Guerra legale tra Elon Musk e Bruxelles: X porta la multa da 120 milioni davanti alla Corte di giustizia e sfida la linea dura sul Digital Services Act

La piattaforma X di Elon Musk ha impugnato alla Corte di giustizia dell’Unione europea la multa da 120 milioni di euro decisa dalla Commissione europea il 5 dicembre per presunte violazioni del Dsa. Contestati il design ingannevole della spunta blu, la scarsa trasparenza dell’archivio pubblicitario e la mancata fornitura di accesso ai dati ai ricercatori. Da Bruxelles la replica è secca: «Siamo pronti a difendere la nostra decisione».

TESTO
La partita, questa volta, non si gioca a colpi di post. Si gioca a colpi di atti depositati, memorie, repliche, udienze. E il tabellone è quello più serio di tutti: la Corte di giustizia dell’Unione europea. Da una parte Elon Musk, dall’altra Bruxelles. In mezzo, X, e una sanzione da 120 milioni di euro che non è solo un numero: è un segnale politico, regolatorio e simbolico su chi comanda davvero nello spazio digitale europeo.

Il dato di cronaca è netto: la piattaforma X ha presentato ricorso contro la multa inflitta dalla Commissione europea il 5 dicembre per presunte violazioni della legge sui servizi digitali, il Digital Services Act (Dsa). Il ricorso, secondo quanto riportato, è stato depositato lunedì 16 febbraio. Il messaggio sottinteso è altrettanto chiaro: se la Commissione intende far valere il Dsa come nuova cintura di sicurezza dell’infosfera, X risponde portando la questione nel tempio del diritto europeo, dove la politica lascia spazio ai codici e alle interpretazioni.

Sul tavolo ci sono tre contestazioni che colpiscono punti sensibili, non dettagli di forma. Primo: il design ingannevole della spunta blu. Il tema è la percezione, la fiducia, l’idea stessa di autenticità online. Se la spunta è un segno che l’utente interpreta come “verificato”, ma il sistema che la governa non garantisce ciò che promette, allora il design diventa un problema regolatorio, non estetico. Ed è esattamente qui che Bruxelles affonda il colpo: non sull’opinione, ma sulla struttura che la veicola.

Secondo: la mancanza di trasparenza dell’archivio pubblicitario. In piena era di campagne permanenti, microtargeting e pubblicità politica travestita da “contenuto”, l’archivio non è un accessorio: è la chiave per capire chi paga, cosa paga, come paga e a chi arriva. Se l’archivio è opaco, non si sta discutendo di burocrazia: si sta discutendo di responsabilità pubblica.

Terzo: la mancata fornitura di accesso ai dati pubblici per i ricercatori. Qui il conflitto diventa quasi filosofico: la piattaforma come proprietà privata contro la piattaforma come infrastruttura di interesse collettivo. Il Dsa spinge nella direzione di un controllo possibile, anche scientifico, su fenomeni che non sono più “interni” a un social ma si riversano nella società: disinformazione, dinamiche di amplificazione, manipolazioni, reti coordinate. Se i ricercatori restano fuori, la trasparenza resta una parola buona per i comunicati.

La risposta dell’esecutivo Ue non si fa attendere. Il portavoce della Commissione, Thomas Regnier, la mette giù senza fronzoli: «La Commissione è pronta a difendere la sua decisione dinanzi alla Corte». Una frase che, tradotta, significa: non è una schermaglia, non è un avviso bonario, non è un buffetto. È una decisione che Bruxelles considera solida, sostenibile e degna di essere difesa nel luogo dove ogni parola pesa più di un trend.

Da qui in poi la faccenda diventa più interessante, perché non riguarda soltanto X. Riguarda il modello. Se la Corte darà ragione alla Commissione, il Dsa non sarà più solo la legge “che esiste”: sarà la legge che regge, che morde, che passa indenne la prova del ricorso. Se invece il ricorso di X aprirà falle, si creerà un precedente che le piattaforme osserveranno con attenzione chirurgica: perché non è una multa a essere in discussione, ma il perimetro stesso del potere regolatorio europeo sul design, sulla trasparenza pubblicitaria, sull’accesso ai dati.

C’è poi l’aspetto “politico-mediatico” che in questi casi è inevitabile: Musk non è un amministratore delegato qualsiasi, e X non è un social qualunque. È un luogo dove il conflitto si alimenta da solo, e dove ogni scontro con le istituzioni viene letto come prova di forza, o come tentativo di “imbrigliare” la piattaforma, a seconda del pubblico che guarda. Bruxelles lo sa, e infatti sceglie la linea dell’istituzione che non si agita: depositi, procedure, difesa in Corte. Musk sceglie la linea della sfida: portare tutto al livello più alto e trasformare la sanzione in un caso.

Il punto è che, al netto delle narrazioni, qui non c’è una polemica: c’è un contenzioso. E il contenzioso ha un effetto immediato: sposta la scena dall’arena delle dichiarazioni a quella della giurisprudenza. È lì che si capirà se la spunta blu è solo una grafica o un segnale ingannevole, se l’archivio pubblicitario è un obbligo sostanziale o un adempimento elastico, se i dati per la ricerca sono un diritto funzionale alla trasparenza o una concessione che la piattaforma può dosare.

In questa guerra legale, una cosa è già certa: nessuno dei due può far finta che sia un incidente. Bruxelles ha scelto di colpire. X ha scelto di reagire. E quando la contesa arriva alla Corte di giustizia Ue, non è più rumore di fondo: è una partita con conseguenze, scritta nero su bianco, che vale molto più dei 120 milioni.