A ventisei anni dalla morte di Bettino Craxi, la sua figura continua ad vere grande rilevanza, non tanto per una rilettura nostalgica della sua stagione di governo, quanto per il confronto tra l’impianto teorico e strategico del suo riformismo e le dinamiche che caratterizzano l’attuale sistema politico nazionale ed europeo. Fare un’analisi in tal senso diventa così un’occasione per evidenziare la distanza – e in alcuni casi la continuità – tra la visione craxiana e l’assetto odierno della politica.
Craxi guidò il Partito Socialista Italiano in una fase di profonda trasformazione del quadro internazionale, segnata dal declino della contrapposizione bipolare e dall’emergere di una nuova globalizzazione economica. In quel contesto, il suo progetto di socialismo democratico mirava a coniugare crescita economica, modernizzazione dello Stato e tutela dei diritti sociali, ponendo la politica come luogo di sintesi e decisione.
L’idea centrale era che lo sviluppo non potesse essere affidato esclusivamente alle dinamiche di mercato, ma richiedesse una guida pubblica capace di orientare le trasformazioni e redistribuirne i benefici. Questo primato della politica costituisce uno dei punti di maggiore distanza rispetto al presente. Oggi il processo decisionale appare spesso frammentato, condizionato da vincoli esterni e da una crescente influenza dei mercati finanziari, delle catene globali del valore e degli organismi sovranazionali.
La visione craxiana, al contrario, attribuiva alla politica un ruolo di autonomia e responsabilità, anche nel confronto con gli attori economici, nella convinzione che la legittimazione democratica dovesse restare il fondamento dell’azione pubblica. Sul piano internazionale, Craxi sostenne con coerenza la centralità della diplomazia e del diritto internazionale, affiancando alla collocazione atlantica dell’Italia un’attenzione costante al Mediterraneo ed ai Paesi in via di sviluppo.

La sua lettura dei rapporti Nord-Sud, fondata sull’idea che squilibri economici e sociali producessero instabilità politica, trova oggi una conferma nei conflitti e nelle crisi migratorie che interessano l’area euro-mediterranea. In un contesto globale caratterizzato da una crescente competizione tra potenze e da un indebolimento delle istituzioni multilaterali, quella impostazione appare distante dalle pratiche attuali, più orientate alla gestione emergenziale che a una strategia di lungo periodo.
Anche il progetto europeo di Craxi si collocava su un piano diverso rispetto all’assetto odierno dell’Unione. La sua visione puntava a un’Europa politica, capace di agire come soggetto unitario sulla scena internazionale e non solo come spazio economico regolato da parametri e vincoli. Le difficoltà che oggi l’Unione incontra nel definire una politica estera e di difesa comune, così come nel conciliare rigore e crescita, rendono evidente la persistenza di quel nodo irrisolto.
Sul versante interno, il confronto è altrettanto significativo. La crisi dei partiti di massa e il progressivo indebolimento delle forme tradizionali di rappresentanza hanno prodotto un sistema politico più fluido ma anche più instabile, in cui la mediazione e la programmazione di lungo periodo faticano a trovare spazio. Il riformismo socialista degli anni Ottanta si muoveva invece all’interno di organizzazioni politiche strutturate, capaci di interpretare e canalizzare interessi sociali complessi, offrendo una visione complessiva di sviluppo.
Emerge, dunque, un elemento di attualità: la sua idea di una politica forte, responsabile e orientata alla trasformazione, oggi appare in contrasto con una fase segnata dalla prevalenza del breve periodo, dalla personalizzazione della leadership e da un rapporto sempre più debole tra cittadini e istituzioni. In questo senso, il confronto con l’eredità craxiana non riguarda il passato, ma il presente. Come modello da riprodurre e come riferimento per interrogarsi sulla capacità della politica italiana ed europea di tornare a esercitare una funzione di indirizzo, in un contesto globale che rende quella funzione più necessaria e, al tempo stesso, più difficile.
di Lorenzo Muratore







