Berlusconi in politica e la “polpetta avvelenata” di Fabrizio Corona: Forza Italia rialza la testa, tra nomine, banche e veleni mediatici

Berlusconi in politica? In un certo senso, c’è già. Non nel modo plateale, ovviamente: niente discese in campo, niente piazze, niente “contratti” sventolati davanti alle telecamere. Ma la politica non vive solo di gesti simbolici: vive di nomine, potere regolatorio, pressione sui gangli finanziari, rapporti di forza dentro la maggioranza. E oggi Forza Italia sembra tornare a respirare proprio lì, nel suo habitat naturale: la stanza dei bottoni.

Il primo segnale è arrivato in Aula, con la formalità che in realtà è sempre sostanza. La presidente di turno della Camera, Anna Ascani, ha annunciato il passaggio dei deputati Davide Bergamini e Attilio Pierro al gruppo di Forza Italia. Solo pochi giorni fa i due erano usciti dalla Lega e si erano accasati al Misto: ora il cambio di casacca è ufficiale, con destinazione azzurra. Non è un fatto da cronaca parlamentare minore. È un messaggio nel derby del centrodestra, dove Lega e Forza Italia si inseguono nei sondaggi e, soprattutto, iniziano a posizionarsi in vista delle elezioni del 2027. Tajani apre le danze: prende uomini, prende spazio, prende iniziativa.

Il secondo segnale, più grosso e molto più delicato, riguarda la Consob. Qui la scena sembra uscita da un retroscena d’epoca, di quelli in cui una frase in un’anticamera vale più di un comunicato ufficiale: “Giancarlo, io voglio Cornelli”. Tajani intercetta il ministro dell’Economia Giorgetti prima del Consiglio dei ministri e tenta l’affondo. Non è un capriccio personale né un dettaglio tecnico. È un braccio di ferro sul successore di Paolo Savona alla guida della Commissione per la società e la borsa, una poltrona che oggi pesa come un pilastro: mercati, banche, vigilanza, fiducia, stabilità. In breve: potere vero.

Nella cartellina del Mef, con il logo in bella vista, c’è una nota su Federico Freni, sottosegretario leghista al Tesoro, profilo concordato con Palazzo Chigi. Il “bollino” – quello che conta – sarebbe arrivato da Alfredo Mantovano. La partita sembra apparecchiata. Poi Tajani rompe il piatto e propone Federico Cornelli, già componente dell’Authority. La linea è chiara: meglio un tecnico “di casa” Consob che un politico leghista. E se per imporre questa linea bisogna alzare la tensione, la tensione si alza.

Dentro Forza Italia, la motivazione ufficiale suona elegante: “mai un politico alla Consob”. Ma nelle chat azzurre quella frase viene bollata come “una sconfessione della nostra storia”. Perché la storia – quella vera – dice che nel 2010 Silvio Berlusconi indicò Giuseppe Vegas, politico e vice di Tremonti al Mef. Quindi non è un tabù: è convenienza. E allora la domanda cambia: perché adesso Cornelli e non Freni? Perché adesso questa rigidità “morale” sull’identikit, se in passato non era stata un problema?

La risposta che circola – e qui si capisce il cambio di fase – non riguarda solo la Consob. Riguarda il timore di restare indietro nella partita generale delle nomine. Le caselle utili si stanno chiudendo e quelle rimaste pesano come macigni. Certo, in primavera c’è la tornata delle partecipate (Eni, Enel e compagnia), ma le Authority dei settori strategici sono ancora più sensibili: lì passi dal consenso al controllo, dalla politica alle leve.

Ecco allora la strategia: alzare la tensione sulla Consob per strappare qualcos’altro. Il “qualcos’altro” ha nomi e cognomi: Antitrust, con la scadenza del mandato di Roberto Rustichelli a maggio, e Anac, oggi guidata da Giuseppe Busia ma da tempo nel mirino della Lega. Tradotto: Tajani fa la guerra su una poltrona per ottenere un pacchetto più grande. La Consob come ariete, l’Antitrust come premio, l’Anac come moneta di scambio. È il manuale classico delle maggioranze, ma qui scritto con la penna della competizione interna, non con l’inchiostro della coesione.

