione. «È stata una scelta usare queste due parole per sollevare un tema e aprire un dibattito. Se avessi detto “casta” e “provocante” l’effetto sarebbe stato diverso. Ho estremizzato il concetto con due definizioni che, io come tante, mi sono sentita attribuire. Non c’è nulla di offensivo nel dire suora o pornodiva, sono due estremi — di eleganza uno e di spudoratezza l’altro — citati con grande rispetto».
La chiave è proprio lì. Annalisa non sta giocando con simboli religiosi per puro gusto provocatorio. Sta usando il linguaggio della musica pop, che vive di immagini forti, contrasti immediati e codici comprensibili da tutti, per mettere in scena un conflitto molto reale. Quello tra l’immagine che una donna costruisce per sé e quella che gli altri le cuciono addosso. Non a caso aggiunge: «C’è chi vorrebbe le donne disinibite a casa e pudiche e diligenti fuori». Una frase che da sola allarga il discorso ben oltre il videoclip.
Non è solo la storia di una cantante che si difende. È il ritratto di una pressione antica, ancora saldissima, che impone alle donne di essere insieme desiderabili e irreprensibili, sensuali ma mai troppo, visibili ma non troppo libere. Ed è probabilmente questo il motivo per cui la polemica è esplosa così in fretta: perché il video non si limita a mostrare, costringe anche a guardarsi allo specchio.
La “svolta sexy” e il fastidio per i giudizi
Da anni il racconto pubblico su Annalisa insiste sulla cosiddetta svolta sexy, come se a un certo punto della carriera avesse cambiato pelle per strategia, per marketing o per opportunismo. Lei però respinge questa lettura con grande semplicità. «Non ho mai vissuto questa cosa come una svolta improvvisa: è stato graduale. Se anni fa ero una ragazzina anche un po’ spaventata, ora penso di aver imparato molte cose». Non una metamorfosi artificiale, dunque, ma una crescita. Personale, prima ancora che artistica.
Ed è qui che il discorso diventa interessante. Perché ogni volta che una donna modifica il proprio linguaggio visivo, il proprio modo di stare in scena, il proprio rapporto con il corpo, scatta sempre il sospetto: chi te lo fa fare, chi ti sta costruendo, a chi stai rispondendo? Annalisa, invece, mette le mani avanti e taglia corto. «Io stessa non sono una marionetta nelle mani di qualcuno che mi fa fare cose in cui non credo. Sono una cantautrice, non ho iniziato ieri, il mio lavoro è farina del mio sacco». È una precisazione che pesa, perché tocca un nervo scoperto dello spettacolo italiano: la difficoltà ad attribuire alle artiste la stessa piena autonomia creativa che viene riconosciuta quasi automaticamente ai colleghi uomini.
Su questo sfondo si inserisce anche il tema dello sguardo. «Il rischio c’è, ma il problema è negli occhi di chi guarda», dice ancora Annalisa, e qui il riferimento culturale è chiarissimo. L’idea dello sguardo maschile, ormai centrale nel dibattito contemporaneo su immagini, pubblicità e rappresentazione, non viene evocata per fare teoria, ma per dire una cosa concreta: spesso non è il corpo a essere ambiguo, è lo sguardo che lo interpreta a esserlo.
Imperfezioni, dieta e distanza tra palco e vita vera
Il passaggio più riuscito dell’intervista è forse quello in cui la cantante smonta la propria immagine perfetta e la restituisce a una dimensione molto più umana. «Sono una che lotta con la dieta, che ha le sue imperfezioni… scopro le gambe ma non le braccia perché non mi piacciono… quando vado in scena ci sono persone che mi vestono, pettinano, truccano. Non è la realtà». In poche righe, Annalisa fa ciò che molte icone pop evitano: mostra la distanza tra il personaggio e la persona, tra la figura lucidata dalla scena e la quotidianità fatta di insicurezze, limiti, dettagli che non si controllano fino in fondo.
È un punto importante, soprattutto in una stagione in cui l’immagine pubblica sembra dover essere sempre trasparente e impeccabile. Invece no: l’artificio esiste, il palco è costruzione, il look è lavoro. E riconoscerlo non indebolisce il personaggio, semmai lo rende più credibile. Anche per questo il discorso di Annalisa sembra toccare un nervo vivo che va oltre il perimetro della musica e arriva dentro il tema, molto più largo, della parità di genere. Perché ciò che racconta non è solo la vicenda di una popstar criticata per un video, ma il doppio standard che continua a pesare sui corpi femminili, sulle scelte estetiche, sulla libertà di essere complesse senza dover chiedere scusa.
La rabbia delle donne e la pace con sé stesse
L’ultima parte dell’intervista è forse la più netta. Quando le viene chiesto se sia arrabbiata, Annalisa non si nasconde dietro formule diplomatiche. «Le ingiustizie che vivono le donne mi fanno arrabbiare». È una frase secca, pulita, senza retorica. E chiarisce che dietro l’operazione pop non c’è soltanto ironia o provocazione, ma una consapevolezza precisa del contesto in cui si muove.
Poi arriva la chiusura più forte, proprio perché è la più semplice: «Io sì, mi sento in pace». In mezzo a tutto il rumore, alle accuse, alle interpretazioni, ai tentativi di ridurla a personaggio o a simbolo, Annalisa rivendica questo: la pace con sé stessa. Che oggi, per una donna nello spettacolo, è quasi un atto politico. Più del velo, più della guepiere. Più di qualsiasi etichetta.







