Gino Paoli, le sue ceneri nel mare di Boccadasse: l’ultimo ritorno nel borgo de “La gatta” che oggi piange il suo poeta

Gino Paoli – Ipa @lacapitalenews.it

Gino Paoli, le sue ceneri nel mare di Boccadasse. L’ultimo viaggio non poteva che finire in quel fazzoletto di Genova che per lui non era soltanto un borgo da cartolina, ma un pezzo di anima, un approdo sentimentale, il paesaggio interiore da cui era sbocciata “La gatta”. Per sua volontà, le ceneri del cantautore saranno sparse proprio lì, in quel mare che per tutta la vita gli è rimasto addosso come un odore, come una nostalgia, come una seconda pelle.

È un’immagine che dice molto più di qualsiasi commemorazione ufficiale. Dice il legame viscerale tra Paoli e Genova, tra la sua musica e quel miscuglio di malinconia, ironia, silenzi e orizzonte che la città sa regalare ai suoi figli migliori. I funerali, secondo quanto si apprende, si svolgeranno in forma privata, con la sola presenza dei familiari. Una scelta sobria, quasi naturale, per un artista che non ha mai avuto bisogno di grandi cerimonie per lasciare il segno.

Boccadasse, “La gatta” e l’ultimo saluto più intimo

La scelta di Boccadasse non è un dettaglio sentimentale buono per il racconto. È il centro stesso della storia. Perché quel borgo marinaro, stretto tra case colorate e onde, è uno dei luoghi simbolo dell’universo poetico di Gino Paoli. È lì che la memoria collettiva lo ritrova, è lì che la sua voce torna a sembrare quasi presente, come se da una finestra potesse ancora uscire una melodia sghemba e perfetta.

Il mare, del resto, era rimasto il suo orizzonte fino all’ultimo. Viveva nella sua casa sulle alture tra Quinto e Nervi, nel Quartiere Azzurro, da cui poteva continuare a guardarlo. Quasi come se avesse bisogno di tenerlo davanti agli occhi per riconoscersi ancora. Adesso quel mare diventa destinazione finale, non più scenario ma approdo definitivo. E c’è qualcosa di disarmante in questa coerenza fino all’ultimo respiro.

Genova lo omaggia, da De Ferrari fino alla nuova scena musicale

Intanto Genova lo saluta come si salutano i padri veri, quelli che non hanno soltanto avuto successo, ma hanno cambiato la lingua emotiva di una città. Da ieri in piazza De Ferrari le sue canzoni risuonano in filodiffusione, mentre un maxischermo sulla facciata del palazzo della Regione rende l’omaggio visibile a tutti, quasi a impedire che il dolore resti privato.

Le parole delle istituzioni sono piene di commozione, ma il dato più interessante è un altro: Paoli non viene ricordato solo come grande cantautore italiano, ma come uno di quei rari artisti capaci di incarnare un territorio senza mai diventare folklore. Marco Bucci parla di un’eredità immensa, Silvia Salis lo ricorda come una voce unica capace di raccontare l’animo umano e il suo tempo. E dentro queste formule, spesso rituali, stavolta c’è qualcosa di sincero. Perché Paoli non è stato soltanto una firma della musica italiana: è stato un modo di guardare il mondo.

Da Alfa a Olly, da Bresh a Tedua: Paoli resta un padre anche per chi è nato dopo

A colpire, forse più di tutto, è l’omaggio della nuova generazione genovese. Da Olly a Bresh, da Tedua ad Alfa, il cordoglio non è quello svagato e un po’ automatico che accompagna spesso la scomparsa dei grandi nomi. Qui si sente invece il riconoscimento di un debito vero, quasi familiare.

Le parole di Alfa sono forse le più semplici e per questo le più efficaci: “Per noi che veniamo da Genova è sempre stato un punto di riferimento. Io ho imparato a suonare la chitarra con ‘La gatta’”. Dentro questa frase c’è tutto. C’è il passaggio di testimone, c’è il peso di una tradizione che non schiaccia ma accompagna, c’è l’idea che Paoli non appartenga solo ai nostalgici o a un’Italia che non c’è più, ma continui a vivere anche nelle corde, nelle parole e perfino nelle ambizioni dei ragazzi che oggi portano Genova nelle classifiche.

Francesco Baccini, da parte sua, lo ricorda con un tratto più ruvido e più vero: nelle ultime uscite era più arrabbiato, voleva quasi sfidare la morte. Anche questo è un modo di raccontarlo bene, senza santificarlo troppo. Paoli non è mai stato un santino. È stato un uomo complesso, elegante, spigoloso, malinconico e orgoglioso, uno che ha saputo trasformare la fragilità in stile e la disillusione in musica che resta.

Gino Paoli, le sue ceneri nel mare di Boccadasse

Alla fine, tutto torna lì. A Genova. Alle sue alture, al suo mare, ai suoi silenzi, a quel misto di durezza e pudore che Paoli ha saputo tradurre in canzoni come pochi altri. Le sue ceneri sparse a Boccadasse non sono soltanto un ultimo desiderio esaudito. Sono il gesto finale di un uomo che, pur avendo parlato a tutti, ha sempre continuato a parlare soprattutto con la sua città.

Ed è forse per questo che oggi, più che la scomparsa di un grande artista, a Genova si avverte la sensazione di un vuoto domestico. Come se se ne andasse una voce che stava lì da sempre, una presenza ormai incorporata nel paesaggio, qualcosa di inseparabile dal sale, dai tetti, dai tramonti sul mare. “La gatta” era una canzone. Adesso diventa quasi un testamento affettivo.

Paoli torna dunque a Boccadasse nel modo più radicale possibile: non per essere ricordato, ma per restare. Nel mare, nella città, nella musica che continuerà a passare di mano in mano. E anche in questo ultimo gesto c’è tutta la sua verità: niente monumentalità, niente enfasi inutile, solo un ritorno al punto da cui, in fondo, non se n’era mai andato davvero.