Il titolo della trasmissione era quasi una profezia. “Due di picche”, la nuova striscia quotidiana affidata a Tommaso Cerno su Rai2, ha debuttato con numeri che raccontano una partenza complicata. I telespettatori, almeno per ora, non sembrano aver premiato l’esperimento editoriale lanciato dalla seconda rete della tv pubblica.
Il primo appuntamento del programma, andato in onda ieri subito dopo il Tg2 delle 13, ha registrato uno share del 5,4 per cento. In termini assoluti significa 632mila spettatori rimasti davanti allo schermo durante i pochi minuti dell’editoriale del direttore del Giornale. Un dato che diventa più significativo se confrontato con quello del telegiornale che lo precedeva.
Il Tg2 delle 13 e le rubriche collegate avevano infatti appena raggiunto il 12,5 per cento di share, pari a circa un milione e mezzo di spettatori. Alle 13.57, quando Cerno è apparso in video con il suo intervento su Donald Trump e sulla guerra con l’Iran, una parte consistente di quel pubblico ha cambiato canale. Nel giro di pochi minuti lo share si è quasi dimezzato.
Il formato della trasmissione è estremamente breve. Poco meno di quattro minuti di commento, costruiti come un editoriale televisivo sui temi dell’attualità. Nella prima puntata il focus era sul confronto tra Stati Uniti e Iran, con un passaggio interpretato da molti come un sostegno alla linea del governo italiano.
Il risultato, almeno in termini di ascolti, non è stato incoraggiante. Il dato appare ancora più evidente se confrontato con il programma che occupava fino a pochi giorni fa la stessa fascia oraria. “Medicina 33”, che precedeva la nuova striscia, otteneva numeri più alti pur senza un forte investimento promozionale.
Ai piani alti della Rai, però, si invita alla prudenza. L’argomento è sempre lo stesso quando un programma parte in salita: il pubblico ha bisogno di tempo per abituarsi. L’idea è che uno spazio così breve, inserito in un orario consolidato da anni con altre trasmissioni, richieda alcune settimane per trovare una propria stabilità.
È la linea sostenuta anche dalla capo ufficio stampa dell’azienda, Incoronata Boccia. «Il programma di Cerno è durato solo tre minuti», ha spiegato, sottolineando come sia «difficilmente paragonabile agli spazi precedenti o successivi». Boccia ha citato come esempio trasmissioni molto più lunghe, come Ore 14, che occupano circa cinquanta minuti e sviluppano una curva di ascolto molto più ampia.
Una spiegazione che prova a ridimensionare il dato dell’esordio, ma che allo stesso tempo lascia intravedere una certa delusione per un debutto non particolarmente brillante.
Se l’azienda invita alla calma, molto più dura è la reazione dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico. In una nota diffusa poche ore dopo la messa in onda, l’esecutivo ha attaccato frontalmente la scelta di affidare lo spazio a un collaboratore esterno.
Secondo il sindacato, la nuova striscia si inserisce in una serie di decisioni editoriali contestate negli ultimi mesi. «Non contento dell’enorme danno di immagine dopo la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, non pago di aver ridotto ai minimi termini l’audience di Rai3, questo vertice aziendale è riuscito a mettere nuovamente in grande difficoltà l’azienda e chi ci lavora chiamando l’ennesimo esterno», si legge nel comunicato.
L’Usigrai critica in particolare il costo del programma e il principio stesso dell’operazione. «Un collaboratore pagato mille euro al minuto, 11mila euro a puntata», sostiene il sindacato, ricordando che la trasmissione ha esordito con un intervento in cui Cerno avrebbe invitato gli italiani a non lamentarsi dei rincari energetici legati alla crisi con l’Iran.
La definizione usata è molto dura: «pura propaganda pagata con il canone». Il sindacato esprime poi solidarietà ai giornalisti della rete e ribadisce la richiesta di evitare nuovi incarichi esterni. «La nostra solidarietà ai tanti colleghi e colleghe che resistono per garantire un’informazione equilibrata, plurale e completa come prevede il contratto di servizio».
La polemica interna non è una sorpresa. Già nei giorni precedenti al debutto i giornalisti della seconda rete avevano espresso forte contrarietà alla collocazione del programma, inizialmente prevista prima del Tg2 delle 13. Una scelta che avrebbe rischiato di influenzare direttamente l’andamento del notiziario.
Le proteste e la minaccia di agitazioni sindacali avevano portato l’azienda a spostare la striscia immediatamente dopo il telegiornale. Una soluzione considerata dai redattori un compromesso accettabile per evitare che il nuovo spazio interferisse con il cuore dell’informazione della rete.
Ora la questione torna inevitabilmente sul tavolo alla luce dei dati di ascolto. Per i vertici Rai si tratta di capire se il crollo registrato al debutto sia solo l’effetto fisiologico di una novità o il segnale di un formato che fatica a trovare il proprio pubblico.
Per ora “Due di picche” sembra aver preso alla lettera il proprio titolo.







