Giornata della memoria. Ricordare fa male, dimenticare uccide

La memoria non è un archivio, né una stanza ben illuminata in cui i fatti, ordinatamente etichettati, attendono l’atto gentile della consultazione. La memoria è, piuttosto, una frattura geologica del tempo che non si rimargina. Una discontinuità dove il passato, invece di defluire nell’inerzia del già-avvenuto, insiste, preme, s’incunea nel presente come una scheggia non estratta. 

La storia della Shoah, se appena la si voglia attraversare, senza la protezione anestetica delle formule rituali, resiste a ogni linearità narrativa. Essa non si lascia raccontare come un susseguirsi di eventi, perché ciò che in essa è accaduto ha infranto la possibilità stessa del racconto. Adorno lo aveva intuito con una frase che, più che un giudizio, è una ferita teorica: “Scrivere poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Tuttavia – come lo stesso Adorno sarebbe poi stato costretto ad ammettere – tacere non è meno barbaro. La memoria nasce esattamente in questa aporia: dire l’indicibile, senza redimerlo nel dire.

Memoria, dal latino “memor”, da quella radice indoeuropea “men-” che è anche pensiero, mente, attenzione. Rammentare non è dunque un semplice atto retrospettivo, è un esercizio dell’intelletto e della coscienza, una forma di vigilanza su chi siamo e su chi siamo stati. Chi dimentica non perde soltanto il passato, ma abdica al presente. Per questo Primo Levi, con quella sobrietà che è la sua più alta forma di stile, poteva scrivere: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. La memoria non comprende, non assolve, non spiega: custodisce.

“Qui non c’è perché”, risponde il kapò al prigioniero che chiede spiegazioni. In questa frase – raccolta da Levi – è già contenuta l’intera ontologia del Lager: un mondo senza causalità, senza senso, senza appello. Charlotte Delbo ricorda corpi così stremati da non sentire più il freddo, perché il dolore aveva superato la soglia della percezione. Elie Wiesel racconta il momento in cui, vedendo morire un bambino impiccato, sente una voce interiore rispondere alla domanda “Dov’è Dio?”: “È lì, appeso a quella forca”. 

Tante le voci urlanti e disperate che provengono dall’orrore del Lager. 

Primo Levi, da una prossimità senza quota, dove la dignità non è presupposto ma detrito, formula una domanda che non interroga bensì incide, e affida alla lingua, ridotta a misura e residuo, l’impossibile compito di trattenere l’orrore dalla sua dispersione. Su quella medesima soglia, prima che il tempo si richiuda su di sé, la scrittura di Anna Frank avanza ignara del proprio destino, non memoria ma sua latenza, ostinazione del dire che precede il corpo e lo sostituisce. Hanna Arendt, disinnescando il mito dell’abnorme, riconduce il male alla vacanza del pensiero, instaurando una vigilanza che non redime né condanna ma resta. Infine, Foucolt, legge in quella frattura non l’evento ma la condizione, là dove la modernità si rivela come possibilità di riduzione: il corpo inciso, la vita computata.

Custodire una memoria, dunque, non significa conservare come si conserva un reperto museale, neutralizzato nella sua distanza. Significa invece esporsi. La memoria autentica è sempre scomoda, perché costringe a riconoscere che ciò che è stato non appartiene a un’alterità mostruosa e irripetibile, ma a una possibilità inscritta nella storia umana. 

Hannah Arendt, parlando della “banalità del male”, ha mostrato come l’orrore non abbia bisogno di demoni, ma di funzionari; non di eccezioni, ma di procedure. Ricordare Auschwitz significa, allora, ricordare anche la grammatica amministrativa dello sterminio, la sua prosa burocratica, il suo lessico apparentemente innocuo.

Nel Giorno della Memoria, il rischio più grande è il rammento vacuo. La memoria, invece, è un atto inquieto, mai pacificato. Ogni atto di memoria è, in questo senso, un gesto di disobbedienza temporale.

Eppure, la memoria non è soltanto un dovere etico; è anche una forma di linguaggio. Non a caso, molti dei grandi testimoni hanno sentito la necessità di reinventare la scrittura. Il linguaggio stesso, dopo Auschwitz, non può più essere innocente. Ogni parola porta con sé il sospetto di aver già servito, in altro tempo, altri fini.

Ricordare oggi significa, dunque, interrogare la parola “memoria” fino a renderla instabile, problematica, viva. Non come un monumento di pietra, ma come un organismo vulnerabile. La memoria non garantisce nulla: può essere tradita, strumentalizzata, svuotata. Proprio per questo va continuamente rifondata, come un patto che non si eredita, ma si rinnova.

Oggi non si chiede al passato di tacere, né al presente di assolversi. Si chiede piuttosto al tempo di restare aperto, di non chiudersi nella falsa quiete dell’oblio. Perché dimenticare non è mai un atto neutro, è sempre una scelta. E la memoria, con tutta la sua oscurità, con il suo peso insostenibile, resta l’unica forma di fedeltà possibile all’umano, quando l’umano ha mostrato di poter venire meno a se stesso.

E allora, nel Giorno della Memoria, in questo mesto 27 Gennaio, che ogni anno si ripresenta, non resta che accettare questo compito ingrato: portare ciò che pesa. Non per espiare, non per redimere, ma per non tradire. La memoria è una forma di veglia notturna, quando il mondo dorme e l’oscurità sembra definitiva. Ricordare è restare svegli accanto ai morti, senza promettere nulla, senza poter restituire nulla, se non la fedeltà di uno sguardo che non si distoglie.

Tuttavia, ciò che lacera non è solo ciò che è stato, ma il suo riverbero nei contorni del nostro presente. La storia, che avremmo creduto sepolta, si intravede oggi negli apparati di coercizione di Trump, nelle sue Gestapo amministrative. Nella ICE che seleziona corpi come numeri. Nelle pratiche poliziesche che trasformano la vita in calcolo, il dolore in procedura. La stessa grammatica dello sterminio si ripresenta sotto vesti burocratiche. Apparentemente legali. Fintamente necessarie. Corpi sospesi, diritti espropriati, umanità ridotta a dato, e l’orrore che credevamo remoto, diviene sorprendentemente prossimo. Tutto è troppo vicino. Non è il passato che incombe, ma la storia che si ripete in forma incerta, sotto nuovi nomi, nuovi documenti, nuove divise. E ricordare significa tremare davanti a questa prossimità, riconoscere la fragilità della coscienza, vegliare sulla soglia dell’umano, perché, finché qualcuno veglia, finché qualcuno ricorda, non tutto è ancora definitivamente perduto.

Ernesto Mastroianni