A volte la politica estera non cambia per una nota ufficiale, ma per una frase detta al volo tra un’uscita e un corridoio. Alle cinque meno venti, imboccando l’uscita centrale di Montecitorio e dirigendosi verso il Senato, Antonio Tajani ammette – a domanda di Repubblica – che nel governo si sta ancora discutendo di un’ipotesi rimasta sul tavolo fino a sera: mandare a Washington un ambasciatore, non la presidente del Consiglio, non il ministro degli Esteri. Un downgrade ulteriore della delegazione italiana per la prima riunione del controverso Board of Peace voluto dal presidente Donald Trump.
È il segnale che il dossier brucia
Perché questo panel, raccontato da molti come una sorta di para-Onu privata, nasce già con un’etichetta addosso: dipendenze dirette dalla Casa Bianca, uno schema che spiazza le capitali europee e mette i governi davanti a una scelta che non è solo di protocollo. Ci vado e mi siedo? Ci vado e mi defilo? Non ci vado e accetto la frizione con Washington? Nel pomeriggio, l’idea di mandare “un semplice diplomatico” sembra la soluzione più semplice per stare nella stanza senza metterci la faccia. Un compromesso che riduce la foto, limita il messaggio, contiene l’imbarazzo.
Ambasciatore o Tajani?
Il nome in circolazione, in quel ragionamento di basso profilo, è quello dell’ambasciatore negli Stati Uniti, Marco Peronaci. Una mossa tecnicamente inappuntabile: rappresentanza garantita, esposizione politica ridotta, possibilità di rivendicare presenza senza trasformarla in adesione. E infatti Tajani, in quel momento, parla con prudenza: “ne stiamo ancora discutendo”. Traduzione: nulla è chiuso, tutto è reversibile, e l’aria a Palazzo non è quella di chi ha già deciso.
Poi arriva il contrordine, e lo scenario si ribalta nella forma e nel peso. A sciogliere il nodo, raccontano, è una telefonata tra Tajani e Giorgia Meloni, di ritorno dalla cerimonia per l’anniversario dei Patti Lateranensi. Poche parole, un input secco: «Antonio, vai tu». A quel punto l’Italia smette di cercare l’uscita laterale e sceglie un gradino più alto. Non la premier, ma il numero due dell’esecutivo sì. E non un funzionario, ma il ministro degli Esteri in persona.

Il dettaglio non è banale, perché il contesto europeo – sempre secondo la ricostruzione riportata – racconta un’altra storia. Le principali cancellerie, da Parigi a Berlino, non condividono la scelta di dare rango politico al Board. Il grosso degli inviti dagli Stati Uniti non è stato accettato. L’ipotesi, per Meloni, era chiara: se almeno uno dei big europei avesse deciso di metterci la faccia, allora anche lei sarebbe volata a Washington. Ma quando capisci che la foto rischia di essere soprattutto tua, e che la stanza rischia di sembrare un casting per la legittimazione del progetto trumpiano, la prudenza diventa istinto di sopravvivenza.
Partecipiamo ma con riserva
Così nasce il doppio movimento: non strappare con l’amministrazione Maga, ma neppure restare sola sul palco. Da qui l’idea dell’ambasciatore, fino alla retromarcia serale. Il risultato finale è una via di mezzo che però parla forte: al tavolo del presidente l’Italia ci sarà, ma come “Paese osservatore”. Un’etichetta che sembra fatta apposta per dire “ci siamo, ma non firmiamo”, “ascoltiamo, ma non guidiamo”, “partecipiamo, ma con riserva”. Il problema è che in diplomazia anche le riserve hanno un prezzo, soprattutto quando l’ospite è uno che misura i rapporti in termini di fedeltà, non di sfumature.
Il nodo, infatti, non è solo la riunione di domani. È ciò che la precede e ciò che la segue. L’obiettivo dichiarato, nella ricostruzione, è rammendare rapporti con Washington che si sarebbero sfilacciati dopo tensioni sulla Groenlandia e dopo un episodio diventato quasi simbolico: i soldati italiani in Afghanistan insultati da Trump, senza che sia mai arrivata una scusa rivolta al nostro Paese, al contrario di quanto fatto con i britannici. In questo quadro, mandare l’ambasciatore avrebbe significato: “non accetto lo scontro, ma non ti do un trofeo”. Mandare Tajani significa: “non voglio lo scontro, e sono disposto a pagare un po’ di esposizione per rimettere a posto i fili”.
Il Board of Peace innervosisce il Vaticano
Il contraccolpo, però, non si ferma ai confini del governo. Il Board innervosisce anche i rapporti con il Vaticano, perché le parole del segretario di Stato Pietro Parolin sulle “perplessità” rispetto all’ingresso nel panel non sono passate inosservate. Quelle perplessità pesano perché non sono un commento da talk show: sono un segnale diplomatico, calibrato e quindi, per definizione, difficile da ignorare. E infatti il tema – secondo fonti informate citate nel pezzo – sarebbe stato affrontato nel chiuso di Palazzo Borromeo durante l’anniversario dei Patti Lateranensi, nella seconda parte del bilaterale dedicata agli esteri, con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un passaggio che racconta quanto la questione abbia superato il livello della polemica e sia diventata materia di equilibrio tra istituzioni e alleati.
Dentro lo stesso perimetro, emerge anche un’altra tensione, più domestica ma non meno delicata: il riferimento ai referendum e alle “sortite” di diversi vescovi che avrebbero irritato il governo. A porte chiuse, la rassicurazione: «Ma la Santa Sede non fa campagna elettorale». È una frase che vale doppio. Da un lato prova a spegnere l’incendio. Dall’altro conferma che l’incendio esiste, e che la politica italiana, in queste settimane, sta vivendo un cortocircuito: esteri, Chiesa, referendum, magistratura, Washington. Tutto si incastra, tutto si tocca.
Scelta politica più che necessità tecnica
Alla fine, resta l’immagine di una decisione maturata in serata dopo ore di tentennamenti. Nel pomeriggio l’ipotesi ambasciatore è ancora “in discussione”. La sera diventa “vai tu”. Un’accelerazione che ha il sapore della scelta politica più che della necessità tecnica. E proprio perché è politica, non sarà letta solo per quello che fa, ma per quello che lascia intendere: che l’Italia non vuole rompere con Trump, ma nemmeno vuole restare l’unica a metterci la faccia. Che vuole tenere aperto un canale con Washington anche se il resto d’Europa frena. E che, nel farlo, deve gestire contemporaneamente un rapporto non semplice con il Vaticano, che su questo tema ha già fatto capire di guardare la scena con diffidenza.
Domani, quando Tajani entrerà nella stanza del Board, la partita non sarà soltanto sedersi o no. Sarà come sedersi. E soprattutto con quale frase uscire. Perché nel 2026, spesso, la diplomazia non si gioca più nel comunicato finale: si gioca nella didascalia della foto.







