Jeffrey Epstein, il “cacciatore di persone” che amava le torture. Quando il re di Wall Street diventò mister miliardo

Dove sei? Stai bene? Ho adorato il video delle torture».

Lo scrive in una email del 24 aprile 2009 Jeffrey Epstein al sultano Ahmed bin Sulayem. Un suo caro amico.

La email shock del sultano Ahmed bin Sulayem a Jeffrey Epstein

Trent’anni prima della sua bulimica archiviazione di email, il giovane Epstein – con la fedina penale ancora immacolata – pensava solo a sgomitare alla Bear Stearns, una di quelle banche emergenti che si faceva strada tra i giganti cercando di non farsi pestare i piedi. Alan Greenberg teneva in piedi la baracca a colpi di adrenalina. “Poor, Smart, with a deep desire to be rich” (“poveri, intelligenti, con un profondo desiderio di diventare ricchi”) diceva compiaciuto per descrivere la sua squadra, un branco di lupi affamati di dollari.

Alan “Ace” Greenberg, ex amministratore delegato della banca d’investimento Bear Stearns

“Poor, Smart, with a deep desire to be rich”

Jeffrey Epstein – che in quel periodo frequentava anche la figlia di Greenberg – aveva fame di fama e il cervello giusto per arrivare in alto, e le tappe le bruciò in fretta. Da junior assistant, come floor trader all’American Stock Exchange, diventò trader di options nella neonata sezione “prodotti speciali”.

Quel settore sembrava proprio cucito su misura per lui e le sue innate capacità logiche e schematiche. Per valutare le options occorrevano modelli matematici specifici e molto complessi, ed Epstein sembrava l’unico in grado di sbrogliare matasse impossibili divertendosi come se giocasse a sudoku. I colleghi lo consideravano un mago dei numeri. E forse era così.

“Epstein? Ho lavorato con lui in quegli anni. Aveva un modo di parlare che ti faceva credere sapesse sempre qualcosa in più degli altri. ”

Il grande salto

James “Jimmy” Cayne, futuro CEO della Bear Stearns, l’aveva notato e non riusciva a staccargli gli occhi di dosso.Quel ragazzo aveva un potenziale esplosivo e delle doti che non aveva mai trovato in nessun altro. Lo guardò per settimane lavorare e portare risultati sbalorditivi. Per il giovane Jeff era arrivato il momento del grande salto.

James “Jimmy” Cayne Ceo della Bear Stearns

Lo chiamò in ufficio, gli chiese di chiudere la porta e gli comunicò che da quel momento si sarebbe occupato solo dei clienti più facoltosi della banca. Epstein non si mostrò per niente titubante o intimorito. Sorrise e accettò l’incarico ringraziando Cayne per la fiducia. «È la tua occasione, Jeff. Vediamo che sai fare».

Epstein non deluse le aspettative. I clienti della Bear cominciarono a macinare più soldi di prima grazie a quel consulente che riusciva a mitigare gli effetti delle tasse sui loro grassi patrimoni, riducendo al minimo le uscite. In pochi mesi Jeffrey Epstein si fece un proprio portafoglio di clienti molto ricchi e potenti e il suo nome prese a circolare, come un vento di tramontana, negli ambienti di Wall Street dove lo chiamavano “il giovane prodigio della Bear Stearns”.

Il suo conto in banca era decisamente lievitato e adesso poteva permettersi dei lussi che prima aveva solo sfiorato con l’immaginazione. Quattro anni prima era un giovane senza lavoro, adesso dichiarava compensi per oltre 200mila dollari tra bonus e commissioni. E nei primi anni Ottanta quel gruzzolo era una bella fortuna.

Lasciò la casa in affitto e si comprò un appartamento nell’Upper East Side di Manhattan. Da lì poteva vedere tutta la città ai suoi piedi brillare di notte come una donna vestita di lustrini.

