Negli Stati Uniti la linea che separa confessione personale, provocazione mediatica e problema politico è sempre più sottile. A calpestarla, stavolta, è il ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr., che durante il podcast “This Past Weekend” del comico Theo Von ha rievocato senza filtri il proprio passato di tossicodipendenza. La frase che ha fatto il giro delle redazioni è di quelle destinate a restare: “Non ho paura di un germe. Sniffavo cocaina dalle tavolette del water”.
Il senso del racconto, nelle sue parole, era spiegare perché durante la pandemia non avesse rinunciato alle riunioni in presenza del suo gruppo di recupero. Rispetto ai rischi corsi negli anni della droga, il timore del contagio gli appariva secondario. “Non mi importava cosa sarebbe successo, sarei andato a una riunione ogni giorno”, ha detto. Kennedy Jr. ha sempre parlato pubblicamente della sua dipendenza da eroina iniziata da adolescente e conclusa attorno ai trent’anni, ricordando anche arresti e percorsi di riabilitazione.
Il problema è che, per un titolare della Sanità pubblica, certe immagini e certe frasi non restano mai solo autobiografia. Diventano messaggio, simbolo, bersaglio. E infatti alle confessioni si è subito sommato il resto: un pacchetto di polemiche che negli ultimi mesi accompagna stabilmente il nome Kennedy.
Sul fronte privato, diversi media statunitensi hanno rilanciato testimonianze di ex collaboratrici che parlano di attenzioni insistenti, messaggi affettuosi e relazioni sovrapposte. Kennedy Jr. ha respinto l’idea di comportamenti scorretti sistematici e, in alcuni casi, ha dichiarato di non ricordare le persone citate. In altre occasioni ha adottato una linea più sfumata: se qualcuno si è sentito ferito, ha fatto sapere, può dirglielo direttamente.
Il caso più delicato è quello raccontato da Vanity Fair da parte di Eliza Cooney, che ha rievocato episodi risalenti a oltre vent’anni fa, quando lavorava come baby-sitter nella casa di Kennedy. La donna ha descritto comportamenti che l’avrebbero messa a disagio. Kennedy Jr. non ha fornito una smentita totale sui singoli gesti, ma ha dichiarato di non ricordare i fatti in quei termini e di non ritenere di averle fatto del male; ha inoltre inviato scuse private, poi finite sui media. È un terreno scivoloso, dove memoria, percezione e responsabilità legale viaggiano su binari diversi.
A rendere il quadro più rumoroso contribuiscono vecchi diari personali, già noti da anni, in cui Kennedy annotava relazioni e flirt dei primi anni Duemila. Lui stesso ha ammesso in passato una vita sentimentale complicata e una scarsa disciplina in materia. Elementi che alimentano il personaggio pubblico, ma che per i critici diventano argomenti politici.
Sul piano familiare, riflettori puntati anche sul matrimonio con l’attrice Cheryl Hines, spesso citata dai tabloid come irritata dalle voci sul marito e dalle sue posizioni politiche vicine a Donald Trump. I diretti interessati non hanno confermato scenari di rottura, ma il gossip corre più veloce delle smentite.
Nel mucchio finiscono anche frequentazioni del passato con personaggi poi travolti da scandali, da Harvey Weinstein a Jeffrey Epstein: Kennedy ha spiegato di averli conosciuti in contesti sociali newyorkesi, senza sapere delle accuse che sarebbero emerse anni dopo. Una difesa che punta sulla normalità delle relazioni nell’élite americana, ma che non spegne le ombre mediatiche.
Il risultato è un paradosso: un ministro della Salute che parla apertamente di droga e riabilitazione potrebbe essere letto come testimonianza di recupero. Ma quando il racconto diventa iperbolico e si somma a una serie di polemiche personali, l’effetto si rovescia. Più che la storia di una redenzione, per molti diventa la storia di un uomo pubblico che non riesce a separare la propria biografia dalle responsabilità istituzionali.
Kennedy Jr., dal canto suo, non sembra intenzionato a cambiare stile. Ha costruito parte della sua immagine proprio sulla trasparenza brutale e sull’indifferenza verso il giudizio altrui. In un’America dove la politica è sempre più spettacolo, funziona anche questo. Resta da capire se funzioni quando in gioco c’è la credibilità di chi dovrebbe guidare la salute pubblica di un Paese.







