Altro che campo largo. Alla prova della politica estera, il centrosinistra si lacera tra distinguo, voti incrociati e sospetti reciproci. Conte accusa gli alleati di non essere unitari, Schlein minimizza, ma il vero dato politico è un altro: su Iran, Ucraina e difesa europea l’opposizione si presenta divisa, mentre nel Pd cresce il malumore e il Terzo polo torna a battere un colpo.
Il campo largo, evocato per mesi come la possibile architrave di un’alternativa a Giorgia Meloni, si inceppa proprio dove una coalizione dovrebbe mostrarsi più credibile: sulla politica estera. E non è un inciampo di dettaglio, né una schermaglia da corridoio parlamentare. È una frattura politica visibile, sonora, persino imbarazzante, perché arriva su dossier che pesano come macigni: Iran, Ucraina, difesa europea, allargamento dell’Unione. Tutto ciò che in teoria dovrebbe obbligare i partiti a una linea chiara, in pratica ha rimesso in scena il vecchio film del centrosinistra italiano: tutti insieme nelle foto, ognuno per conto proprio quando si vota davvero.
Elly Schlein prova a sgonfiare il caso e, intervistata in tv, liquida il dissidio con una formula quasi burocratica: ognuno va con i propri testi, come si è sempre fatto. Una frase che vorrebbe rassicurare e invece finisce per fotografare il problema. Perché se davvero “si è sempre fatto”, allora significa che il campo largo nasce già con il vizio d’origine della disomogeneità permanente. Giuseppe Conte, dal canto suo, usa il palcoscenico del Senato con la consueta abilità tattica. Si presenta come l’uomo che ha cercato fino all’ultimo l’intesa, lasciando intendere che i 5 Stelle sarebbero gli unici a lavorare per l’unità mentre gli alleati remano contro. È una narrazione astuta, ma incompleta. Nel testo pentastellato mancava infatti il sostegno militare a Kiev. E su un punto del genere il Pd non poteva certo fingere di non vedere.
Iran, Ucraina e difesa Ue: la politica estera manda in crisi il campo largo
La frattura più evidente si consuma sulla risoluzione del M5S sull’Iran. I dem votano contro quella parte del testo, e non si tratta di un dettaglio tecnico. È il segnale politico che l’asse con Conte, già traballante, si rompe appena il confronto si sposta dal terreno sociale e propagandistico a quello internazionale. Per il Pd, l’assenza di un chiaro riferimento al sostegno a Kiev rendeva impossibile un appoggio pieno. Per Conte, invece, quella presa di distanza è l’ennesima prova che gli alleati non vogliono davvero costruire una linea comune.
Il punto è che entrambi, in parte, hanno ragione. I 5 Stelle continuano a inseguire una posizione che strizza l’occhio a un elettorato pacifista e diffidente verso ogni coinvolgimento militare. Il Pd, invece, resta schiacciato tra due esigenze opposte: non perdere il profilo europeista e atlantista, ma neppure rompere del tutto con chi dovrebbe essere partner di una futura coalizione. Risultato: una linea affannata, piena di equilibrismi, che alla fine non convince né gli alleati né una parte del partito.
La fotografia è impietosa. Giovedì scorso le opposizioni avevano provato a marciare insieme con una risoluzione unitaria. Pochi giorni dopo, la scena è già cambiata. Le divisioni tornano a galla e mostrano quanto sia fragile quella che viene raccontata come una costruzione politica alternativa alla destra. Basta che sul tavolo arrivino Ucraina, Nato, difesa europea o Iran, e il giocattolo si smonta.
Il Terzo polo rinasce e il Pd si spacca al suo interno
In mezzo a questo disordine, chi riesce a ritagliarsi uno spazio politico imprevisto è il Terzo polo, o quel che ne resta. Italia Viva, +Europa e Azione riescono a presentare un testo comune, frutto di una mediazione paziente condotta da figure come Benedetto Della Vedova, Raffaella Paita, Maria Elena Boschi e Marco Lombardo. Carlo Calenda e Matteo Renzi continuano a non parlarsi direttamente, il che già di per sé basterebbe a raccontare il livello di complicazione del cantiere centrista. Eppure, nonostante questo, il loro schema produce un effetto concreto: piace anche a molti dem.
