Un gesto, pochi secondi, un labiale inequivocabile. Tanto è bastato per trasformare una visita istituzionale in Michigan in un nuovo caso politico destinato a far discutere. Durante un sopralluogo allo stabilimento Ford River Rouge di Dearborn, Donald Trump ha reagito a un contestatore che gli gridava “protettore di pedofili” mostrando il dito medio e pronunciando, secondo la lettura del labiale, un secco “fuck you”.
La scena, ripresa in un breve video e rilanciata dal sito TMZ, mostra il presidente degli Stati Uniti mentre si volta verso qualcuno che urla fuori campo e risponde senza alcuna mediazione istituzionale. Il gesto è avvenuto nel pomeriggio, poco prima che Trump si spostasse a Detroit per un intervento al Detroit Economic Club, tappa centrale della sua agenda in Michigan.
La Casa Bianca non ha smentito né confermato in modo diretto l’episodio. Il direttore delle comunicazioni Steven Cheung, in una nota rilasciata al The Guardian, si è limitato a parlare di una “risposta appropriata e inequivocabile” del presidente nei confronti di “un pazzo che stava urlando volgarità in modo incontrollato, in un completo accesso di rabbia”. Una difesa che, di fatto, legittima il gesto senza entrare nel merito della sua compatibilità con il ruolo istituzionale.
Anche Ford ha preso le distanze con cautela. Un portavoce dell’azienda ha spiegato a TMZ che il gruppo è “generalmente orgoglioso” di come i propri dipendenti rappresentano la società e che l’evento è stato “un grande successo”. Allo stesso tempo, ha precisato che l’azienda “non tollera che qualcuno dica qualcosa di inappropriato” all’interno delle proprie strutture. In casi simili, ha aggiunto, esistono procedure interne, ma senza entrare in dettagli specifici.
Il contesto in cui esplode l’episodio, però, rende difficile archiviarlo come una semplice intemperanza. Le urla rivolte a Trump e la sua reazione arrivano infatti mentre l’amministrazione è sottoposta a una pressione crescente per la gestione dei cosiddetti “file Epstein”, i documenti legati alle attività del finanziere Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019 e accusato di aver gestito un sistema di sfruttamento sessuale di ragazze minorenni per una ristretta cerchia di potenti.
Secondo documenti depositati in tribunale nella prima settimana di gennaio, il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblico meno dell’1% del materiale disponibile, nonostante una legge federale imponesse la pubblicazione integrale entro la metà di dicembre. Un dato che ha acceso un fronte bipartisan di critiche. La scorsa settimana, il deputato democratico della California Ro Khanna e il repubblicano del Kentucky Thomas Massie hanno chiesto a un giudice federale di ordinare il rilascio completo dei documenti, denunciando ritardi e opacità.
A supervisionare il processo è la procuratrice generale Pam Bondi, che ha giustificato i rallentamenti sostenendo la necessità di proteggere l’identità delle vittime. I documenti finora diffusi risultano pesantemente oscurati e, secondo molti parlamentari democratici, rivelano ben poco su ciò che davvero non viene reso pubblico. È proprio questo vuoto informativo ad alimentare sospetti, accuse e una narrativa sempre più tossica attorno alla Casa Bianca.
Nel frattempo, un altro capitolo del caso Epstein si è aperto al Congresso. Bill Clinton e Hillary Clinton hanno rifiutato di testimoniare davanti alla Camera, nonostante una convocazione autorizzata in estate con voto bipartisan. I legali della coppia hanno fatto sapere che i Clinton “hanno già fornito le poche informazioni in loro possesso” e lo hanno fatto “volontariamente e di propria iniziativa”.
La convocazione era arrivata dopo l’emersione di nuovi dettagli sulla frequentazione, da parte dell’ex presidente, di alcune residenze di Epstein, accusato insieme alla complice Ghislaine Maxwell di aver creato un vero e proprio harem di ragazze minorenni per soddisfare amici influenti. Mentre il Congresso intendeva approfondire cosa sapessero i Clinton, l’ex presidente ha ribaltato l’accusa, sostenendo che la commissione si sia trasformata in uno strumento di delegittimazione politica, più interessato a costruire narrazioni mediatiche che ad accertare i fatti.
È in questo clima che il gesto di Trump assume un peso diverso. Non è solo la risposta scomposta a un insulto, ma l’ennesimo segnale di una tensione che attraversa l’amministrazione. Il caso Epstein, con i suoi silenzi e le sue ombre, resta una ferita aperta nella politica americana. E ogni reazione sopra le righe, ogni frase non filtrata, finisce per alimentare la percezione di un potere sotto assedio, nervoso, incapace – o non disposto – a spegnere definitivamente l’incendio.
Il dito medio di Dearborn, insomma, non è un episodio isolato. È il simbolo di un confronto che si è ormai spostato dal terreno dei documenti a quello dei gesti. E che, a meno di svolte radicali sulla trasparenza dei file Epstein, è destinato a restare al centro dello scontro politico ancora a lungo.







