C’è un momento in cui la politica smette di chiamare le cose con il loro nome e inizia a raccontarsele come fiabe. Nel 2001 la fiaba si intitola “straordinaria necessità ed urgenza”: vendiamo pezzi di patrimonio immobiliare dello Stato per fare cassa, arginare il debito pubblico e smettere di buttare soldi in manutenzioni che al pubblico costano fino a dieci volte più che nel privato. Una storia pulita, asciutta, rassicurante. In tre righe sembrava perfino sensata.
Poi arriva la realtà, che non perdona: vent’anni dopo, di quella fiaba resta un pasticciaccio brutto. Venduti i palazzi, lo Stato ci rimane dentro. E paga l’affitto ai privati. Non una volta: per anni. Indicizzato. E quando si accorge che così non regge, inizia pure a ricomprare. A prezzo di mercato. È l’economia creativa applicata ai muri pubblici: si riesce nell’impresa di incassare poco, spendere molto e restare senza proprietà. Un capolavoro al contrario.
Il punto non è solo “quanto”. È “come”. Perché quando un’operazione nasce per ridurre il debito e finisce per produrre altra spesa, la domanda smette di essere tecnica e diventa inevitabilmente politica: è malafede o è inettitudine? È un disegno o un inciampo? È un sistema o una collezione di errori sempre a senso unico?
Il film parte nel 2004, quando al Ministero dell’Economia c’è ancora Giulio Tremonti e si costituisce il primo fondo di investimento immobiliare dedicato agli edifici pubblici. Sei mesi dopo vengono trasferiti al Fondo immobili pubblici 396 palazzi, oltre tre milioni di metri quadrati, metà dei quali in pieno centro storico delle principali città. Non capannoni, non periferie: mattoni pregiati. Quelli che, in un Paese normale, si proteggono come riserve strategiche.
A gestire il fondo viene scelta Investire Sgr, attraverso un meccanismo in cui lo Stato si fa assistere da quattro banche – Banca Imi, Lehman Brothers, Barclays, Royal Bank of Scotland. E già qui un dubbio nasce spontaneo: quando affidi la tutela dell’interesse pubblico a soggetti che di mestiere fanno profitti, chi è che controlla davvero i costi e i benefici per l’Erario? La Corte dei conti, infatti, lo dirà senza giri di parole: le banche “per loro natura” non hanno prestato particolare attenzione al monitoraggio di costi e benefici pubblici. Traduzione: non era il loro mestiere, e si è visto.
Ma il passaggio più grottesco arriva quando bisogna stimare il valore dei palazzi. Ci si aspetterebbe lo Stato in prima fila, con i propri tecnici. Invece no. A scegliere il valutatore è la società di gestione, che indica l’americana Reag (oggi gruppo Kroll). Reag poi si appoggia alla Ipi Spa per i rilievi. E la stessa Ipi, in seguito, otterrà da Investire l’incarico di vendita in esclusiva degli immobili del fondo. È una catena perfetta, oliata, in cui chi misura e chi vende orbitano nello stesso sistema. Qui la domanda non è “è legale?”. La domanda è: “è normale?”.
La stima: 3,6 miliardi. Poi lo sconto del 10%: allo Stato spettano 3,3 miliardi. In parte incasso immediato, in parte quote da rivendere. Il Mef rassicura: le valutazioni sono congrue. Peccato che l’Agenzia del Territorio, nei suoi calcoli, dica che gli immobili valgono 4,2 miliardi. E che il canone annuo di mercato dovrebbe essere 252 milioni e non 270. Differenze non marginali, ma trattate come se fossero spiccioli.
Da quel momento lo Stato diventa un inquilino. I palazzi venduti sono occupati da agenzie fiscali, caserme, sedi ministeriali ed enti previdenziali: la macchina pubblica resta dentro, ma paga. Il contratto è di nove anni rinnovabili per altri nove: 270 milioni l’anno più aggiornamento per inflazione. Nel 2013 si tocca quota 294 milioni. E intanto, dettaglio quasi comico, le manutenzioni che avrebbero dovuto “sparire” restano a carico dell’affittuario pubblico. La promessa iniziale era: vendiamo per liberarci di costi. Il risultato è: vendiamo e continuiamo a pagare anche quelli.
La Corte dei conti, a due anni dall’operazione, registra il quadro: stime fatte in fretta, pareri dati senza sopralluoghi dettagliati, verifiche strutturali non effettuate, documentazione fornita dai valutatori privati, pressione politica sui tempi. E la frase più corrosiva è quella implicita: in quelle condizioni forse un parere di congruità non poteva essere formulato. È la versione istituzionale di “avete corso troppo, e avete firmato lo stesso”.
Da lì in poi il sistema procede per inerzia, come una macchina che non sa frenare. Nel 2022 scadono i 18 anni di locazione, ma solo 159 immobili vengono liberati. Per altri 215 continuiamo a pagare l’affitto, direttamente a Investire Sgr o ai privati che nel frattempo hanno comprato i muri. Perché sì, nel frattempo 290 immobili sono stati rivenduti. Uno su tutti: l’ex sede Inps di piazza Augusto Imperatore a Roma, oggi hotel Bulgari, comprata nel 2020 per 150 milioni dalla holding immobiliare dei Benetton. E qui il dettaglio diventa velenoso: Edizione Property, l’acquirente, per il 20% appartiene a Regia srl, secondo azionista di Investire Sgr. Un piede dove si vende e un piede dove si compra. Se fosse un romanzo, diresti: “troppo”. Ma è un fatto.
E non finisce. Dopo anni di affitti su affitti, lo Stato si ricompra 22 immobili, pagando complessivamente 400 milioni. E altri ne riacquisterà, perché – dicono i conti del Demanio – è l’unico modo per risparmiare 20 milioni l’anno di locazioni. Cioè: prima vendi per fare cassa, poi paghi per restare, poi ricompri per risparmiare sull’affitto. Una ruota che gira sempre nella direzione sbagliata e con gli stessi soldi: i nostri.
Tirando le somme, il bilancio è un pugno nello stomaco: incassati poco più di 3,3 miliardi. Spesi 5,4 miliardi in affitti in vent’anni. Più riacquisti, più manutenzioni, totale circa 6 miliardi. E altri ne verranno sborsati, perché lo Stato non è più proprietario. Intanto, il debito pubblico, che nel 2004 era di 1.400 miliardi, oggi supera i 3mila.
E allora torniamo alla domanda: malafede o inettitudine? Se è inettitudine, è un’inettitudine tenace, metodica, sempre a favore di qualcuno. Se è malafede, è una malafede travestita da urgenza, da congruità, da tecnicismi e da “tanto non cambia niente”. In entrambi i casi, il risultato è identico: lo Stato ha venduto i propri muri, è rimasto a viverci dentro e ha pagato per anni il privilegio di non cambiare indirizzo. Poi, quando ha scoperto che era più conveniente tornare proprietario, ha dovuto ricomprare quello che aveva già avuto. A prezzo pieno.
Un pasticciaccio brutto, sì. Ma con un dettaglio che lo rende ancora più feroce: non è un errore che si consuma in un giorno. È un errore che dura vent’anni. E che continua a produrre canoni da pagare.