Ed è qui che il problema si sposta dal rapporto Pd-M5S a quello interno al Partito democratico. Perché tanti parlamentari dem votano a favore di buona parte del testo del Terzo polo. Qualcuno lo firma persino. Al Senato c’è Pier Ferdinando Casini, indipendente eletto nelle liste del Pd, e già questo dice qualcosa. Ma il caso più rumoroso è quello di Marianna Madia alla Camera. La sua scelta non passa inosservata e le parole con cui la motiva sono ancora più significative: rivendica di aver votato la risoluzione del Pd ma anche di aver firmato quella di Italia Viva, +Europa e Azione perché la condivide integralmente.
Tradotto dal politichese: nel Pd c’è chi non si riconosce più nell’ambiguità strategica del partito e guarda con crescente interesse a un’area più nettamente riformista, europeista e liberale. Non a caso, tra i dem la mossa di Madia viene letta da molti come il preavviso di un addio. Che poi questo addio si consumi davvero o resti solo un’ipotesi, conta relativamente. Il dato politico è che il sospetto circola e che la segreteria non riesce più a contenerlo sotto il tappeto.
Da Roma a Bruxelles, il centrosinistra si divide anche sull’Europa
Come se non bastasse il pasticcio romano, la stessa dinamica si ripete anche al Parlamento europeo. E qui il quadro diventa perfino più rivelatore, perché quando le crepe si allargano contemporaneamente a Roma e a Bruxelles significa che non siamo davanti a una turbolenza passeggera, ma a una divergenza strutturale.
M5S e Alleanza Verdi-Sinistra votano contro la relazione di Lucia Annunziata sui progetti di difesa dell’Unione europea. Una relazione che viene comunque approvata, ma che segna l’ennesima linea di confine rispetto al Pd. Non solo. Gli stessi gruppi si astengono anche sull’allargamento dell’Unione a Paesi come l’Ucraina e sulla proposta di superare l’unanimità in alcune fasi intermedie del processo di allargamento. Anche qui il messaggio politico è chiaro: quando il tema si chiama Kiev, difesa comune o rafforzamento del progetto europeo, l’idea di centrosinistra unito evapora in pochi minuti.
Per il Pd è un problema enorme. Perché la sua identità, al netto di tutte le oscillazioni interne, resta legata a una collocazione europea precisa. Per il M5S e per Avs, invece, quei temi vengono filtrati attraverso un’altra sensibilità, più refrattaria alla dimensione militare e più diffidente verso alcune evoluzioni dell’assetto europeo. Due visioni legittime, certo. Ma anche due visioni difficilmente conciliabili dentro lo stesso programma di governo.
Alla fine, il paradosso è quasi crudele. A tenere insieme il centrosinistra non è una visione condivisa, ma l’esistenza di Giorgia Meloni come avversaria comune. Solo che non basta più. Nemmeno i dem più dialoganti sembrano disposti a prendere per buono l’ennesimo appello unitario in funzione anti-governo, se poi alla prima prova seria emergono faglie così profonde. L’opposizione prova a darsi una parvenza di compattezza attraverso voti incrociati e formule elastiche, ma la verità è che su politica estera, difesa e Ucraina le differenze non sono cosmetiche. Sono politiche, strategiche, identitarie.
Ed è qui che il campo largo rivela il suo problema più serio. Non l’ego dei leader, non le gelosie tra partiti, non neppure la competizione per la premiership. Il vero nodo è che manca ancora una lingua comune sulle questioni che definiscono una forza di governo. Quando arriverà il momento di scrivere un programma vero e scegliere una leadership vera, queste contraddizioni non potranno più essere coperte con una conferenza stampa o con una frase di circostanza. E a quel punto il rischio è semplice: più che un campo largo, resti soltanto un cortile litigioso.







