Il “triplete” dell’imbarazzo di Tajani: vola a Washington per il Board of Peace trumpiano, si ritrova schiacciato tra Vaticano, popolari europei e i Berlusconi

Antonio Tajani

C’è una fotografia perfetta della giornata di Antonio Tajani e non è quella con la bandierina tricolore sul tavolo dei grandi. È un’altra: la faccia del ministro degli Esteri che, da Tirana, dice secco «Sì, andrò io a Washington», e in quella frase si sente già il rumore dell’aereo che decolla verso l’ennesima missione “di responsabilità”. Peccato che, stavolta, la responsabilità abbia l’odore acre della messa alla berlina: davanti ai suoi elettori, davanti ai popolari europei, davanti al Vaticano. Un triplete. Ma di quelli che non festeggi, li sopravvivi.

Tajani era in Albania per la ministeriale sul Corridoio VIII, un progetto paneuropeo che, in teoria, dovrebbe parlare di infrastrutture, connessioni, stabilità. In pratica, però, la testa del vicepremier era già altrove: dentro la prima riunione del famigerato Board of Peace trumpiano, che oggi si tiene a Washington. E soprattutto era già dentro la decisione più politicamente tossica: “la faccia da osservatore” ce la mette lui. Così ha scelto Giorgia Meloni dopo “profonde riflessioni”: mandare oltre Atlantico non un falco sovranista, non un fedelissimo da selfie, ma il volto più istituzionale del governo, l’uomo che da anni vive di una grammatica opposta a quella trumpiana. Il paradosso è tutto qui: per firmare l’ingresso dell’Italia nel club più discusso del momento, si usa il ministro meno adatto a venderlo.

Tajani non è tipo da sottrarsi, e questo lo rende perfetto e vulnerabile nello stesso istante. Perfetto perché “il ruolo glielo impone”, vulnerabile perché l’incarico è ingrato. Il Board, infatti, non è solo un tavolo su Gaza: è diventato un simbolo, un marchio, un test di fedeltà geopolitica. E, come se non bastasse, è anche il centro di uno scontro che per l’Italia è veleno puro: Usa contro Vaticano.

La Santa Sede declina l’invito americano. Non entra nel Board. Esprime perplessità e, secondo la ricostruzione, non gradisce neppure la presenza italiana. La Casa Bianca reagisce male, e lo fa con una frase che è insieme irritazione e pressione: il rifiuto del Vaticano viene definito «profondamente spiacevole». La portavoce Karoline Leavitt aggiunge la pennellata moralistica che suona come predica rovesciata: «La pace non dovrebbe essere una questione di parte, politica o controversa». Traduzione: se non vieni, sei tu che politicizzi. Il che è un capolavoro di ribaltamento, perché il Board nasce già come strumento di potere, eppure pretende di presentarsi come neutralità incarnata.

E qui Tajani si ritrova nel mezzo, con l’aria di quello che è stato mandato a spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua. Perché se da un lato c’è la richiesta politica del governo di “esserci”, dall’altro c’è un colpo simbolico enorme: l’Italia presente, il Vaticano assente. Un corto circuito perfetto per un Paese dove il rapporto con la Santa Sede è, volenti o nolenti, un pezzo di politica estera e di politica interna insieme.

Come se non bastasse, c’è il secondo fronte: l’Europa. Nel Board non siedono le principali nazioni europee come Francia e Regno Unito, che avrebbero rifiutato di partecipare. E così Tajani, che è vice presidente del gruppo dei popolari europei, si ritrova a rappresentare l’Italia in un contesto dove la presenza europea pesa meno e la presenza di autocrazie e regimi pesa di più. L’immagine è impietosa: seduto accanto a un tronfio Viktor Orban e a rappresentanti di Paesi discussi, in un consesso che somiglia più a una fiera di “aderenti” che a un tavolo capace di fare davvero la pace. E a quel punto non è nemmeno una questione di merito: è una questione di fotografia. E le fotografie, in politica estera, contano quanto i comunicati.

Tajani prova a stare in equilibrio usando il suo lessico: realpolitik, costituzione, ruolo, istituzioni. Arriva a dire che la scelta è politica e «rispetta la Costituzione della Repubblica». Ma anche qui c’è un dettaglio che fa male: la prudenza di oggi contrasta con la forzatura di ieri, quando aveva quasi brandito la Carta sostenendo che un’assenza dell’Italia sarebbe stata contraria allo “spirito” costituzionale. Un’iperbole talmente scoperta che le opposizioni, raccontano, si sarebbero perfino riunite per contrastarla. Un altro boomerang: in patria ti accusano di piegare la Costituzione a una missione, fuori ti chiedono di piegare la diplomazia a un format.

E infine c’è il terzo fronte, quello più sottile ma più corrosivo: Forza Italia e l’ombra lunga degli eredi Berlusconi. Tajani è atlantista, questo è noto. Ma è anche – tra i big del governo – il più europeista e il meno convinto nel seguire le iniziative trumpiane come se fossero ordini di servizio. Il problema è che, dentro il partito, quell’atlantismo rischia di essere percepito come subalternità proprio mentre il brand “Trump” divide, spacca, imbarazza. E Tajani, in questa storia, non è l’uomo che alza la voce: è l’uomo che si ritrova a pagare il conto.

Il risultato è un quadro grottesco: il governo Meloni sceglie di esserci, ma manda il ministro meno “trumpiano” a certificare la scelta. Il Vaticano è perplesso e resta fuori; la Casa Bianca si irrita e attacca; i popolari europei guardano storto; a casa, Tajani deve spiegare perché l’Italia si è infilata in un consesso che somiglia più a una rete di simpatie politiche e affari che a un’architettura di pace. E nel mezzo, lui, che si carica l’incombenza perché è fatto così: leale, istituzionale, pronto a prendersi il ruolo. Solo che stavolta il ruolo è una trappola: qualunque cosa dica a Washington, qualcuno a Roma leggerà la sua presenza come una resa. Qualunque cosa taccia, qualcuno a Bruxelles la considererà una scelta di campo.

Ecco il “triplete” dell’imbarazzo: Tajani vola per rappresentare l’Italia, e finisce rappresentato dagli altri. Dal Vaticano come perplessità. Dall’Europa come eccezione. Da Trump come pedina utile. E in politica estera, quando ti trasformano in pedina, non sei più il ministro che “mette la faccia”. Sei la faccia che mette la cornice agli altri.