Caso Garlasco, Roberta Bruzzone accusata di stalking contro una collega: chat choc, insulti feroci e ora il caso può finire a processo

Caso Garlasco, Roberta Bruzzone accusata di stalking

Caso Garlasco, Roberta Bruzzone accusata di stalking. Per anni l’ha fatta da protagonista assoluta del crime televisivo, sempre in video, sempre sicura, sempre pronta a leggere delitti, moventi, dinamiche e profili psicologici con tono perentorio. Adesso però Roberta Bruzzone, uno dei volti più noti delle indagini legate al delitto di Garlasco, rischia di trovarsi dall’altra parte del racconto giudiziario. Non come consulente, non come opinionista, non come voce che spiega. Ma come indagata in una vicenda pesante, velenosa, imbarazzante, che parla di chat, attacchi social, insulti reiterati, messaggi coordinati e di una collega indicata dalla Procura come vittima di una campagna persecutoria durata almeno tre anni.

Questa volta non c’entra l’efferato omicidio di Chiara Poggi, Il caso nasce a Cagliari, si sposta per competenza a Roma e affonda dentro un materiale che, stando alla ricostruzione dell’accusa, sarebbe tutt’altro che marginale: trascrizioni, gruppi WhatsApp, scambi tra collaboratori, commenti pubblici e privati, allusioni sessuali, fotomontaggi, frasi minacciose e vessatorie.

Nel mirino degli inquirenti c’è il rapporto tra Bruzzone e la psicologa forense Elisabetta Sionis, consulente in diversi casi di omicidio e oggi giudice presso il tribunale per i minorenni di Cagliari. Secondo la Procura, il bersaglio non sarebbe stato soltanto professionale. La spirale, a quanto emerge, avrebbe coinvolto anche la figlia minorenne della collega. È una storia che puzza di rancore antico, rivalità professionale degenerata e ossessione digitale. E che, a giudicare dalle carte, smette da tempo di somigliare a una guerra di ego per entrare in un territorio molto più serio.

Chat, insulti e gruppi social: così la Procura ricostruisce lo stalking di gruppo

Il cuore dell’inchiesta sta in un avviso di conclusione indagini firmato dal pm Gilberto Ganassi e accompagnato, secondo la ricostruzione emersa, da un corposo hard disk contenente le trascrizioni delle conversazioni tra Roberta Bruzzone e i coindagati Monica Demma, Giovanni Langella e Marzia Mosca, conosciuta online come “Santanico”. Non semplici scambi privati, ma, secondo gli inquirenti, una specie di centrale di coordinamento prima degli attacchi lanciati su Facebook, YouTube e Twitch, cioè nei luoghi dove oggi si costruisce e si devasta una reputazione con la stessa velocità.

Il quadro descritto è quello di un stalking di gruppo, prolungato nel tempo, fatto non di un singolo episodio ma di una pressione costante. Nel fascicolo compaiono espressioni che da sole danno la misura del clima. Elisabetta Sionis viene descritta come una collega dalla “miserabile esistenza”, “da Tso”, “in putrefazione”, con una “folle ossessione”, una che “continua a sbavare sui nostri profili”, che sarebbe stata “cacciata a pedate nel sedere” dai tribunali e per la quale “le goccine e le overdose di botox non bastano più”. Fino alla sintesi più brutale: “una lestofante in meno”.

Non è il lessico di uno sfogo occasionale. È il vocabolario tossico di una guerra personale protratta nel tempo. Ed è proprio la ripetizione, più ancora della violenza delle singole frasi, a interessare gli inquirenti. Perché quando gli insulti si organizzano, si moltiplicano, si condividono e si accompagnano a una strategia di esposizione pubblica del bersaglio, il confine tra diffamazione, aggressione reputazionale e condotta persecutoria diventa molto più sottile.

“Io spero in un bel malaccio che se la porti via”: le frasi più pesanti finite agli atti

Dentro i gruppi WhatsApp, dai nomi che già da soli raccontano il tono della compagnia — “L’armata delle tenebre”, “Gli irriducibili”, “Barcone on the road”, “I mitici” — i messaggi diventano ancora più espliciti. Il 26 agosto 2023 Giovanni Langella scrive: “La Sionis è la sciagura peggiore che potesse capitarci e purtroppo non ce ne libereremo mai! Ha fatto di noi la sua ragione di vivere”. La risposta attribuita a Bruzzone, sempre secondo il fascicolo, è di quelle che inchiodano: “Io spero in un bel malaccio che se la porti via”.

Qualche settimana dopo, commentando una foto della rivale postata da Monica Demma nel gruppo, Roberta Bruzzone, la criminologa di Garlasco, rincara ancora: “Questa è marcia di invidia, guarda il marciume interiore come caz… ormai si vede anche fuori. È in putrefazione da viva questa”. E poi il finto rimprovero, che rimprovero non è: “Monica Demma però tu non mi puoi inviare foto della bestia immonda senza prima avvisarmi…”. Per poi tornare, ancora, sullo stesso registro: “Questa un malaccio se lo merita tutto”.