La villa a Palm Beach

Intanto, nelle pause dal lavoro, andava e veniva da Palm Beach, in Florida. Aveva messo gli occhi su una proprietà, una villa al 358 di El Brillo Way, a pochi passi da Mar-a-Lago, la zona più esclusiva della città, dove si trovava la residenza di Donald Trump.

La villa di Epstein a Palm Beach

Palm Beach un po’ doveva ricordargli Sea Gate, per la conformazione che la rendeva una zona isolata, esclusiva: un mondo a parte e distaccato dal resto, lontanissimo, almeno nei panorami, da West Palm Beach, la zona povera della città dove le roulotte cadevano a pezzi e le pozzanghere odoravano di piscio e birra. Quel luogo ombroso sarebbe poi diventato il suo terreno di caccia prediletto, il luogo in cui scegliere le ragazzine da mettere al suo servizio; ma all’epoca, da quelle parti, nessuno ancora conosceva Jeffrey Epstein.

La proprietà di lusso che desiderava, costruita nel 1952 e progettata dal celebre architetto John L. Volk in stile coloniale indo-occidentale, aveva una sezione principale che misurava oltre 1. 300 mq, e affacciava sulla laguna Intracoastal Waterway, in fondo a una strada cieca, su un lotto circondato da giardini tropicali e con vista sulle esclusive isole di Tarpon ed Everglades.

Un sogno immobiliare.

Epstein voleva quella proprietà. E l’avrebbe ottenuta, ma solo più tardi, nel 1990, quando l’acquistò alla conveniente cifra di 2,5 milioni di dollari, facendone uno dei suoi luoghi infernali.

Il passo più lungo della gamba

Alla Bear, Epstein, intanto, lavorava senza sosta, e fu proprio in quegli anni che uscì fuori il suo lato più spregiudicato e cinico. Mentiva con freddezza e usava fascino e carisma per manipolare chi aveva intorno, soprattutto le donne. Per entrare in azienda aveva falsificato il curriculum; prelevava spesso fondi aziendali per spese personali; facilitava amici e conoscenti con operazioni vantaggiose. Ma la relazione con Lynne Greenberg, la figlia del capo, gli garantì una sorta di salvacondotto all’interno della Bear Stearns. Fino alla curva.

Lynne Greenberg figlia di Alan Greenberg

Epstein raccontò di aver prestato del denaro a un vecchio amico per acquistare azioni, violando le regole aziendali di riservatezza e per questo era stato ammonito.Pare invece – secondo fonti diverse – che si fosse reso colpevole, con il suo modus operandi reiterato, dell’apertura di una inchiesta per insider trading finita nel mirino della SEC. Le pressioni sulla Bear si fecero piuttosto pesanti ed Epstein, prima di essere messo alla porta, fece i bagagli per primo. Ma nonostante quel brusco divorzio, rimase sempre in contatti amichevoli con Jimmy Cayne che continuava a sostenerlo anche a distanza.

«I rapporti sono tutto» ripeteva sempre. E tutti possono essere utili, prima o poi.

Come Gordon Gekko

New York, anni ‘80, la Grande Mela era il paradiso. Almeno per i manager dell’alta finanza. I verdoni piovevano sulle teste dei ricchi di Manhattan che si credevano dio, sulle bellissime donne dalle gambe chilometriche che si avvolgevano nei visoni e si accompagnavano ai tycoon, sugli artisti che riempivano i loft con le loro opere che magnati acquistavano per darsi un tono.

Fusioni, ricchezze, doppiopetti, cravatte, rolex, brillantina. Manhattan era l’impero dei Gordon Gekko, degli spietati, della cocaina, della moda e dell’adrenalina. La finanza americana luccicava come un doblone e non c’era niente che non poteva essere venduto per ricavarne guadagno. Epstein ci stava dentro come un pesce nell’oceano.

Il ragazzo ricciuto e un po’ in carne che suonava la fisarmonica ai bar mitzvah di famiglia, ora era un pezzo grosso. Si era fatto le ossa alla corte della Bear e lì aveva consolidato il suo pensiero guida: non contava la morale, contava l’ambizione. Epstein sapeva che per vincere bisognava conoscere le falle del sistema e poi incunearsi all’interno delle crepe. E anche in questo era un mago.

