Gratteri non arretra sul referendum: “Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa”. E su Nordio: “Non farò falli di reazione”

“Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa, non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”. Nicola Gratteri sceglie Piazzapulita, su La7, per rispondere alle polemiche esplose dopo le sue dichiarazioni sul referendum, rilasciate al Corriere della Calabria. E lo fa con una linea che prova a tenere insieme due piani: da un lato la rivendicazione della libertà di parola, dall’altro la precisazione – netta – su ciò che sostiene di non aver mai detto.

Il procuratore contesta l’interpretazione che gli viene attribuita e accusa chi la rilancia di alimentare lo scontro: “Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria. Chi lo ripete è in malafede e vuole alzare lo scontro. Ma io non farò falli di reazione, e continuerò fino all’ultimo giorno la mia battaglia per il No”. È una risposta che arriva dopo giorni di reazioni politiche e istituzionali, in particolare per una frase diventata il perno della contestazione.

Tra le reazioni più dure alle dichiarazioni attribuite a Gratteri – “Per il no voteranno le persone perbene, per il sì voteranno indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” – si registra quella del ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenuto a Cinque minuti. Il ministro alza il livello dello scontro e porta l’attenzione sul tema degli esami psico-attitudinali per i magistrati, proposti dal governo: “Sono sconcertato da quello che ho sentito. Mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera”.

Il confronto, a questo punto, non riguarda più soltanto il merito del referendum, ma anche il perimetro della dialettica tra poteri dello Stato e i confini del linguaggio pubblico. Gratteri, in televisione, tenta di rimettere la discussione su un binario che definisce “corretto”: respinge l’idea di aver criminalizzato in blocco chi voterà Sì e rivendica il diritto di sostenere apertamente il No, senza arretrare di fronte alle conseguenze politiche. Nordio, al contrario, usa le parole del procuratore come leva per rafforzare la propria narrazione: l’idea che una parte della magistratura viva un rapporto “alterato” con il confronto pubblico e che servano strumenti di valutazione non soltanto all’ingresso, ma anche a fine carriera.

In mezzo resta un dato: le frasi diventano munizioni e, nel giro di poche ore, cambiano bersaglio. Da un lato l’accusa, rivolta a Gratteri, di avere “diviso” il Paese tra buoni e cattivi. Dall’altro la risposta del procuratore, che parla di travisamento e di malafede, e prova a blindare il messaggio: nessuna marcia indietro, nessun passo indietro, nessun silenzio imposto. Il referendum, intanto, resta lo sfondo politico su cui si proietta un conflitto più ampio: quello tra chi rivendica la necessità di riformare la giustizia e chi denuncia il rischio di trasformare la riforma in un braccio di ferro istituzionale permanente.