Sono frasi che, da sole, non bastano a costruire una condanna. Ma messe in sequenza, collocate dentro un contesto di attacchi ripetuti, fotomontaggi, contenuti social e messaggi organizzati, cominciano a comporre il profilo di una condotta sistematica. E infatti il punto decisivo, per l’accusa, sembra stare proprio nel salto da insulto a strategia.

Caso Garlasco, Roberta Bruzzone accusata di stalking

Tra i passaggi ritenuti più significativi dagli inquirenti ce n’è uno datato 17 settembre 2022. In un gruppo chiamato “Fbi”, Bruzzone avrebbe scritto ai collaboratori: “Ho mandato a Monica la mia denuncia di stalking contro la Sionis dell’anno scorso, bisogna attaccarla dimostrando che è una bugiarda e che è su Facebook tramite fake con cui molesta tutti noi”. È la frase chiave, almeno nella lettura della Procura. Perché qui non c’è più solo il disprezzo. C’è l’indicazione operativa: “bisogna attaccarla”.

Secondo il fascicolo, quel comando non sarebbe rimasto lettera morta. Il 22 febbraio 2024, poco prima di una diretta su Twitch, Giovanni Langella scrive: “Stasera massacro pure la Sionis in diretta”. E ancora, la dinamica si allargherebbe ad altri bersagli: “Trolliamo un po’ Avesani?”, avrebbe scritto Demma a Mosca a proposito del neurologo veronese Mirko Avesani, entrato a sua volta in un vortice di denunce reciproche con Bruzzone.

Qui il caso si fa ancora più interessante sul piano giudiziario, perché mostra un meccanismo che non riguarda una sola rivalità ma un metodo. E quel metodo, per la Procura, potrebbe provare che le due donne dedicassero parte delle loro giornate a interagire tramite profili fake con altri utenti social, alimentando uno schema di provocazione e attacco coordinato. Una sorta di piccola macchina del fango artigianale, ma costante.

Una guerra iniziata anni fa e finita nel fascicolo penale

La cosa più rivelatrice di questa storia è che non nasce ieri. È una vicenda annosa, tossica, che affonda nel 2017, durante il processo sulla morte di Manuel Piredda e sulle ustioni che sfigurarono la moglie Valentina Pitzalis. Lì si sarebbe innescata una spirale di accuse inizialmente professionali e poi sempre più personali. Querele, controquerele, post, dirette, repliche, rancori accumulati come benzina.

Nel mezzo c’è già almeno una condanna di primo grado, emessa il 28 ottobre scorso, a due anni, a carico di Lucio Lipari, indicato come presunto collaboratore della criminologa savonese e accusato di avere perseguitato Sionis, mentre ignoti causavano ustioni alla gatta della professionista. Un dettaglio agghiacciante, che racconta quanto il conflitto abbia superato da tempo i confini del duello verbale.

E c’è pure un altro passaggio non irrilevante: una querela presentata da Bruzzone contro Sionis è stata archiviata il 23 giugno scorso. A dimostrazione che, in questa guerra privata e pubblica insieme, le armi legali sono volate da entrambe le parti. Ma proprio questo rende ancora più pesante il fascicolo attuale, perché la Procura ora non sta valutando soltanto una lite infinita tra professioniste del crime. Sta cercando di capire se da quella lite sia nato un comportamento penalmente rilevante e reiterato.

Il caso social, il crime come arena e la reputazione trasformata in bersaglio

C’è poi una questione più larga, che va oltre il destino giudiziario di Roberta Bruzzone. Questa storia racconta in modo perfetto il lato tossico dell’industria del crime italiano quando esce dalle aule, si traveste da contenuto e si trasforma in arena. Perché quando il delitto diventa brand, community, diretta, commento, fandom e controfandom, il passo dalla divulgazione alla guerra personale può diventare pericolosamente breve.

In questo caso, almeno secondo l’accusa, quel passo sarebbe stato compiuto eccome. Non si parla di semplice conflitto professionale, né di battute sopra le righe. Si parla di attacchi ripetuti, di minacce velate, di dileggio sistematico, di uso dei social come moltiplicatore della pressione sul bersaglio. E se davvero la persona offesa fosse stata colpita insieme alla figlia minorenne, allora il quadro si aggraverebbe in modo evidente.

Per ora siamo ancora nella fase che precede l’eventuale processo. Ma il passaggio dell’avviso di conclusione indagini e la trasmissione del fascicolo a Roma per competenza segnalano che il caso ha superato la soglia del semplice clamore mediatico. Ora conta solo una cosa: cosa reggerà davanti a un giudice.

Caso Garlasco, Roberta Bruzzone accusata di stalking. Resta, intanto, un paradosso potente. Bruzzone, che in questi mesi presidia con enorme esposizione mediatica il caso Garlasco parlando di audio esplosivi, esposti, depistaggi e verità da riportare a galla, si trova ora dentro un’inchiesta in cui le parole pesano come pietre. E in cui quelle parole, stavolta, non le usa per leggere il male degli altri. Le deve spiegare.