Terza serata, diario semiserio di un Festival che prova a rimettersi il rossetto dopo il leggero affanno iniziale. E bisogna dirlo: stavolta il rossetto è più acceso. Passano, grazie a televoto e giuria delle radio, Arisa, Sayf, Luchè, Serena Brancale, Sal Da Vinci.
Gli ascolti come sono andati?
Siamo sempre lì, si possono guardare in due modi. E l’organizzazione preferisce vedere, sempre, il bicchiere mezzo pieno. Sono stati 9 milioni 543 mila, pari al 60,6% di share, i telespettatori in total audience della terza serata. L’anno scorso era stata seguita in media, da 10 milioni 700mila spettatori, pari al 59,8% di share. Più di un milione in meno, quindi. Ma la media di share segna il miglior punto dal ’90, per una terza serata.
La puntata è stata la solita scommessa di incastri. Parte dalle Nuove Proposte, che nuove non sono mai del tutto. Vince Nicolò Filippucci con il brano “Laguna”, ex volto di Amici, che si porta a casa la categoria con una sicurezza da veterano navigato. Angelica Bove si consola con il Premio della Critica, che in gergo sanremese significa: ti vogliamo bene, ma il televoto aveva altri piani. E li aveva al 75% di preferenza. La sensazione? Nicolò ha giocato in casa. La macchina talent funziona ancora, eccome se funziona.
Poi arriva Irina Shayk
Bellissima, magnetica, scultorea. Parla quasi esclusivamente in inglese, non spiccica una parola di italiano e, dettaglio non secondario, spesso sembra non capire neppure le battute che le ronzano intorno. Il risultato è un effetto straniante: lei sorride, annuisce, guarda Carlo Conti con quell’aria da “I hope this is funny”. Però funziona lo stesso. Perché quando sei una delle modelle più celebri del pianeta, puoi anche non capire il congiuntivo: basta l’inquadratura.
La serata prende davvero corpo quando si consegna il premio alla carriera a Mogol. Oltre 1700 canzoni scritte, un pezzo di storia della musica italiana. Lì il Festival si ricorda di essere anche memoria collettiva, non solo trend su TikTok. È il momento più solido, più autorevole. E, diciamolo, più necessario.
Ma il vero carburante comico arriva con Ubaldo Pantani nei panni di Lapo Elkann. Una caricatura che sembra uscita da una timeline parallela: convinto di essere “su Rai 9, che fa parte del bouquet Sky, una grande eccellenza italiana”. Congiuntivi sbagliati come fossero coriandoli, battute surreali, un continuo slittamento tra realtà e nonsense. Risultato? La verve comica sale, la platea si scioglie. E per una volta il Festival ride di gusto, non per contratto.
Capitolo emozione
Laura Pausini canta “Heal The World” di Michael Jackson, accompagnata dal piccolo coro dell’Antoniano di Bologna. Messaggio contro le guerre, atmosfera sospesa. Lei, quando canta, torna nel suo habitat naturale. È lì che non sbaglia mai.
Tra i Big si fa notare Tredici Pietro: voce roca, pezzo radiofonico, presenza che buca. Non sarà il momento più epico della storia dell’Ariston, ma è uno di quelli che restano accesi nelle cuffie il giorno dopo.
Il varietà vero: Virginia Raffaele e Fabio De Luigi
Virginia Raffaele e Fabio De Luigi, ufficialmente lì per promuovere il film “Un Bel Giorno” (in uscita il 5 marzo), si prendono minuti preziosi che Carlo Conti stava tentando di risparmiare con il cronometro in mano. Ma quei minuti servivano. Comicità, musica, ritmo. È questo che mancava nella prima serata monstre con 30 canzoni una dietro l’altra. Qui si respira.
I super ospiti
Super ospite Eros Ramazzotti, che riporta “Adesso Tu” sul palco dove vinse nel 1986. Nostalgia calibrata al millimetro. Poi arriva la sorpresa internazionale: Alicia Keys. Studia l’italiano, lo mostra sui social, crea aspettativa. Canta “L’Aurora” insieme a Eros e poi il suo iconico “Empire State of Mind”, trasformando “New York” in “Sanremo”. Applausi. Operazione simpatia riuscita.
Però una domanda resta lì, sospesa come una nota non risolta: hai Alicia Keys sul palco dell’Ariston e non le fai fare un medley dei suoi successi mondiali? Davvero? Un’occasione così, una volta ogni dieci anni. E noi la giochiamo in modalità ridotta?
Nel complesso, però, si vede la mano di Carlo Conti che ascolta, corregge, amplia. Più spazio al varietà, meno maratona di canzoni. Solo 15 Big in gara: il ritmo ringrazia. Il Festival si fa più televisivo, più spettacolare. E forse più competitivo sul fronte ascolti.
Ora la vera domanda è una sola: questa risalita di tono si tradurrà anche in numeri? Il confronto con la terza serata dello scorso anno sarà impietoso o indulgente? Intanto, per una notte, l’Ariston ha smesso di correre contro il tempo e ha ricominciato a fare quello che sa fare meglio: intrattenere.
di Lorenza Sebastiani







