Tra le storie che tornano a galla attorno a Jeffrey Epstein ce n’è una che parla italiano. Si chiama Elisabetta Tai, è originaria di Padova, e ha raccontato al «New York Post» l’incontro che – nelle sue parole – le ha cambiato la vita. L’episodio, collocato da lei nel 2004, arriva come un pugno nello stomaco perché segue un copione che molte vittime hanno descritto negli anni: la promessa di un’occasione enorme, l’ingresso in un ambiente che sembra “giusto”, poi la porta che si chiude e il mondo che cambia faccia.
Tai racconta di essere arrivata a Manhattan nel 2004, quando aveva 21 anni, per fare la modella. Un mese dopo, dice, il suo agente le avrebbe dato un indirizzo nell’Upper East Side per incontrare un uomo che “poteva cambiarle la vita”, aprendole le porte di Victoria’s Secret. Nella ricostruzione riportata dal giornale, la promessa era una di quelle che, nel mercato della moda, possono stordire: «Mi disse che era una delle persone più importanti nel settore della moda, e mi avrebbe cambiato la vita».
La cornice, almeno all’inizio, sembra pensata apposta per alimentare quell’illusione. Tai va all’indirizzo indicato, sulla 71esima strada. Suona. E, racconta, si trova davanti una casa “incredibile” e un’atmosfera che somiglia a un provino ad alto livello: «Bussai al campanello di questa incredibile casa – ha raccontato – e un maggiordomo venne alla posta. Vidi cinque modelle che camminavano, appena entrai. Ero molto eccitata». In quella stanza, in quel momento, l’idea della “grande occasione” prende corpo. E proprio per questo, quando il racconto curva verso il buio, l’impatto è ancora più violento.
Secondo quanto riferisce, a riceverla ci sarebbe stata una donna «con i capelli neri tagliati corti». Tai dice di non sapere chi fosse. Ma quando i giornalisti le mostrano le foto di Ghislaine Maxwell, lei afferma di averla riconosciuta. Nella stessa ricostruzione viene ricordato che Maxwell, all’epoca, non risultava incriminata, ma che tre donne l’avevano accusata di aver lavorato come reclutatrice di ragazze per Epstein e due avevano detto di essere state aggredite sessualmente insieme a lui. È un passaggio che, nella narrazione di Tai, non è un dettaglio: è il volto “normale” che rende credibile l’ingresso nel meccanismo.
Da lì, dice, la donna l’avrebbe accompagnata nell’ufficio di Epstein. Lei lo descrive vestito con jeans e camicia. Nota un particolare che, col senno di poi, appare come un segnale lampeggiante: vicino alla scrivania c’è un tavolo per i massaggi. Tai racconta di aver fatto finta di nulla, aprendo il portfolio per mostrare i lavori realizzati in Italia. È il momento in cui prova a restare dentro la scena prevista: provino, colloquio, selezione. Ma, nella sua versione, Epstein cambia improvvisamente registro: si toglie i vestiti e si avvicina al tavolo. Lei pensa che si stia preparando per un massaggio e che qualcuno arriverà per farlo. Lo dice con una frase che restituisce lo shock di quando la mente prova a normalizzare l’assurdo: «Pensai – ha detto Tai – che si stesse preparando per ricevere un massaggio, e che qualcuno sarebbe arrivato per farlo».
Invece, racconta, Epstein si sdraia nudo e le chiede di avvicinarsi. Poi le dà un vibratore. È qui che la storia diventa pura reazione, istinto di sopravvivenza. Tai descrive il blackout, la paralisi e l’impulso che la fa scattare: «Ero rimasta di ghiaccio. Non sapevo cosa fare. Presi il vibratore e glielo tirai in testa. Voglio dire, non so dove poi andò a finire, ma io ero in blackout. Quindi mi misi a correre più veloce che potevo fuori dalla stanza». Non è una scena “raccontata”: è una scena vissuta, con l’adrenalina che taglia le frasi e con quel vuoto che spesso le vittime descrivono quando l’evento è troppo grande per essere elaborato sul momento.
La fuga, però, nella sua versione non è ancora libertà. Poco dopo, dice, si ritrova davanti di nuovo Ghislaine. E qui compare la seconda gabbia, quella psicologica: il tentativo di impedirle di uscire, la pressione, l’evocazione del potere e dei legami “importanti”. Tai racconta: «Mi disse che non potevo andarmene. Aveva dipinto Epstein come un uomo importante, amico di Clinton». È la classica leva della paura: se quell’uomo è davvero così potente, tu cosa puoi fare? E cosa rischi se parli?
Tai dice di essere scappata senza raccontare nulla a nessuno. «Io scappai, non dissi niente a nessuno. Avevo paura di essere ricattata, o peggio». Poi il giudizio che suona come una ferita definitiva: «Cambiò la mia vita, nel senso che pensai che vivevo in un mondo pieno di odio. Tornai in Italia. Fu scioccante capire che se volevo essere una modella in America, ci si aspettava da me che facessi la prostituta». È una frase dura, assoluta, che non pretende di descrivere un intero settore, ma restituisce la percezione di chi si è sentita intrappolata e poi espulsa da un sogno che improvvisamente aveva il volto del ricatto.
Nel racconto riportato, la vicenda si inserisce anche nel contesto più ampio delle relazioni e dei canali usati da Epstein per avvicinare ragazze giovani. Viene ricordato che Epstein era amico del proprietario di Victoria’s Secret, Leslie Wexner, e che avrebbe usato una sua agenzia di modelle per reclutare ragazze. È la parte “sistemica” che, da anni, accompagna il caso: la promessa di un contatto giusto, la passerella come esca, l’idea che a separarti dalla carriera ci sia solo una porta da attraversare.
Sul piano politico e giudiziario, il testo richiama anche le conseguenze che lo scandalo ha avuto negli Stati Uniti, come le dimissioni del segretario al Lavoro Acosta, citando l’accordo extragiudiziale favorevole che, quando era procuratore in Florida, avrebbe offerto a Epstein per l’accusa di abusi sessuali. E ricorda che il caso ha lambito figure come Trump e Clinton, che in passato lo frequentavano, pur avendo dichiarato di non conoscere i suoi reati e di non avere rapporti con lui da tempo.
Dentro questa storia, però, il punto non è l’eco dei nomi potenti. Il punto è la traiettoria di una ragazza italiana di 21 anni che arriva a New York inseguendo un lavoro e si ritrova, secondo la sua testimonianza, davanti a un uomo nudo su un tavolo e a una porta che qualcuno prova a richiuderle addosso. È un frammento che resta addosso perché non ha bisogno di effetti: basta la promessa, basta l’indirizzo, basta quel corridoio che dal “ti cambierà la vita” finisce in una fuga a perdifiato. E nel caso Epstein, spesso, è proprio lì che si capisce tutto: nel momento in cui il sogno smette di essere un sogno e diventa una trappola.







