Famiglia nel bosco, Nathan si stacca da Cate: “O cambi strada o i figli me li riprendo da solo”

Famiglia nel bosco: Nathan e Cate con i loro figli

Alla fine, dentro la storia della famiglia nel bosco, il fronte più duro non è più soltanto quello tra i genitori e le istituzioni. La crepa vera, quella che cambia tutto, si è aperta tra Nathan e Catherine. Nel casale di Contrada Mondola, a Palmoli, dove per mesi la coppia ha difesa il proprio mondo come un fortino assediato, ora è arrivato il momento della frattura interna. Lui da una parte, lei dall’altra. Lui nella struttura in affitto, lei rimasta a dormire sola nel grande stanzone della casa con gli animali. E in mezzo, più lontani di tutti, i tre figli ancora nella casa famiglia di Vasto.

È un passaggio che pesa più di molte dichiarazioni. Perché finché Nathan e Cate erano rimasti compatti, il racconto pubblico di questa vicenda aveva conservato almeno una sua coerenza: una coppia contro il sistema, un modello di vita alternativo contro tribunali, servizi sociali, obblighi e regole. Adesso invece quel blocco si è incrinato. E quando si rompe l’unità della coppia, si rompe anche la narrazione.

L’ultimatum di Nathan: “O fai come dico io o mi riprendo i figli da solo”

Nathan Trevallion, che finora aveva accompagnato la moglie lungo ogni scontro, avrebbe deciso di cambiare postura. Non più compagno silenzioso di una battaglia permanente, ma padre che tenta di salvare un rapporto con i figli anche a costo di separarsi dalla linea di Catherine Birmingham. Il punto di svolta sarebbe arrivato venerdì, nel giorno in cui l’uomo ha dovuto affrontare l’ultimo test psicologico e insieme l’impatto devastante della separazione completa dai tre bambini. Quel dolore, secondo chi gli è vicino, lo avrebbe cambiato ancora.

La frase che avrebbe pronunciato a Catherine è di quelle che segnano una svolta netta: “Adesso o fai come dico io o mi riprendo da solo i nostri figli”. Non è soltanto uno sfogo. È la dichiarazione di un nuovo equilibrio di forza dentro la coppia. Nathan, che fino a qui aveva rispettato quella che viene descritta come l’impronta culturale fortissima della moglie, il suo carattere accentratore, la sua visione rigida e totalizzante, avrebbe deciso di mettersi al centro della scena. Per la prima volta, da quanto emerge, vuole fare il capofamiglia.

“Adeguato” lui, “pericolosa” lei: il verdetto dei giudici che spacca la coppia

Il dato più pesante è che questa svolta non nasce da una differenza ideologica tra i due. Lui stesso lo avrebbe detto a Catherine: “Perché tutti ce l’hanno con te e con me no? Facciamo la stessa vita, crediamo nelle stesse cose”. Ed è qui che il caso diventa ancora più spietato. Perché Nathan non sta rinnegando la loro scelta di vita. Sta prendendo atto del fatto che, agli occhi del tribunale, tra lui e lei esiste ormai una differenza decisiva.

L’ultima volta che i due si sarebbero visti, domenica pomeriggio, lui era nel giardino della casa nel bosco. Le avrebbe letto alcuni passaggi dell’ordinanza in cui quattro giudici definiscono lui “adeguato” e lei “pericolosa”. Due parole che da sole spiegano il punto a cui è arrivata la vicenda. Non siamo più dentro un generico conflitto educativo o dentro una disputa sui metodi. Qui il sistema giudiziario ha già tracciato una linea: il padre può essere considerato una figura possibile per un affidamento, la madre no, almeno alle condizioni attuali.

Addio alla libertà totale: Nathan accetta le regole su vaccini e scuola

Nathan, infatti, si è rivolto agli avvocati per chiarire la propria posizione. E la sua posizione, già nei giorni scorsi, l’aveva in parte anticipata. “Sono disposto a seguire gli standard italiani, lo faccio con la testa, non con il cuore, ma lo faccio”, aveva spiegato. Una frase molto concreta, e anche molto dura, perché contiene un’ammissione implicita: ciò che fino a ieri la coppia rivendicava come libertà educativa oggi rischia di essere il motivo principale della perdita dei figli.

Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila, secondo quanto emerge, avrebbe già aperto uno spiraglio per lui. A Catherine è stato vietato di vedere i bambini senza una presenza esterna, mentre al marito è stato consentito di recarsi ogni giorno nella struttura protetta di Vasto e di stare con loro per un’ora e mezza. È un dettaglio che pesa enormemente. Perché in una vicenda simile i minuti concessi a un genitore valgono come un giudizio anticipato sulla sua affidabilità.