Il caso Obregòn e la fama di uomo del mistero di Wall Street

Nel 1981 fondò una sua società di consulenza, la Intercontinental Assets Group Inc. (IAG), che prometteva di risolvere grossi problemi finanziari legati al recupero di ingenti somme bloccate o evaporate in seguito a truffe o fallimenti. Epstein si considerava un “cacciatore di taglie dei soldi” ed era una definizione che gli calzava a pennello, ma qualcuno lo chiamava “collezionista di persone” per i suoi rapporti tentacolari nei salotti che contavano.

C’era un fondo da recuperare? Ci pensava Jeff. Una frode finanziaria aveva prosciugato i conti? Ci pensava Jeff. E come riusciva ogni volta nel suo gioco di prestigio? Questo non lo sapeva nessuno.

Nel suo libro paga non c’era gente qualunque, c’erano rappresentanti di governi, famiglie potenti, c’erano vittime di frodi e truffatori che non sapevano come riciclare i soldi delle loro malefatte per reintrodurli nel circolo senza rischi. Epstein non aveva problemi di etica, era uno squalo, uno squalo di Wall Street, e giocava su due campi senza avere mai il fiatone.

A fargli guadagnare le prime pagine dei giornali e la grande fama, fu la vicenda legata ad Ana Obregón. Il padre dell’attrice e ricca ereditiera spagnola, aveva perso una fortuna a causa del crack della Drysdale Government Securities. Gli Obregón erano sull’orlo della rovina. Ana aveva sentito parlare molto bene della IAG e del suo Ceo e così, disperata, si mise in contatto con Epstein.

Epstein e Ana Obregòn all’epoca della loro conoscenza

Il finanziere la rassicurò subito: avrebbe ritrovato i fondi e salvato la reputazione familiare. Senza alcun dubbio. E mantenne la parola. Questa vittoria, rimbalzata a suon di titoloni sui giornali finanziari di tutto il mondo, contribuì a far crescere ancora di più la sua reputazione di abile risolutore di guai finanziari ammantato di mistero.

Era solo molto bravo a fare il suo lavoro o c’era dell’altro? Come riusciva a non fallire neanche un colpo? Quanti santi aveva in Paradiso Jeffrey Epstein?

I contatti con i trafficanti d’armi in Medio Oriente 

Tutti ormai lo conoscevano, o almeno credevano di conoscerlo. Non era raro vederlo sulle pagine patinate dei magazine in smoking per qualche evento a Washington o a New York. Le donne lo adoravano: era piacente, ricco, accompagnato sempre da amici importanti, la sua era una vita dorata fatta di yacht, viaggi e ville. Negli anni 80 Epstein conobbe Eva Andersson-Dubin, ex miss Svezia, la relazione più duratura della vita del miliardario. Quando Eva si sposò con il miliardario Glenn Dubin, i rapporti tra i due ex erano talmente buoni che Epstein fece da padrino ai suoi figli affezionandosi in particolar modo alla figlia minore della Andersson, Celina Dubin, al punto di aver confidato che avrebbe voluto sposarla.

Epstein con Eva Andersson ai tempi della loro relazione

Quando si trattava di affari, però, ad Epstein più dei soldi, interessava guadagnarsi la riconoscenza di chi, al momento giusto, l’avrebbe potuta contraccambiare. Gli Stati Uniti, ormai, gli andavano stretti. Prese così a viaggiare spesso tra l’Europa e il Medio Oriente, tessendo relazioni internazionali con pazienza e mestiere.

Adnan Khashoggi, un noto trafficante d’armi cliente di Epstein

Douglas Leese, un trafficante d’armi britannico, presentò Epstein ad Adnan Khashoggi, all’epoca uno degli uomini più ricchi del mondo.

