Delmastro spunta l’ombra del peculato, chi pagava le cene alla Bisteccheria d’Italia? Il caso può allargarsi ancora

Il sottosegretario Delmastro al ristorante Baffo

Delmastro spunta l’ombra del peculato sulle cene alla Bisteccheria d’Italia. Il punto, adesso, è semplice da formulare e devastante nelle conseguenze: chi pagava? Perché attorno al caso di Andrea Delmastro, già travolto politicamente dalla vicenda del ristorante condiviso con la figlia di Mauro Caroccia, il prestanome del clan Senese, si apre ora un capitolo ancora più pericoloso. Non più soltanto il tema dell’opportunità, dei rapporti, delle frequentazioni e delle quote societarie. Ma quello, assai più tagliente, della provenienza dei soldi usati per saldare cene che, stando ai racconti, avevano tutt’altro che l’aria di pranzi privati tra amici.

Delmastro, nell’intervista successiva alle dimissioni, prova a chiudere subito la falla. Esclude “categoricamente” che le cene alla Bisteccheria d’Italia di via Tuscolana siano state pagate dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Aggiunge di non avere mai avuto la carta di credito del ministero e di non avere mai chiesto rimborsi “per un pasto o un caffè”. Una smentita netta, costruita proprio sul punto più sensibile. Ma una smentita, da sola, non basta a spegnere il caso. Anzi, lo definisce meglio: se non pagava il Dap, allora chi pagava davvero quelle tavolate?

Delmastro spunta l’ombra del peculato

È qui che entra in scena la parola più pericolosa di tutte: peculato. Un termine che non ha ancora il peso di un’accusa formalizzata, ma che già incombe come un’ombra pesantissima. Il ragionamento è elementare: se un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio utilizza denaro o risorse della pubblica amministrazione per spese che non dovrebbero gravare sull’amministrazione stessa, il problema non è più solo etico o politico.

La domanda, dunque, diventa quasi tecnica. Se a quelle cene partecipavano sottosegretari, capi di gabinetto, dirigenti dell’amministrazione penitenziaria e uomini di scorta; se si partiva dal ministero con auto e lampeggianti; se il contesto aveva almeno in apparenza una cornice istituzionale o para-istituzionale, allora il confine tra cena privata e spesa pubblica diventa il vero terreno dell’inchiesta. E in quel confine, oggi, c’è un vuoto che nessuno ha ancora davvero riempito.

Le testimonianze raccolte in questi giorni sono, da questo punto di vista, molto pesanti. Non descrivono incontri riservati e minimali, ma tavolate affollate, fino a trenta, quaranta, a volte cinquanta persone. Un caravanserraglio di governo e dintorni, in cui sedevano Delmastro, Giusi Bartolozzi, massimi dirigenti del Dap, agenti di scorta e personale che con eventuali discussioni delicate c’entrava poco o nulla. Ed è proprio questa dimensione quasi sfacciatamente pubblica a rendere più difficile sostenere che si trattasse soltanto di convivialità privata.

Le tavolate con il Dap, le scorte e la presenza di Mauro Caroccia

C’è poi un altro dettaglio che rende il quadro ancora più tossico: la presenza di Mauro Caroccia. Non una figura marginale o sconosciuta, ma il nome attorno a cui ruota tutta la vicenda. Secondo i racconti, in alcune occasioni sarebbe stato visto aggirarsi tra i tavoli, anche vicino a quello di Delmastro. Un elemento che, sul piano dell’immagine pubblica, basterebbe già da solo a distruggere qualunque linea di difesa fondata sulla leggerezza o sull’ignoranza del contesto.

Perché non stiamo parlando di una comparsa casuale. Caroccia è il punto sensibile della storia, il nome che trasforma una vicenda già imbarazzante in un caso politicamente radioattivo. E se davvero si muoveva in sala, in un locale dove sedevano esponenti del governo e dell’amministrazione penitenziaria, il problema esplode su più livelli insieme: frequentazioni, opportunità, sicurezza, uso del ruolo pubblico, possibile copertura di spese.

