Denise Pipitone, spunta un testimone sul video di Milano: «Il caso va riaperto». Ma la madre Piera Maggio frena: «Basta speculare»

Piera Maggio con in mano la foto della figlia Denise

A più di vent’anni dalla scomparsa di Denise Pipitone, il caso torna al centro dell’attenzione. A riaccendere il dibattito è la criminologa Antonella Delfino Pesce, che sostiene di aver individuato un testimone in grado di fornire elementi nuovi su una delle piste più discusse della vicenda: il video girato a Milano nell’ottobre del 2004, in cui si vede una bambina in compagnia di una nomade.

Secondo la criminologa, quel filmato potrebbe ancora rappresentare una chiave investigativa importante. «È una persona di Milano, che viveva a Milano anche all’epoca dei fatti. Un testimone lucido e affidabile che riferisce particolari molto importanti», ha spiegato Delfino Pesce parlando dell’uomo con cui avrebbe raccolto informazioni durante il suo lavoro di analisi sul caso.

L’esperta sta svolgendo queste attività nell’ambito di indagini difensive commissionate da Tony Pipitone, padre legale della bambina scomparsa il 1° settembre 2004 a Mazara del Vallo, un caso che nel corso degli anni è diventato uno dei misteri più dolorosi e discussi della cronaca italiana.

Il video di Milano che riaccese le speranze nel 2004

La pista milanese risale a poche settimane dopo la scomparsa della bambina. Il 18 ottobre 2004 una guardia giurata, Felice Grieco, riprese con il cellulare una bambina in compagnia di una donna nomade davanti a una banca di Milano.

Nel filmato si sente la voce della piccola che pronuncia una frase diventata negli anni simbolo del mistero: «Dove mi porti?». L’accento sembrava vagamente siciliano e la somiglianza con Denise Pipitone apparve subito evidente ad alcuni investigatori e ai familiari.

Il video alimentò grandi speranze, ma non portò a risultati concreti. Non fu mai possibile identificare con certezza né la bambina né la donna che l’accompagnava. Le ricerche avviate all’epoca non portarono a un riscontro definitivo e la pista si esaurì nel giro di poco tempo.

La richiesta di riaprire il caso e il nuovo testimone

Secondo Antonella Delfino Pesce, oggi esisterebbero elementi che meritano di essere approfonditi. «Non capisco perché la Procura di Marsala non mi convochi. Con le informazioni del testimone si potrebbe delimitare un campo di indagine specifico», ha dichiarato la criminologa.

L’esperta, definita spesso la «criminologa dei casi impossibili», si è specializzata nell’analisi dei cold case, riuscendo in passato a riaprire diverse indagini. Il suo nome è tornato recentemente alla ribalta anche per il lavoro svolto sul delitto di Nada Cella, avvenuto nel 1996 a Chiavari, che ha portato dopo decenni all’apertura di un processo e alla condanna di Anna Lucia Cecere.

Delfino Pesce sostiene di essere arrivata al nuovo testimone milanese circa due anni fa. Ha redatto una relazione dettagliata che l’avvocata Luisa Calamia ha presentato alla Procura di Marsala. Tuttavia i magistrati hanno respinto la richiesta di riapertura dell’indagine.

La criminologa, pur convinta dell’importanza della testimonianza, mantiene una certa cautela. «Non dico che con questo testimone riusciremo a trovare Denise», ha precisato. «Dico soltanto che riferisce particolari che potrebbero delimitare un ambito preciso di indagine e permettere di verificare se la bambina del filmato fosse davvero Denise».

Secondo l’esperta esisterebbero inoltre differenze nella ricostruzione della giornata in cui fu registrato il video. Elementi che potrebbero incidere sugli orari e sugli alibi di alcune persone coinvolte nelle indagini dell’epoca.

Lo scetticismo della madre Piera Maggio

Alle dichiarazioni della criminologa ha però reagito con prudenza Piera Maggio, la madre di Denise, che negli anni è diventata il volto della battaglia per non far cadere il caso nell’oblio.

In un post pubblicato sui social, Maggio ha espresso forte irritazione verso quello che percepisce come un continuo susseguirsi di ipotesi e ricostruzioni non verificate. «Rispettare una madre non è solo un dovere, ma un riconoscimento del primo legame che ha permesso a mia figlia di esistere», ha scritto. «Oggi molti sconosciuti si sentono liberi di oltrepassare il limite perché il buonsenso ha perso la ragione».

La criminologa ha replicato spiegando di comprendere le reazioni della madre. «Comprendo che in passato ci sono stati tanti millantatori e quindi c’è una certa insofferenza», ha detto. «Ma non è il mio caso. Io mi limito a fare un lavoro di ricerca su vecchie indagini e a mettere le mie conclusioni a disposizione dei legali e degli inquirenti».

A oltre vent’anni dalla scomparsa, il destino della bambina resta dunque avvolto nel mistero. Tra nuove piste, testimonianze tardive e il dolore di una famiglia che continua a cercare la verità, il caso Denise Pipitone rimane uno dei cold case più complessi della cronaca italiana.