I giudici, del resto, sembrano disposti a valutare davvero un affidamento esclusivo al padre. Ma a una condizione precisa: Catherine dovrebbe accettare le leggi italiane, le vaccinazioni, un percorso scolastico definito. In caso contrario non potrebbe vivere sotto lo stesso tetto del marito e, in prospettiva, dei figli. In altre parole, il tribunale non sta soltanto separando madre e bambini. Sta anche imponendo una scelta radicale al nucleo familiare: o l’adesione alle regole, oppure la disgregazione definitiva della convivenza.

Catherine sola nel casale: il sogno bucolico diventa isolamento

Ed è questo, forse, il passaggio più crudele della storia. Perché mentre fuori si continua a parlare di libertà, diritti, modelli educativi alternativi e scontro con i servizi, dentro quella casa si sta consumando una separazione ben più elementare. Nathan avrebbe detto a Catherine: “Io li ho sempre messi davanti a tutto, tu invece no”. Una frase che suona come un’accusa intima, domestica, forse persino irreparabile.

Lei, intanto, resta nel casale. La scena è quasi cinematografica: la pioggia, la nebbia che sale, il legno della stufa, gli animali, il cavallo Lee da cercare prima che faccia buio. Catherine Birmingham è sola nella casa che per la coppia rappresentava l’anima, il rifugio, la scelta di vita. Ma mentre il luogo resta lo stesso, il senso cambia completamente. Non è più il simbolo di una libertà difesa contro tutti. È diventato il luogo dell’isolamento.

I bambini, nove anni la maggiore e sette i due gemelli, per ora restano a Vasto. Li ha sentiti via tablet, ma avrebbe capito che la possibilità di un loro rientro immediato si allontana. Anzi, prende quota l’ipotesi opposta: che restino nella struttura di accoglienza. L’hanno chiesto l’assistente sociale e la tutrice. E il fatto che Catherine sia uscita dalla struttura, da quanto filtra, avrebbe reso la quotidianità interna meno conflittuale.

Tensione a Vasto: insulti agli educatori e il rischio di una permanenza lunga

Questo elemento pesa anche sul piano pratico. Perché il Consiglio di amministrazione della struttura deve decidere sul futuro dei piccoli, e il clima attorno alla casa famiglia si è fatto sempre più tossico. La psichiatra responsabile e le educatrici, secondo quanto emerge, sarebbero esauste per l’esposizione mediatica e per la pressione continua. Il caso è esploso ben oltre i confini giudiziari ed è diventato una battaglia simbolica, dove chiunque si sente autorizzato a urlare.

Il livello di ostilità si è visto anche sabato scorso, quando alcuni manifestanti che protestavano davanti ai cancelli della struttura avrebbero scambiato un’ospite per un’educatrice insultandola con accuse pesantissime: “Sequestratori, volete vendervi i bambini”. È uno slittamento pericoloso, perché trasforma una vicenda delicatissima di tutela minorile in una piazza emotiva dove tutto si mescola: rabbia, sospetto, propaganda, vittimismo, paranoia.

Che i tre bambini possano restare nella struttura non è più soltanto un’ipotesi sussurrata. La Garante regionale per l’Infanzia, Alessandra De Febis, ha confermato che si stanno valutando tutte le soluzioni possibili, compresa quella della permanenza nella struttura che attualmente li ospita. Dunque non c’è alcuna certezza di un ritorno a casa nel breve periodo. Anzi, la direzione sembra un’altra.

La battaglia legale e il tramonto della “fortezza nel bosco”

Sul fronte legale, intanto, la battaglia continua. Gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas stanno limando il ricorso in appello contro l’ordinanza di separazione. Il testo punterebbe su tre elementi essenziali: il carattere unilaterale della decisione di allontanamento, l’uso selettivo delle valutazioni psichiatriche di Chieti e il ruolo dell’assistente sociale, ritenuta dalla difesa inadatta alla mediazione e troppo inclinata alla separazione.

È una controffensiva giudiziaria prevedibile, ma il punto politico e umano del caso ormai è un altro. Perché mentre i legali scrivono, i giudici valutano e i manifestanti urlano, la famiglia si sta ridefinendo senza più aspettare le sentenze finali. Nathan si è spostato. Catherine è rimasta. I figli sono altrove. E questa geografia della separazione, prima ancora delle carte, racconta da sola chi oggi sta cedendo terreno e chi invece tenta di accreditarsi come unica figura ancora compatibile con il rientro dei bambini.

Dentro questa storia non c’è nulla di romantico, nulla di bucolico, nulla di edificante. C’è una coppia arrivata al punto in cui l’amore evocato a parole non basta più a tenere insieme una strategia comune. C’è un padre che capisce di poter essere considerato recuperabile dal sistema e una madre che, almeno per ora, continua a esserne vista come l’elemento di rischio. E c’è soprattutto il sospetto che il vero epilogo non sia la vittoria di uno contro l’altro, ma la fine definitiva di quel modello familiare che Nathan e Catherine avevano costruito come una fortezza. Adesso quella fortezza è rimasta nel bosco. Ma dentro, di famiglia, sembra esserci sempre meno.