Ali Khamenei si troverebbe nascosto con la famiglia in un bunker sotterraneo a Lavizan, nel quadrante nord di Teheran. Il complesso, situato a una profondità stimata tra i 90 e i 100 metri, sarebbe dotato di sistemi antibomba e di protezione antiaerea, a conferma del livello di allerta che accompagna l’attuale fase di scontro con Israele. Con la guida suprema iraniana ci sarebbero la moglie Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, i figli – quattro maschi e una femmina – e anche Mojtaba Khamenei, indicato da tempo come possibile erede alla guida del sistema teocratico.
La scelta di rifugiarsi in una struttura protetta si inserisce in un contesto di attacchi mirati contro l’apparato militare iraniano. L’offensiva in corso, descritta da media internazionali come più ampia rispetto ai raid precedenti contro siti nucleari, avrebbe nel mirino non solo le infrastrutture legate all’arricchimento dell’uranio ma anche nodi strategici della catena di comando e della capacità missilistica. Secondo valutazioni riportate da fonti statunitensi, una parte significativa dei lanciatori di missili sarebbe stata neutralizzata, riducendo la capacità di reazione immediata di Teheran.
I media israeliani parlano di perdite rilevanti tra le Guardie Rivoluzionarie, incluse figure di vertice, mentre in diverse città iraniane – tra cui Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah – sarebbero state udite esplosioni. Le autorità di Teheran hanno chiuso lo spazio aereo “fino a nuovo ordine” e si segnalano interruzioni diffuse delle comunicazioni mobili, un elemento che può indicare sia danni alle infrastrutture sia misure di controllo interno.
Il quadro che emerge è quello di una penetrazione profonda dell’apparato di sicurezza iraniano, frutto di un’operazione preparata nel tempo. Le ricostruzioni parlano di una rete parallela attiva all’interno del Paese, composta non solo da civili ma anche da elementi legati ai Pasdaran, capace di fornire informazioni logistiche e operative in tempo reale. La possibilità di introdurre e attivare sistemi d’attacco come droni sul territorio iraniano, mantenendoli inattivi per lunghi periodi prima dell’utilizzo, suggerisce una struttura organizzata e radicata.
Accanto alla dimensione militare, si addensano timori per una stretta interna. Segnalazioni provenienti da Teheran indicano un inasprimento delle misure contro dissidenti e oppositori politici, con particolare attenzione al carcere di massima sicurezza di Evin. Circolano notizie su esecuzioni e su una possibile eliminazione sistematica di detenuti accusati di collaborare con l’intelligence israeliana. Video diffusi sui social mostrerebbero detenuti in fuga, alimentando l’ipotesi di tentativi di evasione o di operazioni opache per rimuovere prigionieri senza lasciare tracce ufficiali.
In questo scenario, la protezione della guida suprema assume un valore simbolico e operativo. Il bunker di Lavizan rappresenta non solo una misura di sicurezza personale, ma anche il segnale di una leadership che percepisce un rischio diretto. La posta in gioco non è limitata alla distruzione di siti nucleari o alla neutralizzazione di asset militari: sullo sfondo si intravede la possibilità di un indebolimento strutturale del regime.
Resta incerta la direzione che prenderà la crisi. L’escalation potrebbe consolidare il fronte interno attorno alla bandiera, rafforzando l’identità nazionale in risposta a un attacco esterno, oppure aprire spazi di frattura in una società giovane e in larga parte distante dal clero al potere. Per ora, l’immagine è quella di un Paese sotto pressione, con la sua guida suprema nascosta nel sottosuolo, mentre sopra, in superficie, si ridefiniscono equilibri militari e politici destinati a incidere sull’intero Medio Oriente.







