Il referendum appena archiviato non ha lasciato dietro di sé soltanto un risultato politico netto. Ha aperto anche una fase nuova, più nervosa, dentro la maggioranza. La vittoria del No, accompagnata da una partecipazione superiore alle attese, sta infatti producendo una serie di scosse che si avvertono già con chiarezza nei palazzi del potere. Le dimissioni che stanno colpendo l’esecutivo e l’area che lo sostiene non appaiono come episodi isolati, ma come i primi segnali di un riassetto destinato a preparare il centrodestra all’ultimo tratto della legislatura.
A essere investita più direttamente è Fratelli d’Italia, che si trova a fare i conti con il caso Delmastro, con il nodo Santanchè e con l’uscita della capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma la fibrillazione non si ferma lì. Anche Forza Italia si muove, e non poco, come dimostra il cambio improvviso al Senato con Stefania Craxi eletta al posto di Maurizio Gasparri come capogruppo. Il quadro che emerge è quello di una coalizione che prova a tenere la barra dritta, ma che dopo il referendum appare molto meno granitica di quanto volesse mostrare fino a pochi giorni fa.
Affluenza oltre le attese e vittoria del No
Il primo dato che colpisce è la partecipazione. Per molti osservatori, e a quanto pare anche per una fetta consistente del Paese, l’affluenza è stata una sorpresa. Il 45% degli italiani pensava che i votanti sarebbero stati meno numerosi. Solo una quota più ridotta, il 14%, aveva immaginato uno scenario simile a quello poi verificatosi, mentre un 13% si sarebbe aspettato addirittura una mobilitazione ancora più ampia. È un dato che racconta bene quanto la consultazione sia riuscita a scuotere l’elettorato ben oltre le previsioni iniziali.
A restare più colpiti dall’alta partecipazione sono stati soprattutto coloro che si sono schierati per il No. Tra loro la sorpresa riguarda il 57% degli elettori. Anche tra chi ha votato Sì, però, non mancava la sensazione che l’affluenza sarebbe stata più bassa: lo pensa il 46% di quell’area. In altre parole, il referendum ha messo in moto più persone del previsto e lo ha fatto in un modo che ha spiazzato sia i vincitori sia gli sconfitti.
Anche sul risultato finale, infatti, le aspettative sono state smentite. Il 42% degli elettori riteneva probabile una vittoria del Sì. A rimanere più delusi sono stati proprio i sostenitori di quella posizione: ben il 66% era convinto che avrebbe prevalso il proprio schieramento. Sul fronte opposto, invece, gli elettori del No si mostravano più fiduciosi. Oltre il 60% si aspettava la vittoria, con una parte che immaginava un’affermazione netta e un’altra che la prevedeva più contenuta. Alla fine è arrivato un messaggio chiaro, che ha smentito una parte importante delle attese e ha ridisegnato immediatamente il clima politico.
Chi ha perso davvero: governo, Meloni o la politica?
La domanda più interessante, a questo punto, è forse un’altra: chi esce davvero sconfitto da questo referendum? Nella percezione degli italiani, la sconfitta investe in primo luogo il governo. Lo pensa il 22% del totale degli elettori, percentuale che sale in modo marcato tra chi ha votato No. Un altro 13% individua invece in Giorgia Meloni la vera figura colpita dall’esito della consultazione. Si tratta di un dato politicamente rilevante, perché segnala come il voto sia stato letto da molti anche come una battuta d’arresto per la leadership della presidente del Consiglio.
Sul versante opposto, i vincitori non vengono identificati tanto con i partiti di opposizione quanto con la magistratura. È questo l’elemento forse più rivelatore dell’intero quadro. Il 20% degli elettori indica infatti nei magistrati i veri vincitori del referendum, mentre solo una quota molto più ridotta attribuisce questo ruolo alle opposizioni. Tra chi aveva votato Sì, la convinzione che ad aver prevalso sia stata soprattutto la magistratura è ancora più forte. È un dettaglio che pesa, perché conferma come la consultazione sia stata vissuta da una parte significativa dell’opinione pubblica non tanto come un classico duello tra maggioranza e opposizione, ma come uno scontro più profondo tra politica e potere giudiziario.
Gli errori della campagna e le ricadute sul governo
Quando si passa ad analizzare la campagna referendaria, il giudizio degli elettori si concentra soprattutto sui toni. Il 22% indica proprio negli eccessi verbali e nella durezza dello scontro uno degli errori principali commessi durante il confronto pubblico. È una critica che pesa soprattutto nell’area del No, segno che proprio lì si avverte di più il fastidio per una campagna vissuta come troppo esasperata. Più limitato, invece, il numero di coloro che contestano un’eccessiva politicizzazione da parte della maggioranza o l’esposizione diretta di Giorgia Meloni nelle ultime settimane. Colpisce però anche un altro dato: la maggioranza relativa, il 29%, ritiene che nella campagna non ci siano state particolari sviste. Come a dire che, al netto delle tensioni, il problema non sarebbe stato tanto il modo in cui il referendum è stato raccontato, quanto la sostanza stessa della proposta sottoposta agli elettori.
Quanto alle conseguenze sul governo, il quadro appare più sfumato di quanto il clamore politico potrebbe far pensare. Solo il 18% immagina un indebolimento evidente dell’esecutivo. Un altro 29% ritiene che qualche contraccolpo ci sarà, ma destinato a rientrare in tempi relativamente brevi. Il 30%, invece, non si aspetta ricadute significative. È un dato che raffredda l’idea di un terremoto imminente. Gli italiani, insomma, vedono il colpo, ma non necessariamente il crollo.
Naturalmente il giudizio cambia in base al voto espresso. Tra i sostenitori del Sì prevale l’idea che, in fondo, il governo continuerà il proprio cammino senza danni veri. Tra chi ha votato No, invece, la sensazione di un indebolimento è molto più forte, anche se si divide tra chi lo ritiene profondo e duraturo e chi invece lo considera più contenuto e passeggero. In entrambi i casi, però, il referendum sembra aver lasciato il segno.
Su un punto, invece, gli elettori appaiono piuttosto concordi: il rapporto tra magistratura e governo non migliorerà. Solo una minoranza molto ridotta immagina un allentamento delle tensioni. La quota più consistente pensa che nulla cambierà davvero, mentre una parte non trascurabile si aspetta addirittura uno scontro ancora più duro. È forse questo il lascito politico più concreto del referendum: non una crisi immediata, ma un aumento della diffidenza reciproca tra due mondi che già da tempo si guardano con sospetto.
Alla fine il quadro che esce dal voto è più complesso di quanto dicano le letture più sommarie. Il Paese si è mosso, ha partecipato più del previsto e ha respinto una modifica percepita da molti come troppo schierata e troppo aggressiva. Ha mandato un segnale forte, senza però mostrare la volontà di aprire una fase di instabilità totale. Gli italiani sembrano aver voluto dire no a un cambiamento ritenuto sbagliato, ma senza per questo chiedere di far saltare il tavolo. Il messaggio è arrivato forte e chiaro. Ora tocca alla politica decidere se ascoltarlo davvero o fingere che sia stato soltanto un incidente di percorso.







