Cecchini italiani a Sarajevo, l’orrore che riemerge trent’anni dopo: nuovi nomi nelle indagini sui “tiratori del weekend”

Sarajevo

C’è qualcosa che supera la cronaca giudiziaria e scivola direttamente nell’orrore morale. È ciò che riemerge dalle nuove carte dell’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend”, italiani che negli anni Novanta avrebbero pagato per andare a sparare sui civili nella Sarajevo sotto assedio. Donne, anziani, bambini. Bersagli immobili o in fuga, colpiti non per necessità militare, non per fanatismo ideologico, ma per divertimento. Per noia. Per il gusto malato di sentirsi potenti per qualche ora, prima di tornare a casa e ricominciare una vita normale.

L’indagine della Procura di Milano, che ha già portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un ex camionista ottantenne di San Vito al Tagliamento, non si ferma. Anzi, si allarga. Almeno altri quattro nomi sono ora al vaglio degli inquirenti, ma le posizioni da chiarire sarebbero molte di più. Secondo indiscrezioni raccolte in ambito investigativo, si parla di un banchiere di Trieste, di un residente nella montagna friulana, di un uomo di Milano e di uno di Torino. A questi si aggiungerebbero almeno altre cinque persone “già segnalate all’epoca dai servizi segreti”.

Non è un dettaglio secondario. Significa che quei nomi circolavano già negli anni Novanta, quando Sarajevo veniva macellata giorno dopo giorno, e che per decenni sono rimasti sospesi in una zona grigia di omissioni, silenzi, rimozioni collettive. Alcuni avrebbero già ricevuto un avviso di garanzia, ma al momento mancano conferme ufficiali. L’elenco, però, è destinato ad allungarsi.

A San Vito al Tagliamento, il paese dell’ex camionista indagato per omicidio volontario continuato e aggravato dai “motivi abietti”, l’aria è pesante. Nella piccola comunità friulana non si parla d’altro. Nei bar, per strada, al mercato rionale semi deserto per la pioggia, lo sconcerto lascia spazio all’indignazione. “Siamo sconvolti, ma anche arrabbiati”, racconta un residente. Perché non si tratta di un crimine isolato, ma di un’idea di mondo che fa rabbrividire: partire dopo il lavoro, salire su un aereo o su un camion, arrivare in una città sotto assedio e pagare per uccidere esseri umani come se fossero sagome in un poligono.

Negli atti dell’inchiesta questi uomini vengono definiti “tiratori turistici”. Un’espressione che da sola racconta la disumanità del fenomeno. Persone del centro-nord Italia, oggi anziane, che tra il 1992 e il 1996 avrebbero organizzato trasferte verso la Bosnia nei fine settimana. Un asse che attraversa il Paese da Torino a Milano, fino a Trieste e al Friuli. Gente comune, professionisti, lavoratori, non mercenari di professione ma civili che si concedevano una parentesi di violenza pura, senza scopo, senza giustificazione.

Secondo l’ipotesi investigativa, non erano soli. Lo scenario viene definito “macabro” dagli stessi inquirenti, un contesto in cui operavano anche cecchini provenienti da altri Paesi europei. Sarajevo come teatro di una caccia all’uomo internazionale, tollerata dal caos della guerra e dall’indifferenza di chi preferiva non vedere. Un’industria informale della morte, in cui la sofferenza dei civili diventava intrattenimento.

La Procura di Milano è stata la prima a riaprire questo capitolo rimosso. A guidare l’inchiesta sono il procuratore capo Marcello Viola e il pubblico ministero Alessandro Gobbis, che stanno lavorando su numerose segnalazioni e su materiale rimasto per anni ai margini delle indagini internazionali. L’obiettivo è ricostruire ruoli, responsabilità, dinamiche. Dare nomi e cognomi a chi, per decenni, ha vissuto protetto dall’oblio.

L’inchiesta non è più solo italiana. È in corso un coordinamento internazionale che coinvolge autorità giudiziarie estere, tra cui quelle di Belgio, Francia e Svizzera. Gli inquirenti si preparano anche a recarsi all’Aja per confrontarsi con altri colleghi europei e approfondire gli atti del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Un passaggio fondamentale per incrociare testimonianze, documenti, procedimenti rimasti incompleti.

Il tempo trascorso non attenua la gravità dei fatti, semmai la rende più intollerabile. Perché dietro l’età avanzata degli indagati non c’è alcuna attenuante morale. C’è solo il peso di vite spezzate e di una città trasformata in un bersaglio. Sarajevo non era un fronte anonimo, era una capitale europea assediata, dove attraversare una strada significava rischiare di morire. E qualcuno, dall’Europa “civile”, avrebbe pagato per essere il dito sul grilletto.

Questa indagine non riguarda solo il passato. Riguarda il modo in cui l’Europa ha guardato – o ha scelto di non guardare – alla guerra nei Balcani. Riguarda la possibilità che il male non abbia sempre la forma del mostro riconoscibile, ma quella rassicurante del vicino di casa, del professionista stimato, dell’uomo che torna al lavoro il lunedì mattina dopo aver passato il weekend a uccidere.

Le nuove iscrizioni nel registro degli indagati sono solo l’inizio. Ogni nome che emerge scava più a fondo in una ferita mai rimarginata. E restituisce tutta la portata di uno scandalo che non è solo giudiziario, ma umano. Perché non c’è nulla di più disturbante della normalità applicata all’orrore.