La riforma simbolo, la battaglia storica, la bandiera identitaria, il vessillo da sventolare davanti all’elettorato come prova di esistenza in vita politica. E poi? Poi niente. Forza Italia perde il referendum sulla giustizia, vede bocciare quella separazione delle carriere venduta per anni come il cuore stesso del berlusconismo, e reagisce con l’energia di un ufficio anagrafe alle quattro del pomeriggio. Nessun sussulto vero, nessuna autocritica, nessun terremoto interno. Solo Antonio Tajani che allarga le braccia, invita tutti a stare uniti e sostanzialmente dice che più di così non si poteva fare. Il problema, semmai, è che più di così non si è nemmeno provato a immaginare.
Perché se c’era un tema sul quale Forza Italia doveva dimostrare di esistere ancora come partito e non come reliquia in formalina del Cavaliere, era proprio questo. La giustizia, i magistrati, la separazione delle carriere: tutto il bagaglio storico, emotivo e propagandistico degli azzurri era condensato lì. E invece il risultato è stato un disastro politico in piena regola, con il No che prevale persino in regioni amministrate da governatori forzisti. Un’umiliazione che in un partito vivo avrebbe prodotto almeno un dibattito. Qui no. Qui si cambia argomento, si liscia la giacca e si ricomincia come se il fallimento fosse una formalità da smaltire in segreteria.
Tajani perde la sua battaglia e si blinda comunque
Il punto più interessante, e anche il più sconfortante, è proprio questo: Tajani non esce indebolito, almeno non nell’immediato. Anzi. Trasforma la sconfitta nel pretesto per stringersi ancora di più attorno al fortino. La linea che filtra è disarmante nella sua semplicità: abbiamo fatto tutto il possibile, teniamoci buoni quei 13 milioni di voti e avanti così. Tradotto: nessuno pagherà, nessuno cambierà, nessuno farà finta di aver capito davvero che la “madre di tutte le riforme” è stata seppellita dagli elettori.
E così il segretario accelera sul congresso nazionale previsto tra gennaio e febbraio 2027, a Milano, dove salvo cataclismi o miracoli dinastici verrà confermato senza colpo ferire. Candidato unico o quasi, assenza di sfidanti veri, partito anestetizzato, opposizione interna ridotta a mormorio da corridoio. Il passaggio decisivo, per lui, non è nemmeno politico in senso alto: è organizzativo e quindi molto più importante. Perché quel congresso gli consegnerà la piena legittimazione per fare le liste alle politiche del 2027. E nel sistema dei partiti italiani, chi controlla le liste controlla quasi tutto.
È questo il vero paradosso azzurro: la sconfitta più simbolica della legislatura viene metabolizzata non come un rischio, ma come un fastidio da assorbire fino al prossimo appuntamento interno. Tajani perde la battaglia che più avrebbe dovuto incarnare e, invece di finire sotto osservazione, si prepara a uscire ancora più centrale. Non perché sia forte. Ma perché attorno a lui il deserto è quasi totale.
Marina e Pier Silvio tacciono mentre il partito si restringe
La domanda, inevitabile, è una sola: davvero Marina e Pier Silvio Berlusconi non hanno nulla da dire? Davvero assistono in silenzio alla rottamazione politica della riforma che portava impresso il marchio di famiglia e non ritengono necessario neppure un segnale? Perché qui non stiamo parlando di una legge qualunque, ma dell’ultima vera eredità combattiva del berlusconismo, della storica ossessione contro il sistema giudiziario vissuto come nemico politico. Vederla affondare avrebbe dovuto produrre almeno un sussulto nel perimetro sentimentale e strategico della casa Berlusconi.
Invece, per ora, nulla. E questo silenzio pesa almeno quanto la sconfitta stessa. Anche perché i figli del Cavaliere da tempo fanno filtrare l’idea di voler vedere nel partito volti nuovi, figure pescate nella società civile, un’organizzazione meno spenta e più riconoscibile. Ma finché non arriva un ultimatum vero, Tajani tira dritto. E fa bene, dal suo punto di vista: in politica il vuoto di comando è il miglior alleato del comando esistente.
Il problema è che intanto Forza Italia continua a ridimensionarsi. Non solo nei sondaggi o nella percezione pubblica, ma nel tessuto stesso del partito. Claudio Scajola lo ha detto in modo brutalmente limpido: struttura debole sul territorio, bisogno urgente di figure riconoscibili, necessità di correre perché le elezioni sono dietro l’angolo. Parole che fotografano un partito sempre più leggero, sfilacciato, senza spina dorsale locale, tenuto in piedi più dalla rendita di posizione governativa che da una vera capacità di mobilitazione.
Il referendum perso anche nelle regioni azzurre è il dettaglio che inchioda tutti
Se poi si vuole proprio capire la gravità del momento, basta guardare un dato politicamente velenoso: il No ha prevalso anche in cinque regioni amministrate da Forza Italia. Non in territori ostili, non in roccaforti avversarie, ma nelle aree dove gli azzurri dovrebbero contare, orientare, convincere. Sicilia, Calabria, Basilicata: nomi che da soli bastano a far capire quanto profondo sia stato il buco nell’acqua.
Eppure neppure questo produce una scossa. Si minimizza, si relativizza, si dice che gli analisti sbagliano, che quei dati sugli elettori forzisti passati al No non sono credibili, che semmai è stata Meloni a gestire male la campagna, puntando solo al Nord e trascurando il Sud. Il capolavoro è tutto qui: Forza Italia perde il suo referendum identitario e riesce comunque a raccontarsi come vittima del contesto, quasi spettatrice del proprio fallimento. Una forma di deresponsabilizzazione che, più che rassicurante, è terminale.
Un partito che non reagisce più è un partito che ha già smesso di combattere
La verità è che Forza Italia oggi appare come un partito in declino che ha rinunciato perfino al diritto di arrabbiarsi per le proprie sconfitte. E questa è forse la prova più chiara del suo logoramento. I partiti vivi litigano, si accusano, si spaccano, provano a cambiare pelle, cercano almeno un colpevole. Quelli stanchi no. Archiviano. Assorbono. Sorridono con amarezza e tirano avanti sperando che la prossima legislatura, la prossima lista, il prossimo giro di nomine tenga insieme i pezzi ancora un po’.
Forza Italia, oggi, sembra esattamente questo: un partito che non combatte più per vincere, ma per restare seduto al tavolo. Tajani lo interpreta benissimo, perché è il perfetto custode di una gestione senza strappi, senza lampi, senza veri rischi. Un amministratore dell’esistente, non un ricostruttore. E in un partito che non ha più né il capo carismatico né il coraggio di rifondarsi, questo basta e avanza per sopravvivere.
Il problema è che sopravvivere non è vivere. E la bocciatura della “madre di tutte le riforme” dice proprio questo: Forza Italia non è più il partito che detta una linea, ma quello che contempla i resti del proprio passato e li chiama ancora progetto. Il berlusconismo giudiziario è stato sconfitto alle urne, e il partito che avrebbe dovuto difenderlo reagisce come una compagnia assicurativa davanti a una pratica scomoda.
Alla fine resta una scena quasi grottesca. Giorgia Meloni, furiosa, abbatte il pugno sul tavolo e pretende teste e segnali. Nel partito che più di tutti avrebbe dovuto vivere il referendum come una questione di identità, invece, prevale l’alzata di spalle. “Quale referendum?”, ironizza qualcuno. E forse è proprio questa battuta, più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, a raccontare lo stato reale degli azzurri: un partito che perde il suo ultimo simbolo e riesce perfino a fingere di non essersene accorto.