Ed è in questo punto che il focus “Berlusconi in politica” smette di essere una suggestione e diventa una trama. Perché nel caos innescato dal braccio di ferro su Freni, nelle considerazioni che scaldano le chat forziste spunta un nome che non è un nome politico, ma pesa come un partito intero: Marina Berlusconi. Il ragionamento che circola è brutale: lasciare la Consob alla Lega significa perdere un presidio di “tutela delle banche”, ruolo che gli azzurri considerano identitario. E qui entra in gioco Mediolanum, banca partecipata al 30% da Fininvest. Non serve un ordine scritto. Basta la percezione del rischio, e la politica si muove come si è sempre mossa: seguendo il fiuto.

Il timore, nelle ricostruzioni che mi dai, è anche legato al pressing leghista per tassare gli istituti di credito con l’obiettivo di trovare risorse per la manovra. Una linea che agli azzurri brucia, perché tocca la loro tradizione di scudo verso il sistema bancario e perché sfiora interessi che, nel mondo Berlusconi, non sono mai stati soltanto cornice. Da qui l’irritazione per una nomina “non condivisa” e l’idea che la Consob non possa diventare terreno di conquista leghista senza contropartite. Se questa è la stanza dei bottoni, Forza Italia sta bussando con il pugno chiuso.

Dall’altra parte, la Lega non indietreggia: “Il nostro nome era e resta Freni, non pensiamo ad altri candidati”. Salvini non intende retrocedere. E a quel punto la palla torna a Giorgia Meloni, arbitro e insieme giocatrice, costretta a tenere insieme una maggioranza che, quando si parla di potere vero, smette di recitare la parte della famiglia unita.

Fin qui, la politica. Ma il secondo focus che mi chiedi di rendere centrale è il terreno più vischioso: quello dei veleni mediatici e della guerra di reputazione. Tu mi dici – e lo scrivo con tutte le cautele del caso, perché qui siamo nel campo dei sospetti e delle letture, non dei fatti accertati – che in più ambienti si inizia a parlare dell’affaire Signorini come di una possibile “polpetta avvelenata” politica. Non solo uno scandalo televisivo, non solo una bomba di gossip giudiziario, ma un colpo con ricadute più ampie: immagine, potere, equilibri dentro una rete, e quindi dentro il sistema.

In questo schema, l’innesco è noto: la querelle si accende attraverso Fabrizio Corona. Sullo sfondo, però, entra un elemento che trasforma il rumore in ipotesi: l’elargizione di 800 mila euro da parte delle casse dello Stato come fondo per il cinema alla società di produzione. Un dato che, nella lettura che ti interessa, diventa politicamente sensibile perché quel tipo di erogazione rimanda a un perimetro ministeriale: e il ministero è guidato da Giuli, espressione di Fratelli d’Italia. Anche qui, la precauzione è obbligatoria: l’esistenza di un contributo non prova automaticamente un disegno, e un sospetto non diventa verità per contagio. Ma la combinazione – fondi pubblici, settore audiovisivo, guerra di reputazione su un volto di rete, timing politico – alimenta un clima di diffidenza e di retropensieri.

È questo il punto in cui i due fuochi si parlano. Da una parte, Forza Italia che rialza la testa e si riposiziona sulle leve strategiche: nomine, Authority, tutela bancaria, difesa di un ecosistema economico che ruota intorno alla galassia Berlusconi. Dall’altra, il sospetto che l’arena mediatica non sia più soltanto intrattenimento e scandalo, ma anche uno spazio dove si possono far saltare rapporti di forza, indebolire una rete, delegittimare figure e, di riflesso, spostare equilibri nel campo largo del potere.

Se il centrodestra corre verso il 2027, lo fa già con le scaramucce che contano davvero: non i comizi, ma le poltrone; non le promesse, ma i regolatori; non la propaganda, ma i dossier. Tajani non si limita a occupare spazio: lo strappa. Prende due deputati, apre un fronte su Consob, prova a capitalizzare Antitrust e Anac, e nello stesso tempo ricompone attorno a Forza Italia l’idea di un “partito di famiglia” che vuole tornare a pesare. Non necessariamente per sfondare nei voti. Per contare nelle decisioni.

E intanto, nel sottobosco dei rumors, si affaccia l’idea che anche le bombe mediatiche possano avere un telecomando. Non è una certezza. È un sospetto che circola. Ma in politica, quando il sospetto trova un appiglio economico e un incrocio ministeriale, smette di essere solo chiacchiera: diventa un’ipotesi da maneggiare con prudenza, sì, ma che racconta bene il clima. Un clima in cui le guerre non si combattono solo in Parlamento. Si combattono anche sugli schermi, sulle reputazioni, sui bilanci, e sulle stanze dove si decidono le nomine giuste.