Il racconto delle auto con i lampeggianti che partivano dal ministero e approdavano al ristorante aggiunge un altro strato ancora. Anche qui la questione non è solo simbolica. È materiale. Se una cena avviene dentro una cornice di mezzi, uomini e funzioni che appartengono allo Stato, allora chiedersi chi abbia pagato non è morbosità giornalistica. È il cuore stesso del caso.

Il ristorante, il nome che richiama Fratelli d’Italia e il rebus delle quote

Come se non bastasse, attorno alla Bisteccheria d’Italia resta aperto anche tutto il capitolo societario. Il nome del locale, con quella evidente assonanza con Fratelli d’Italia e quel richiamo cromatico alla bandiera, aggiunge alla vicenda un sottotesto politico fin troppo facile da leggere. Non prova nulla, ma racconta un clima. E quel clima, in una storia del genere, pesa.

Nelle prossime settimane, oltre al fascicolo romano su Mauro e Miriam Caroccia per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso, potrebbero muoversi altri fronti. Si parla di accertamenti sugli aspetti societari, sulla cessione delle quote di Delmastro e soprattutto sulla mancata comunicazione della costituzione della società alle istituzioni di appartenenza. È un altro punto che logora la difesa dell’ex sottosegretario: non solo il merito della scelta, ma anche il modo in cui quella scelta sarebbe stata gestita.

Il problema, infatti, non è mai uno solo in questi casi. È l’effetto accumulo. Prima le foto, poi il nome di Caroccia, poi le società, poi le dimissioni, poi i racconti delle cene, adesso il dubbio sui pagamenti e l’ipotesi di peculato. Ogni pezzo, preso da solo, potrebbe forse essere spiegato. Messi tutti insieme, però, costruiscono un quadro sempre più difficile da contenere.

Per Delmastro il vero nodo adesso è dimostrare chi non ha pagato

La linea scelta da Delmastro è chiara: negare che ci sia stato qualunque utilizzo di soldi pubblici. Ma a questo punto la difesa non può fermarsi al diniego. Perché il tema non è più solo smentire una circostanza, ma spiegare il meccanismo concreto. Se non pagava il Dap, se non pagava il ministero, se non c’erano rimborsi, allora servirebbe chiarire chi sosteneva i costi di tavolate così numerose, con che formula, con quale separazione di conti, con quale documentazione.

È qui che la vicenda può diventare micidiale. Perché nelle storie politiche il vuoto di spiegazione è sempre il punto dove l’inchiesta si infila meglio. E più il numero dei presenti cresce, più la natura delle serate appare ibrida, più la presenza di figure istituzionali diventa sistematica, più la domanda economica si fa inevitabile. Non chi c’era. Non chi parlava con chi. Ma chi metteva mano al conto.

Se poi emergerà che non un euro pubblico è mai stato sfiorato, Delmastro potrà rivendicarlo. Ma fino a quel momento il sospetto resta, ed è un sospetto che brucia perché unisce tre elementi devastanti insieme: il denaro, il potere e l’ombra della criminalità organizzata. In politica è quasi la miscela perfetta per far saltare tutto.

Un caso che non si chiude con le dimissioni

Le dimissioni, insomma, non hanno chiuso nulla. Hanno solo cambiato il terreno dello scontro. Delmastro non è più il sottosegretario da difendere o scaricare in base al danno politico del momento. È un ex membro del governo che ora deve fare i conti con un caso che continua ad allargarsi e che rischia di produrre nuovi sviluppi giudiziari.

Ed è forse questo il dato più scomodo per Fratelli d’Italia. Perché l’idea che la vicenda si potesse assorbire con un passo indietro e qualche dichiarazione di circostanza si sta già sbriciolando. Se la domanda sui conti delle cene prende davvero corpo investigativo, la storia smette di essere una semplice grana reputazionale e diventa qualcosa di molto peggio: un possibile nuovo fascicolo sul modo in cui il potere ha mangiato, si è mosso e forse ha pagato.

Alla fine tutto torna lì. Chi ha pagato il conto? È una domanda quasi banale, apparentemente prosaica. Ma nelle vicende italiane più torbide spesso è proprio dal conto del ristorante che si comincia a capire chi comandava davvero il tavolo.