Direttiva Ue anticorruzione, il caso abuso d’ufficio travolge il governo: Nordio e Meloni davanti al rebus che può riaprire tutto

Giorgia Meloni e Carlo Nordio

L’Europa rimette il piede in una delle ferite più controverse della giustizia italiana e lo fa nel momento peggiore per il governo. Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alla nuova direttiva Ue anticorruzione, approvandola con 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni. Il risultato politico, ancora prima di quello giuridico, è già evidente: il tema dell’abuso d’ufficio, archiviato da Carlo Nordio nel 2024 come un relitto da smantellare, torna improvvisamente al centro della scena. E ci torna con il timbro di Bruxelles.

Il punto non è soltanto tecnico. È simbolico. Perché la destra aveva rivendicato l’abolizione dell’abuso d’ufficio come una liberazione da una norma ritenuta vaga, paralizzante, usata troppo spesso come clava contro sindaci e amministratori. Adesso però la nuova direttiva europea rimette sul tavolo un principio che in Italia suona come una provocazione politica: almeno alcune gravi violazioni della legge compiute intenzionalmente da un pubblico ufficiale, anche per omissione, devono essere punite penalmente. Ed è esattamente su questa formula che si è riaperta la guerra delle interpretazioni.

La direttiva Ue anticorruzione e il nodo abuso d’ufficio

La maggioranza prova a rassicurare. Il ragionamento è questo: la direttiva non impone automaticamente di resuscitare il vecchio abuso d’ufficio italiano così com’era, perché lascia agli Stati membri margini di adattamento e contiene una clausola decisiva, quella secondo cui i Paesi possono limitare l’applicazione della norma a determinate categorie di pubblici ufficiali. È il passaggio su cui il governo punta per sostenere che non esiste alcun obbligo secco e immediato di tornare indietro.

Le opposizioni, ovviamente, leggono la faccenda al contrario. Per Pd e M5S il voto europeo è uno schiaffo politico a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, perché certifica che un vuoto di tutela esiste e che quel vuoto ora rischia di essere incompatibile con il nuovo quadro comune europeo. Non è un caso che Giuseppe Busia, presidente dell’Anac, abbia auspicato apertamente che il recepimento della direttiva serva a colmare i buchi apertisi con l’abrogazione del reato. Una frase tutt’altro che neutra, anche se pronunciata con lessico istituzionale.

E qui sta il cuore del problema. Non siamo davanti a un regolamento, che si applicherebbe direttamente. Siamo davanti a una direttiva, e questo significa che ogni Stato avrà tempo per recepirla e margini per farlo secondo il proprio ordinamento. Ma proprio questa elasticità rischia di trasformarsi in un campo minato politico: perché il governo potrà provare a costruire una formula minimale, mentre la Commissione europea sarà poi chiamata a valutare se quel recepimento rispetti davvero lo spirito della norma. Se non lo farà, scatterà il rischio di una procedura d’infrazione. Non domani mattina, ma il sentiero è quello.

Nordio esulta meno, l’opposizione molto di più

C’è poi un dettaglio che racconta bene la natura ambigua di questa vicenda: il testo finale approvato a Strasburgo è molto più morbido di quello originariamente presentato dalla Commissione nel 2023. In quella prima versione, l’abuso d’ufficio era indicato in modo assai più netto tra i reati minimi da armonizzare. L’Italia, nel frattempo, aveva già cominciato la propria controffensiva politica e culturale. La riforma Nordio era in cantiere, e Roma aveva contestato la proposta europea accusandola di invadere eccessivamente il terreno nazionale. Alla fine, qualcosa il governo italiano l’ha portato a casa: la formulazione si è annacquata. Ma non abbastanza da chiudere la partita.

Per questo la maggioranza non può cantare vittoria fino in fondo, e l’opposizione invece alza i toni. La linea del governo è che la direttiva non impone il ritorno automatico del vecchio reato, e in senso strettamente letterale questa difesa ha una base. Però è altrettanto vero che la nuova norma europea riporta al centro proprio quel tipo di condotte che il governo pensava di aver disinnescato una volta per tutte. Insomma, non è detto che rinasca l’abuso d’ufficio con la stessa etichetta, ma è difficile sostenere che non ci sia più alcun problema. Anzi, il problema è tornato eccome. Solo che adesso parla europeo.

La politica italiana ora non può più far finta di niente

Le parole più pesanti, in fondo, non sono arrivate né dai partiti né dai commentatori, ma dal presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. Il quale, senza fare comizi, ha detto la cosa più semplice e più destabilizzante: la politica sarà chiamata a prendere atto di questa nuova legislazione europea. Tradotto dal burocratese al politichese: il tema non si può più derubricare a fissazione delle opposizioni o a nostalgia giustizialista. Ora c’è un testo approvato, ci sono obblighi di recepimento, ci sarà un controllo di compatibilità. E il Parlamento italiano dovrà decidere cosa fare.

Il paradosso è che quasi tutti gli eurodeputati italiani, di maggioranza e opposizione, hanno votato a favore della direttiva. Quasi tutti, appunto. E questo rende ancora più complicata la narrazione di chi oggi prova a sostenere che non sia successo nulla. Qualcosa è successo eccome. È passata una direttiva che armonizza i reati di corruzione e che, dentro quella armonizzazione, riapre una questione che il governo Meloni aveva chiuso con una scelta identitaria. Ora quella scelta dovrà misurarsi con Bruxelles, con l’Anac, con la Consulta e soprattutto con una realtà politica molto meno addomesticabile degli slogan.

Il punto, alla fine, è uno solo. Le opposizioni esagerano quando dicono che l’abuso d’ufficio è già rientrato dalla finestra? Forse sì, almeno sul piano immediato. La maggioranza esagera quando dice che non cambierà assolutamente nulla? Anche. Perché la verità, spesso, è più scomoda dei comizi: il vecchio reato non risorge automaticamente, ma il vuoto lasciato dalla sua abolizione è tornato sotto i riflettori europei. E adesso per il governo sarà molto più difficile far finta che quel vuoto non esista.