“Il mondo ha bisogno dell’Europa”: Zuppi firma con i vescovi di Francia, Germania e Polonia un appello per riscoprire “l’anima” del continente

presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi

“Il mondo ha bisogno dell’Europa”. Non è uno slogan politico, ma l’incipit di un appello ecclesiale che arriva in un momento di tensioni internazionali e di ripiegamenti identitari dentro il continente. A firmarlo, insieme, sono il presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi e i presidenti degli episcopati di Francia, Germania e Polonia: il cardinale Jean-Marc Aveline, l’arcivescovo di Marsiglia; monsignor Georg Bätzing, vescovo di Limburgo; e monsignor Tadeusz Wojda, arcivescovo di Danzica.

Un’iniziativa inedita per tono e per tempistica. L’Unione europea, scrivono i quattro presuli, vive una fase delicata, tra pressioni esterne – dai proclami di Donald Trump al riassetto degli equilibri globali – e pulsioni euroscettiche interne. In questo scenario, mentre i leader politici tentano un rilancio dell’integrazione, i vescovi scelgono di intervenire richiamando i cristiani al loro “storico impegno” nella costruzione europea e invitando l’Europa a riscoprire “la sua anima”.

“Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza”, si legge nel documento. “Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione, l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al ‘bene comune’”. Non un richiamo confessionale in senso stretto, ma un invito a recuperare la dimensione ideale e solidale che ha accompagnato la nascita del progetto comunitario.

I quattro presidenti delle conferenze episcopali evocano i papi che hanno sostenuto l’integrazione europea – da papa Leone XIV ai recenti appelli di papa Francesco, fino al monito di Giovanni Paolo II sul ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa unita – e ricordano i padri fondatori: Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi. “Non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile”, scrivono. Una definizione che restituisce insieme l’ambizione e la vulnerabilità del progetto europeo.

Colpisce che nel testo non compaia mai l’espressione “radici cristiane dell’Europa”, spesso al centro del dibattito politico negli ultimi decenni. I vescovi riconoscono che oggi l’Europa è pluralistica, segnata da diversità linguistiche, culturali e religiose. “Sebbene i cristiani siano meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza”. È un linguaggio che prova a tenere insieme identità e pluralismo senza scivolare in rivendicazioni esclusive.

L’appello insiste anche su un punto politico: l’Europa “non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori”. La dimensione economica è necessaria, ma non sufficiente. L’Unione, secondo Zuppi e gli altri presuli, è chiamata a scegliere la risoluzione sovranazionale dei conflitti, a privilegiare il dialogo anche nei momenti di tensione e a costruire alleanze fondate su una “autentica solidarietà tra i popoli”.

Il riferimento alla guerra in Ucraina è implicito ma evidente quando si osserva che, nonostante la crescita di movimenti euroscettici, “gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri” dopo l’inizio del conflitto. Un dato che, nella lettura dei vescovi, dimostra come l’Unione possa ritrovare coesione proprio nei momenti di crisi.

La frase conclusiva – “Il mondo ha bisogno dell’Europa” – suona come un ribaltamento di prospettiva. Non è solo l’Europa ad aver bisogno di riformarsi per restare competitiva; è il mondo a richiedere un attore capace di promuovere dialogo, pace e cooperazione multilaterale. Per i quattro presuli, questa è “l’urgenza che i cristiani devono far propria” impegnandosi, ovunque si trovino, per il futuro del continente con la stessa consapevolezza dei padri fondatori.

In un tempo segnato da polarizzazioni e paure, l’appello non propone ricette istituzionali né entra nei dettagli delle riforme. Indica piuttosto una direzione: ritrovare una motivazione profonda che non sia solo crescita economica, ma fraternità e bene comune. Una presa di posizione che, senza invadere il campo della politica, ne sollecita il respiro.