All’imprenditore saudita, che aveva accumulato una fortuna facendo da intermediario nel traffico di armi dall’Occidente all’Oriente, il finanziere americano con la risata acuta e quel modo di fare affabile, piacque subito, e così decise di entrare nel portafoglio dei suoi clienti.

Hoffenberg e la colossale truffa “Ponzi” 

Epstein era ormai una star, una leggenda del settore finanziario. Lavorava da qualche tempo per Steven Hoffenberg come consulente per la Towers Financial Corporation: aveva uno stipendio da capogiro, un ufficio che dava sullo skyline di Manhattan, e cominciava ad accumulare proprietà di lusso come un bambino colleziona figurine. Con Hoffenberg tentarono anche una scalata ostile alla Pan American World Airways nel 1987 e alla Emery Air Freight nel 1988, ma senza riuscirci.

Steven Hoffenberg noto per aver creato uno dei più grandi schemi Ponzi della storia attraverso la Towers Financial Corporation e per essere stato un socio d’affari di Jeffrey Epstein

Fiutando che quella lussuosa nave stava per fare la fine del TitanicEpstein mollò Hoffenberg nel 1989, poco prima dell’inchiesta che avrebbe affondato la Towers Financial.  

Lo schema “Ponzi” orchestrato da Hoffenberg aveva, nel corso degli anni, attirato capitali promettendo rendimenti elevati e costanti, ma senza alcuna reale attività economica in grado di generarli. I guadagni corrisposti ai primi investitori venivano pagati utilizzando il denaro versato dai nuovi clienti, in un meccanismo circolare destinato a reggersi solo finché l’afflusso di fondi rimaneva costante. All’improvviso migliaia di persone scoprirono di aver affidato i propri risparmi a una gigantesca scatola vuota.

Hoffenberg fu condannato a vent’anni di carcere e obbligato a risarcire 463 milioni di dollari alle vittime. L’operazione è considerata una delle più imponenti frodi finanziarie nella storia degli Stati Uniti.

Dopo aver scontato la pena, Steven Hoffenberg dichiarò pubblicamente che anche Epstein avrebbe avuto un ruolo nella frode. Sostenne anche, in diverse interviste, che l’ex sodale aveva evitato incriminazioni grazie a pressioni e minacce esercitate nei suoi confronti.  

Epstein, intanto, con Hoffenberg alle spalle, aveva preso il largo e viaggiava a vele spiegate. Era il manager di lusso (money manager) che pochi potevano permettersi e che tutti desideravano e nel 1987 fece l’incontro che cambiò la sua vita per sempre.

Leslie Wexner

«Jeffrey Epstein ti presento Leslie Wexner».

Robert “Rob” Meister, vice-presidente di Aon, gli sfiorò la schiena come a spingerlo un passo avanti. Epstein sfoderò il suo classico sorriso da canaglia e tese la mano.

I tre si trovavano ad Aspen, Colorado, nella residenza dell’imprenditore di origini ebree, che aveva mosso i primi passi nella modesta bottega di abbigliamento dei genitori, e che adesso possedeva marchi quotati miliardi di dollari come Abercrombie, The Limited e Victoria’s Secret.

«È un piacere mister Epstein».

«Mi chiami Jeff».

«Les».

«Ho sentito che ha dei guai interni, Les» azzardò Epstein non distogliendo lo sguardo da quell’uomo che aveva fatto una fortuna partendo dal basso, come lui.

«Di che guai parla? » rispose Wexner con una punta di fastidio.

«Se vuole posso aiutarla a recuperare il denaro che il suo manager le sta rubando ed evitare che accada di nuovo».

Leslie Wexner trasalì. Era un uomo di poche parole, difficile da conquistare. Schivo, riservato, quasi inavvicinabile. Ma quel giorno sembrava come colpito da un fulmine in pieno petto.

«Vuole che l’aiuti o no? » insistette Epstein. 

Il magnate indicò due poltrone. «Si sieda, Jeff».  E cominciò tutto così.

di Alessia Principe