Enorme schiaffo a Trump: un giudice federale del Minnesota ferma l’ICE. «I rifugiati hanno diritti legali e non possono vivere nel terrore».

Donald Trump

È uno schiaffo politico e istituzionale di quelli che fanno rumore. Di quelli che arrivano dritti al volto della Casa Bianca e mettono in discussione l’intera architettura della politica migratoria voluta dal presidente Donald Trump. Un giudice federale del Minnesota ha ordinato all’Immigration and Customs Enforcement di fermare immediatamente gli arresti e la deportazione dei rifugiati ammessi legalmente negli Stati Uniti e di rilasciare senza indugi quelli già detenuti per la revisione dei loro casi.

A firmare l’ordinanza è il giudice John Tunheim, che non usa giri di parole e soprattutto non mostra alcuna soggezione nei confronti dell’esecutivo. Le sue parole sono una lama: «I rifugiati hanno il diritto legale di stare negli Stati Uniti, di lavorare e vivere pacificamente e, cosa più importante, il diritto di non essere sottoposti al terrore di un arresto e detenzione senza mandato o motivo nelle proprie case e mentre si recano in chiesa o al supermercato».

Non è solo una sentenza. È una presa di posizione. È la magistratura federale che dice no a una strategia basata sulla paura, sulle retate improvvise, sugli arresti in strada, nei quartieri, davanti alle scuole e nei luoghi di culto. È un giudice che afferma un principio semplice e insieme dirompente: la legge vale anche quando il potere vorrebbe piegarla.

L’ordinanza ristrettiva riguarda almeno un centinaio di rifugiati arrestati durante le operazioni dell’ICE in Minnesota, condotte nell’ambito di una campagna su larga scala contro l’immigrazione irregolare promossa dall’amministrazione Trump. Molti di questi rifugiati erano stati ammessi legalmente negli Stati Uniti, lavoravano, avevano una casa, una comunità, una vita stabile. Sono stati prelevati come sospetti, senza mandato, senza accuse penali, senza alcuna emergenza. Tunheim ha imposto il rilascio immediato dei detenuti e il blocco delle deportazioni, stabilendo che chi è stato ammesso legalmente nel Paese non può essere trattato come un clandestino da catturare. Un colpo diretto al cuore dell’impostazione dell’ICE, che nelle ultime settimane ha operato con un approccio sempre più aggressivo, sostenuto politicamente dalla Casa Bianca.

La risposta dell’amministrazione Trump non si è fatta attendere. È già stato annunciato il ricorso. La linea resta quella della “tolleranza zero” e della revisione di migliaia di concessioni di asilo rilasciate durante la presidenza di Joe Biden, in particolare a rifugiati che non hanno ancora ottenuto la green card. L’obiettivo dichiarato è verificare eventuali frodi. Il risultato concreto, però, è stato un clima di terrore diffuso, con intere comunità paralizzate dalla paura di uscire di casa. Ed è proprio questa parola – terrore – che il giudice mette nero su bianco. Non ordine pubblico, non sicurezza nazionale. Terrore. Un termine che ribalta la narrazione ufficiale e che inchioda la politica migratoria a ciò che è diventata: uno strumento di intimidazione.

Nelle stesse ore, lo zar dei confini Tom Homan ribadiva da Minneapolis la necessità di «ristabilire la legge e l’ordine», invitando chi protesta contro le deportazioni a rivolgersi al Congresso. Un linguaggio muscolare, da emergenza permanente, che però si scontra frontalmente con la decisione del tribunale federale. Perché la legge, ricorda Tunheim, non è quella proclamata in conferenza stampa: è quella scritta nella Costituzione.

Il giudice del Minnesota non si limita a fermare un’operazione. Smonta l’assunto di fondo su cui si regge l’azione dell’ICE: l’idea che la presenza legale possa essere sospesa per via amministrativa, che il diritto possa diventare condizionale, che la libertà sia revocabile senza un giudice, senza un mandato, senza una colpa. È per questo che la sentenza pesa come un macigno. Perché arriva in un momento in cui il potere esecutivo spinge per normalizzare l’eccezione, per trasformare l’arresto indiscriminato in prassi, la detenzione preventiva in strumento politico. Tunheim dice no. E lo fa senza timori, senza mediazioni, senza linguaggio diplomatico.

La battaglia legale è tutt’altro che finita. Il ricorso dell’amministrazione Trump aprirà un nuovo fronte nei tribunali federali. Ma il segnale è già stato lanciato: esistono ancora giudici disposti a opporsi, a mettere un limite, a ricordare che i diritti non sono una concessione del governo di turno In Minnesota, oggi, quel limite ha un nome e una firma. Ed è un nome che alla Casa Bianca non piacerà affatto.