Fischi a Vance e “buu” all’Hockey Arena: l’America scopre di non essere più amata nemmeno dai suoi atleti

«Strano. Stava in un paese straniero. Qui piace, non viene fischiato». Donald Trump ha liquidato così i fischi piovuti addosso a J.D. Vance alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Frase perfetta, se il mondo fosse rimasto quello di una volta: l’America come calamita, la sua bandiera come un passaporto emotivo, i suoi uomini come inevitabili protagonisti. Peccato che il mondo, nel frattempo, sia cambiato. E Milano l’ha fatto notare due volte: prima a San Siro, poi all’Hockey Arena, dove ai fischi si sono aggiunti i “buu” durante la partita tra la nazionale femminile statunitense e quella finlandese. Seconda contestazione, stesso segnale: non è una distrazione, è un clima.

Il punto, però, non è neanche la contestazione in sé. Le arene fischiano da sempre, i grandi eventi sono specchi brutali, e a volte riflettono solo l’umore della folla. Il punto vero è che, in queste ore, a inchiodare l’amministrazione Trump non sono soltanto gli spettatori italiani o internazionali. Sono gli atleti americani. Quelli che dovrebbero essere il volto “pulito”, la narrazione positiva, il soft power in tuta tecnica. E invece, davanti alle telecamere, qualcuno sente il bisogno di dire ad alta voce: non confondeteci con ciò che sta succedendo a casa nostra.

Hunter Hess, atleta di sci freestyle, lo fa con una frase che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme più forte di qualsiasi fischio: «Solo perché indosso la bandiera, non significa che rappresenti tutto quanto accade negli Stati Uniti». Non è una battuta, non è una provocazione. È un distinguo necessario, quasi un’autodifesa. È l’ammissione che in questo momento la bandiera pesa, non solo per orgoglio ma anche per imbarazzo. E quando un atleta sente il bisogno di separare se stesso dal proprio Paese sul palcoscenico globale delle Olimpiadi, non sei più davanti a un episodio di tifo: sei davanti a un problema d’immagine che ti si è infilato nelle ossa.

Trump, ovviamente, potrebbe raccontarla in modo diverso. Potrebbe dire che Hess è un attivista democratico travestito da sportivo, un anti-Maga, uno dei soliti “nemici del popolo” che osano dissentire. È un copione già visto. Ma il copione si sbriciola quando le crepe arrivano da dentro la squadra. Quando anche chi dice “amo gli Stati Uniti” aggiunge subito dopo parole che, per la Casa Bianca, sono una coltellata.

Chris Lillis, freestyler, oro a Pechino nel 2022, mette insieme orgoglio e dolore in modo quasi chirurgico. Dice di amare gli Stati Uniti e «non vorrei mai rappresentare» nessun altro paese ai Giochi. Però ammette di avere «il cuore spezzato», rispondendo a una domanda su cosa prova per quanto avviene in America: «Molte volte gli atleti sono riluttanti a parlare di opinioni politiche, ma mi sento distrutto da ciò che accade negli Usa. Se state parlando dell’Ice, penso che, come Paese, dovremmo concentrarci sul rispetto dei diritti di tutti e assicurarci di trattare i nostri cittadini bene come chiunque altro, con amore e rispetto». E poi aggiunge: «Spero che quando la gente guarda gli atleti gareggiare alle Olimpiadi, capisca che questa è l’America che stiamo cercando di rappresentare».

Non sono frasi da slogan. Sono frasi da persona che sta provando a salvare un’identità collettiva mentre la politica la trascina in una guerra culturale permanente. Il messaggio è netto: esiste un’America che loro vogliono rappresentare, e non coincide con l’America che il pubblico europeo percepisce quando vede certe scelte e certi simboli.

Che la situazione sia seria lo capisci anche da un dettaglio che, di solito, passa inosservato: perfino un quotidiano conservatore come il Wall Street Journal, che non è esattamente un circolo di poesia progressista, registra il dato e lo mette in prima pagina con un titolo che suona come un referto: “Team USA e Vance fischiati in una gelida accoglienza alle Olimpiadi invernali italiane”.

E nel racconto viene sottolineata la portata del segnale, con un passaggio che fa male perché non ha bisogno di aggettivi drammatici: «L’Italia ha aperto le braccia per accogliere il mondo intero. Beh, quasi tutto il mondo. In un segno inequivocabile di come la visione dell’America in Europa si stia rapidamente offuscando, la delegazione statunitense è entrata allo stadio di San Siro tra un coro di fischi e disapprovazione da parte della folla internazionale di oltre 65.000 persone. Le derisioni sono aumentate quando Vance è apparso sul grande schermo durante l’arrivo del Team Usa. L’unica altra squadra a ricevere un trattamento simile è stata Israele».

