In Puglia nasce il governo dei due Papi: Decaro ed Emiliano, convivenza forzata tra riformismo e trasformismo

Antonio Decaro e Michele Emiliano

In Puglia si apre ufficialmente la stagione dei “due Papi”. Un’anomalia tutta politica, più che istituzionale, che racconta molto del presente e del futuro del centrosinistra non solo regionale. Il neo governatore Antonio Decaro dovrà convivere, almeno per un tratto di legislatura, con il suo ingombrante predecessore Michele Emiliano, destinato a entrare in giunta come assessore allo Sviluppo economico, con deleghe pesantissime: dalle crisi industriali – Ilva su tutte – ai dossier che negli ultimi dieci anni hanno segnato la vita economica pugliese.

Una convivenza che non nasce da affinità, ma da necessità. Politica, prima di tutto. Decaro, per accettare la candidatura alla presidenza durante la lunga e tormentata gestazione del Campo largo, aveva posto una condizione netta: Emiliano doveva farsi da parte, rinunciare a correre come semplice consigliere regionale, evitando di trasformare la nuova legislatura in una resa dei conti permanente. La contropartita è stata trovata in una formula ibrida: non l’uscita di scena, ma un ruolo di governo “a tempo determinato”.

Da qui l’idea – suggestiva e iperbolica – del “governatore emerito”, con paragoni vaticani che circolano sottovoce nei corridoi della politica barese. Ma Bari non è Roma e la Regione non è il Vaticano. Qui non c’è alcuna coabitazione spirituale: c’è un contratto politico a scadenza, perché Emiliano resterà assessore poco più di un anno. Nel maggio 2027 si voterà per le Politiche e l’ex presidente, grazie a questo passaggio intermedio, potrà candidarsi alla Camera, evitando un rientro in magistratura che nessuno, a partire da lui, sembra desiderare davvero.

È una soluzione che nel Pd definiscono “win win”. Decaro incassa la pacificazione interna e l’azzeramento di un possibile contropotere regionale. Emiliano ottiene un’uscita morbida e una proiezione nazionale. Il partito tiene insieme i pezzi. Ma l’equilibrio resta fragile, perché i due protagonisti sono agli antipodi per cultura politica e stile di governo.

Decaro è l’ingegnere riformista, amministratore razionale, profilo europeo, abituato a parlare il linguaggio della gestione e della mediazione istituzionale. Emiliano è il trasformista per vocazione, l’ex toga che ha fatto del consenso trasversale una cifra costante, capace di costruire maggioranze improbabili infilando insieme dem, grillini e perfino post-fascisti pur di restare al centro del gioco. Due modi opposti di intendere il potere, tenuti insieme da un filo che dura da oltre vent’anni.

Un filo fatto di alleanze, ma anche di liti feroci, accuse incrociate, pizzini politici e incidenti mai del tutto chiariti. Come quando Emiliano raccontò pubblicamente di essersi rivolto alla sorella del boss Capriati per chiedere protezione per Decaro, salvo essere clamorosamente smentito il giorno dopo dall’ex sindaco di Bari. Un episodio che fotografò meglio di mille analisi il livello di tensione, diffidenza e competizione sotterranea tra i due.

Eppure, nonostante tutto, il tandem ha funzionato. Prima a Bari, poi in Regione. Prima con Emiliano sindaco e Decaro giovane assessore chiamato in giunta nel 2004, poi con il passaggio di testimone al Comune, infine con la staffetta alla guida della Puglia. Una lunga cavalcata in cui i due hanno applicato la stessa strategia con stili opposti: svuotare il centrodestra dall’interno, attrarre pezzi di potere locale, disarticolare le alternative.

Il risultato è nei numeri. Emiliano ha vinto due volte attorno al 47 per cento. Decaro è arrivato al 64 per cento, travolgendo anche un avversario pesante come Raffaele Fitto, oggi commissario europeo. Un successo che ha rafforzato l’idea, coltivata da molti riformisti, che Decaro possa essere qualcosa di più di un governatore regionale.

Non è un mistero che, nei corridoi del Pd, il suo nome circoli come possibile alternativa alla leadership di Elly Schlein. Un’ipotesi ancora lontana, ma che spiega perché la Puglia sia tornata a essere un laboratorio politico osservato con attenzione a Roma. E spiega anche perché questa convivenza con Emiliano sia vista come una fase di passaggio, non come un assetto stabile.

A fare da cerniera, ancora una volta, c’è Francesco Boccia, senatore e capogruppo Pd, costretto al ruolo di mediatore permanente, “cugino saggio” incaricato di evitare che le frizioni diventino esplosive. Perché il rischio c’è. E non è teorico.

Il governo dei due Papi nasce forte nei numeri, ma debole nella fiducia reciproca. Reggerà finché converranno gli interessi. Poi, come spesso accade nella storia politica pugliese, ognuno tornerà a giocare la propria partita. Con un dettaglio in più: stavolta, la partita potrebbe non fermarsi ai confini della Regione.