Il San Calisto riapre e Trastevere tira un sospiro di sollievo. Tutto sulla riapertura: quando, dove e cosa cambia

Bar San Callisto – Roma

Per settimane, a Roma, si è respirata un’aria strana. Davanti alla serranda abbassata del Bar San Calisto, in piazza a Trastevere, le voci correvano più veloci dei motorini sul lungotevere. Dicevano: «Chiude per sempre» oppure «Diventa un all you can eat». E ancora: «Lo rifanno tutto, lo infighettano».

In un mese e mezzo di lavori, le fake news strabordavano e hanno colpito al cuore chi quel posto lo vive da anni. Perché oltre ad un semplice bar di quartiere, il San Calisto è un’abitudine, un rifugio, un pezzo di vita romana. La notizia è iniziata a circolare dalle prime ore del mattino. Domani riapre il San Callisto. Questa, per tanti, è una notizia che rincuora.

La paura di perdere un pezzo di sé

Chi è cresciuto tra quei tavolini lo sa: il “Sanca” è uno stile di vita, è il caffè bevuto in piedi prima di andare al lavoro, la birra a un euro condivisa con gli amici, l’appuntamento dato “ci vediamo al Calisto”, senza bisogno di altre spiegazioni.

Quando la serranda si è abbassata per il restyling, la paura è stata reale. Non tanto per i lavori in sé, ma per quello che rappresentano oggi certe trasformazioni: locali storici che chiudono e altri che diventano irriconoscibili, l’anima popolare viene sostituita da luci fredde e cocktail dai nomi impronunciabili. Si è temuto che quel cuore disordinato e autentico potesse essere sacrificato a favore di turisti e tendenze.

La storia del bar

Il bar fondato nel 1969 da Marcello Forti resta dov’è sempre stato: nelle mani della stessa famiglia, con lo stesso spirito. I lavori sono serviti a sistemare ciò che il tempo aveva consumato. Non a cambiare identità. Non a trasformarlo in qualcosa di patinato o radical chic. Dal 1969 Marcello Forti rileva il piccolo bar di quartiere con una sola serranda e lo trasforma, anno dopo anno, in un’istituzione cittadina. Dal registratore di cassa – il suo posto di sempre – “Marcellino” ha visto passare mezzo secolo di vita trasteverina. Con il tempo il bar si è ampliato, inglobando il negozio accanto, ma senza perdere la propria identità: prezzi popolari, arredi vissuti, il celebre bancone a ferro di cavallo e quell’aria un po’ disordinata che è diventata la sua firma.

Il San Calisto resta il San Calisto

Prezzi popolari, atmosfera schietta, quella miscela inusuale di studenti, anziani, artisti, turisti di passaggio, habitué che non hanno mai smesso di considerarlo casa e Trasteverini d’adozione. Oggi accanto a Marcello c’è il figlio Valerio Forti, cresciuto dietro quel bancone e pronto a guidare la nuova era del Callisto.

In queste settimane c’è stato chi è passato solo per guardare, quasi a controllare che fosse ancora lì. Qualcuno ha perfino portato via una vecchia piastrella bianca e nera, come si fa con i ricordi quando si teme di perderli.

Il “Sanca” è stato anche set cinematografico – da “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino a “Non ci resta che il crimine” di Massimiliano Bruno ma anche fonte d’ispirazione per i testi del cantautore indie Carl Brave – “Regina Coeli” e l’ultimo brano pubblicato 10 mesi fa “BAR S. CALLISTO”. Soprattutto è stato il teatro silenzioso delle vite di chi a Trastevere c’è nato, passato, tornato, di chi è stato adottato trasteverino. Le chiacchiere infinite in piazza. Gli amori iniziati per caso. Le serate senza programma finite a notte fonda. Questo è il Callisto.

La storia continua

Domani le serrande si rialzano. In una città che cambia troppo in fretta, che perde pezzi di memoria sotto la spinta dell’overtourism e delle mode, sapere che il San Calisto è ancora lì è una piccola vittoria d’amore. La storia del bar Callisto continua. E per chi lo ama è un pezzo di cuore che torna a battere ancora più forte.