Qui Trump prova a cavarsela dicendo che Vance “in patria piace”. Ma il punto, ancora una volta, è un altro: non è l’indice di gradimento domestico, è l’effetto all’estero. Non è una questione di elezioni, è una questione di reputazione globale. E se perfino gli atleti, quelli che dovrebbero tenersi lontani dalla politica per proteggere carriera e sponsor, iniziano a parlare “incuranti delle possibili conseguenze”, significa che la pressione interna è diventata più forte della paura.

Mikaela Shiffrin lo fa con un registro diverso, più alto, quasi programmatico, citando anche Mandela: “Sono qui ai Giochi per rappresentare i miei valori. Io credo nell’importanza della gentilezza, della diversità e della condivisione. Esistono nel mondo e negli Stati Uniti grandi difficoltà, strazio e violenza, non è facile conciliare tutto questo con le gare sportive ma dobbiamo farlo, senza mai smettere di dire come la pensiamo. Spero che le Olimpiadi siano un grande spettacolo sportivo e di condivisione”. È una presa di posizione misurata, ma proprio per questo efficace: non urla, non attacca, non fa propaganda. Dice: io non posso fingere che non esista il contesto.

Poi c’è Amber Glenn, che racconta un altro livello del problema, quello delle minacce e dell’odio mirato: “Sono vittima di un’enorme quantità di odio e di avvertimenti pesanti, soltanto per avere detto quello che penso. Ma è necessario rimanere forti: non mi faccio spaventare e non smetterò mai di usare la mia voce per ribadire ciò in cui credo, lo sento come un dovere. A volte mi consigliano di pensare solo allo sport e di lasciare perdere la politica, e io rispondo che la politica riguarda tutti e colpisce tutti. Compresa quella di un presidente come Donald Trump. È giusto che si sappia che in tanti, in tantissimi non la pensiamo come lui”. Qui non c’è più neanche il tema della bandiera: c’è il tema del prezzo da pagare per esistere in pubblico.

E quando Trump replica su Hess con la mazza chiodata, la scena diventa quasi didascalica: “Lo sciatore olimpico americano Hunter Hess, un vero perdente, afferma di non rappresentare il suo Paese alle attuali Olimpiadi invernali”, attacca. “Se è così non avrebbe dovuto nemmeno candidarsi per la squadra, è un peccato che ne faccia parte. È davvero difficile fare il tifo per una persona del genere”. È una risposta che non prova a capire, prova a schiacciare. Non è politica estera: è gestione del dissenso come insulto personale. E ogni volta che lo fai, in mondovisione, il danno reputazionale si moltiplica.

Il caso più grottesco, e forse per questo più rivelatore, è quello di Gus Kenworthy, americano di nascita ma in gara per la Gran Bretagna, che sceglie una “eloquenza” senza precedenti scrivendo “Fuck Ice” sulla neve con la pipì. Volgare, certo. Ma lo sport, quando la politica entra in campo, diventa anche questo: simboli estremi, gesti estremi, reazioni estreme. Perché se non senti di avere spazi normali per dire le cose, finisci a urlarle.

E adesso arriva il secondo fronte, quello che alla Casa Bianca interessa davvero: lo spettacolo globale fuori dall’Olimpiade, il Super Bowl, la vetrina più vista e più ricca. Se alle Olimpiadi l’America viene contestata in Europa, allo show dell’intervallo il rischio è che la frattura diventi domestica, davanti al proprio pubblico. Trump ripete che grazie a lui gli Stati Uniti sono diventati il paese più “hot” al mondo. Milano, con il suo gelo non solo meteorologico, ha risposto che forse non è esattamente così.

La parte più pesante di tutta questa storia è che non riguarda una gara, un fischio, un video. Riguarda il soft power, quello che l’America ha sempre usato come arma silenziosa: essere desiderata, essere imitata, essere raccontata come promessa. Se oggi gli alleati si piegano solo perché gli Usa sono potenti e ricchi e Trump è imprevedibile, allora non è più attrazione: è timore. E il timore non crea consenso, crea risentimento. Quello che a San Siro e all’Hockey Arena è diventato suono, e che in bocca agli atleti è diventato frase: “Non siamo questo. Non vogliamo essere solo questo”.

La domanda, adesso, non è se Vance sia popolare a casa. La domanda è se a Washington abbiano capito che l’America, fuori, non viene più applaudita per inerzia. E che, quando persino chi la rappresenta con una medaglia al petto sente il bisogno di prendere le distanze, il problema non è Milano. È l’immagine di un Paese che si sta spegnendo nel momento in cui crede di brillare di più.