Il Festival è finito ieri sera. Le luci dell’Ariston si sono spente, le scenografie vengono smontate, i furgoni della produzione occupano le vie laterali. Sanremo si sta svuotando lentamente, come accade ogni anno, con quel misto di malinconia e sollievo che accompagna la fine di una settimana fuori dal tempo. Solo che questa volta il ritorno alla realtà è più brusco del solito.
Per giorni la Riviera ha vissuto dentro una bolla. Dj set a tutte le ore, ristoranti pieni, strade impraticabili, turisti disposti a pagare cifre esorbitanti per una stanza minuscola pur di esserci. Dentro l’Ariston, lo spettacolo ha seguito la sua liturgia: scalette, monologhi, duetti, classifiche. E mentre si cantava, altrove si combatteva. Le notizie dal Medio Oriente scorrevano sugli schermi dei telefoni, ma restavano ai margini delle conversazioni. Erano un rumore di fondo, un’eco lontana.
Adesso che il Festival è chiuso, quell’eco diventa suono pieno.
Ieri sera, prima dell’ultima sigla, non sono mancate le parole di rito. Un richiamo alla pace, un accenno alla gravità del momento internazionale. “Non possiamo ignorare quello che sta accadendo”, è stato detto. È vero. Ma durante la settimana la macchina non si è fermata, perché non poteva fermarsi. Il Festival vive di continuità, di ritualità. Lo show deve andare avanti, sempre. Ora che è finito, però, non c’è più la musica a coprire il resto.
Nei bar che stamattina riaprono con meno frenesia, le conversazioni cambiano tono. Si parla ancora di chi ha vinto, di chi ha perso, delle polemiche inevitabili. Ma tra un commento e l’altro spuntano le notizie sui bombardamenti, sui missili, sui voli cancellati verso il Golfo. C’è chi racconta di una figlia bloccata a Dubai con altri studenti italiani, chi di un viaggio saltato all’ultimo minuto. La geopolitica, che per giorni sembrava lontanissima, entra nei racconti personali.
Sanremo è sempre stato uno specchio. Non solo della musica italiana, ma del nostro modo di stare al mondo. Per una settimana abbiamo scelto la leggerezza. Abbiamo discusso di canzoni come se fossero questioni di Stato, abbiamo trasformato un ritornello in un caso nazionale. Non è superficialità: è bisogno di evasione. È la necessità di una parentesi in un tempo che da anni sembra segnato da crisi continue.
Ma le parentesi, per definizione, si chiudono.
Il contrasto è evidente. Fino a ieri sera si ballava sul lungomare come se nulla potesse incrinare quella festa collettiva. Oggi, mentre i tecnici smontano l’ultimo faro, il mondo torna a bussare con forza. Le immagini di Teheran, le dichiarazioni infuocate dei leader, le reazioni internazionali non possono più restare sullo sfondo. Non c’è più l’alibi della diretta, dell’orchestra, del televoto.
Qualcuno dirà che è sempre stato così, che anche in passato il Festival ha convissuto con guerre, crisi, emergenze. È vero. La differenza, forse, è la sensazione di simultaneità. Durante la settimana sanremese, le notizie arrivavano in tempo reale sui telefoni di chi applaudiva in platea. Un doppio binario continuo: dentro la musica, fuori la tensione. Abbiamo scelto di concentrarci sulla gara, di rimandare a “domani” il resto.
Quel domani è arrivato.
Sanremo si svuota, ma non è più la stessa città festosa di ventiquattr’ore fa. Resta la consapevolezza che la musica può offrire una tregua, non una soluzione. Che per cinque giorni abbiamo cercato una favola e l’abbiamo trovata, ma attorno a quella favola il mondo non ha smesso di muoversi.
La settimana canora si chiude, la realtà resta. E mentre l’ultimo camion lascia il retro dell’Ariston, torna la domanda che avevamo sospeso: cosa succede adesso?







