Hikikomori in Italia, allarme sulle adolescenti invisibili: 200 mila ragazzi chiusi in camera e il 75% dei casi più gravi riguarda le femmine

Gen Z giovani- solitudine

Per anni è sembrato un fenomeno lontano, quasi esotico, associato al Giappone e a un modello sociale estremo. Oggi invece gli hikikomori sono anche una realtà italiana, concreta, numerosa e sempre meno invisibile. Non si tratta di semplici ragazzi timidi, né di adolescenti un po’ pigri o troppo attaccati al telefono. Qui il punto è un altro: ci sono giovani che smettono progressivamente di vivere fuori dalla loro stanza, tagliano i rapporti con il mondo, riducono al minimo il contatto con la scuola, con gli amici, perfino con la famiglia. Restano chiusi dentro, mentre fuori continua una vita che non riescono più a sostenere.

Secondo diverse indagini, in Italia gli adolescenti in condizioni di grave ritiro sociale sarebbero circa 200 mila. A fotografare questo disagio è la ricerca nazionale Daai-Dialoghi Adolescenziali Aree Interne, promossa dall’Asl Benevento e realizzata dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali. Lo studio è stato illustrato durante la conferenza “Un confronto tra aree interne e città sul ritiro sociale in adolescenza”, in corso alla Camera, ed è stato condotto su un campione di oltre 900 ragazzi tra i 13 e i 18 anni in cinque regioni italiane.

Il dato che colpisce più di tutti non è soltanto la dimensione del fenomeno, ma il suo volto nuovo. A crescere infatti non sono soprattutto i maschi, come spesso si è pensato parlando di isolamento adolescenziale, ma le ragazze. E in particolare le giovanissime, tra i 13 e i 15 anni.

Hikikomori in Italia, perché oggi il ritiro sociale ha sempre più un volto femminile

La ricerca racconta un cambiamento che obbliga a rivedere molti schemi. Il 15,9% dei ragazzi interpellati presenta sintomi rilevanti di ansia, panico e disagio. Ma il dato davvero allarmante è quello relativo al ritiro sociale grave, che riguarda il 5,7% del campione. Proiettato sulla popolazione italiana tra i 13 e i 18 anni, significa appunto circa 200 mila adolescenti. Di questi, il 75% sarebbe composto da femmine.

Il divario è netto. Quasi una ragazza su dieci, il 9,1%, presenta un quadro di ritiro sociale grave, contro il 2,8% dei coetanei maschi. Ancora più impressionante è il segmento più fragile: quello delle adolescenti tra i 13 e i 15 anni residenti nei capoluoghi. In quel gruppo la quota di ritiro sociale grave sale addirittura al 13,3%.

Non è un semplice scarto statistico. È il segnale di un malessere specifico, che colpisce soprattutto chi si trova nel passaggio più delicato dell’adolescenza. Le cause non sono mai una sola cosa. Dentro ci sono il rapporto con la scuola, la fragilità emotiva, il senso di inadeguatezza, il peso del contesto familiare e culturale. Ma c’è soprattutto una pressione continua, silenziosa, spesso sottovalutata, che trasforma ogni verifica, ogni giudizio, ogni confronto con gli altri in una prova impossibile da reggere.

La scuola, il fallimento e la vergogna: dove nasce la frattura

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca è che il nucleo del problema non sembra stare, almeno non principalmente, nei conflitti classici dell’adolescenza, come il corpo, l’immagine o la ricerca di approvazione tra coetanei. Il punto di rottura si concentra invece sulla scuola. È lì che si addensano i vissuti più dolorosi: fallimento, esclusione, inadeguatezza, paura di non essere all’altezza.

Per molti ragazzi, e soprattutto per molte ragazze, l’ambiente scolastico smette di essere uno spazio di crescita e diventa il luogo dove si sedimenta la sensazione di non farcela. Quando questo sentimento si consolida, l’uscita da casa si trasforma in una minaccia. Si comincia con le assenze, poi con il rifiuto di andare a scuola, poi ancora con la chiusura progressiva verso tutto il resto.

I casi più gravi, racconta la ricerca, sono segnati da isolamento quasi totale, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostituto della vita reale, forte ansia sociale e vere e proprie fobie legate all’uscita di casa o al contatto con gli altri. A quel punto la cameretta smette di essere rifugio e diventa frontiera. Dentro ci si sente protetti. Fuori, semplicemente, non si riesce più a stare.

Famiglia, risorse culturali e differenza tra città e aree interne

Il quadro si fa ancora più netto se si guarda al contesto familiare. Nelle famiglie con basso titolo di studio, l’incidenza del ritiro sociale grave tra i figli arriva al 10,6%, più del doppio rispetto alle famiglie con genitori laureati, dove si ferma al 4,2%. E nelle famiglie con meno risorse il rischio per le ragazze sale fino al 16%. È un passaggio decisivo, perché mostra come il disagio individuale non sia mai solo individuale. Attorno a quel ragazzo o a quella ragazza c’è un ecosistema emotivo, culturale e sociale che può proteggere oppure lasciare scoperti.

E qui arriva un altro elemento che smonta molti luoghi comuni. Ci si aspetterebbe un’incidenza maggiore nelle aree interne, nei piccoli centri, nei luoghi più periferici e meno serviti. Invece i dati dicono l’opposto. I giovani che vivono in quei contesti risultano meno esposti al rischio di ritiro sociale grave rispetto ai coetanei dei capoluoghi: 4,4% contro 7%.

Il motivo, secondo la ricerca, starebbe in una maggiore tenuta affettiva ed emotiva delle famiglie nelle aree interne. In quei contesti il progetto di studio o di lavoro dei figli viene spesso accompagnato, sostenuto, condiviso. Inoltre la vita online non sostituisce completamente la relazione con i coetanei. Nelle città, invece, la connessione rischia più facilmente di diventare un surrogato della presenza reale. E quando il virtuale prende il posto del mondo, il confine tra protezione e scomparsa si fa sottilissimo.

Hikikomori, un disagio che non si vede finché è troppo tardi

Il dramma degli hikikomori è proprio questo: spesso il fenomeno resta invisibile fino a quando si è già aggravato. Non fa rumore, non esplode, non si impone con gesti clamorosi. Si insinua. Comincia con una stanchezza, con un rifiuto, con qualche giorno di assenza da scuola. Poi arriva il disagio sociale, poi il ritiro, poi la sostituzione progressiva del reale con lo schermo. Alla fine resta una stanza chiusa e un ragazzo, o più spesso una ragazza, che scompare senza uscire di casa.

La parola hikikomori ormai è entrata nel lessico comune, ma il rischio è che continui a essere usata come etichetta comoda, quasi suggestiva, senza cogliere fino in fondo la sua durezza. Qui non c’è una moda giovanile né una posa esistenziale. C’è una ferita sociale che riguarda famiglie, scuola, città e strumenti educativi sempre più fragili di fronte a un’adolescenza che cambia più in fretta di chi dovrebbe capirla.

Il punto, allora, non è solo contare quanti sono. È capire perché crescono, perché colpiscono sempre di più le ragazze e perché la scuola, che dovrebbe essere il primo argine, finisce troppo spesso per diventare il luogo dove la sofferenza si accumula. La vera emergenza non è chi si chiude in camera. È tutto ciò che, fuori da quella porta, non riesce più a parlargli.