Belandi, hanno picchiato il Gabibbo! Per trentasei anni è stato il gigante rosso che denuncia, provoca, sbeffeggia. Ha inseguito truffatori, smascherato furbetti, difeso disabili, consumatori, pensionati. Stavolta, però, il copione si è ribaltato. Per la prima volta dalla sua nascita televisiva, il 1° ottobre 1990, il Gabibbo è stato aggredito. È accaduto a Milano, durante la registrazione di un servizio per Striscia la notizia. Il tema era uno di quelli storici per il tg satirico: i “furbetti” che saltano i tornelli della metropolitana e viaggiano senza pagare il biglietto. Una scena purtroppo quotidiana, diventata negli anni terreno fertile per le telecamere del programma.
Il pupazzone rosso si avvicina a un giovane appena beccato a superare i varchi senza titolo di viaggio. Microfono in mano, la solita domanda semplice: perché non paga il biglietto? Il ragazzo, infastidito, prima evita il confronto. Poi perde la calma. Spintona il Gabibbo. Lo fa cadere. Gli strappa il microfono. E lo spinge ancora, più volte, sull’asfalto. Un’immagine che ha del surreale. Non solo perché si tratta di un pupazzo alto oltre due metri, simbolo televisivo amato da generazioni, ma perché in quel momento il Gabibbo aveva una voce inconfondibile: quella di Al Bano, ospite della puntata e prestato per l’occasione al personaggio. Panama in testa, sciarpetta d’ordinanza, timbro potente e riconoscibile. Una scena a metà tra teatro dell’assurdo e cronaca urbana.
Le immagini dell’aggressione andranno in onda questa sera su Canale 5, durante il quarto appuntamento stagionale del programma condotto da Ezio Greggio e Enzo Iacchetti. Ma già il racconto dell’accaduto basta a segnare una linea simbolica. Il Gabibbo non è solo una maschera televisiva. È diventato nel tempo un dispositivo narrativo, uno strumento di denuncia popolare. Ha occupato parcheggi per disabili per smascherare chi li usava abusivamente. Ha inseguito truffatori davanti alle telecamere. Ha rappresentato, in chiave satirica, un certo senso civico che pretende risposte. Che qualcuno arrivi ad alzare le mani – anche se contro un pupazzo – racconta qualcosa di diverso. Non è una rissa tra adulti, non è uno scontro politico. È la reazione di chi si sente scoperto, esposto, messo davanti alla propria scorrettezza. E sceglie la spinta al posto della parola.
Nella lunga storia di Striscia non sono mancati momenti tesi, inseguimenti, porte sbattute in faccia. Ma mai, fino a oggi, qualcuno aveva colpito fisicamente il Gabibbo. È questo il dato che colpisce di più. Perché l’aggressione, al di là del danno materiale nullo, rompe un patto non scritto tra satira e realtà: puoi infastidirti, puoi contestare, puoi replicare. Ma non si passa alle mani. Milano, metropolitana, tornelli saltati. Un gesto piccolo, quasi banale. E una reazione sproporzionata. Il servizio nasceva per raccontare l’inciviltà diffusa di chi non paga il biglietto. Si è trasformato in qualcosa di più: la fotografia di un clima nervoso, dove anche una telecamera e un pupazzo possono diventare bersagli.
Il Gabibbo si è rialzato, come sempre. Ma l’episodio resta. Non per il clamore televisivo. Per quello che racconta: quando la denuncia dà fastidio, c’è chi preferisce spingere via il problema invece di affrontarlo. Anche se il problema, stavolta, aveva il sorriso stampato e la voce di una canzone italiana.







