Se è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno, allora Vladimir Putin ha appena fatto una figura che non è solo diplomatica: è simbolica. Sabato mattina, mentre su Teheran piovevano missili americani e israeliani, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiamato Sergeij Lavrov. Una telefonata che, in un mondo raccontato per anni come “multipolare”, avrebbe dovuto suonare come un richiamo alla trincea comune, al fronte dell’anti-Occidente, al patto tra chi dice di non voler piegare la testa. Invece no. Dall’altra parte, alla fine della linea, è arrivato ciò che in geopolitica è l’equivalente di una pacca sulla spalla: solidarietà, condanna, sostegno verbale. Nulla che assomigli anche lontanamente a un intervento, a una dissuasione, a un deterrente.
Poi è arrivato il colpo più grosso: la notizia, confermata dal presidente degli Stati Uniti, della morte dell’ayatollah Ali Khamenei. E a quel punto il Cremlino ha recitato il copione fino in fondo. Putin ha scritto al presidente iraniano Masoud Pezeshkian una nota formalmente ineccepibile e politicamente pesante nelle parole: “La prego di accettare le mie più sentite condoglianze per l’assassinio della Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Seyed Ali Khamnei, e dei membri della sua famiglia, commesso nella cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e della legge internazionale”. Ha aggiunto anche l’agiografia istituzionale, quella che in questi casi serve a cementare un’alleanza almeno nel linguaggio: Khamenei “verrà ricordato nel nostro Paese come un eccezionale statista” e come l’uomo che ha portato le relazioni Russia-Iran “a un livello di cooperazione strategica”. Parole. E, di nuovo, nulla di più.
Il punto non è chiedersi perché Mosca non abbia mandato aerei o uomini. Il punto, molto più umiliante, è un altro: che nessuno se lo aspettava davvero. Non gli iraniani, che pure hanno chiamato. Non gli osservatori, che pure hanno imparato il metodo. E non lo stesso Cremlino, che negli snodi decisivi tende a sparire dal quadro, come se la sua politica estera fosse una grande scenografia di cartapesta: ottima per i discorsi, fragile alla prima spinta.
Da quando ha invaso l’Ucraina nel 2022, Putin ha costruito un racconto ossessivo: lui come campione di un ordine alternativo, difensore del mondo non allineato, argine ai diktat occidentali. È un racconto che, per funzionare, ha bisogno di prove concrete. E invece, quando gli alleati cadono, Mosca si limita a prendere atto, archiviare, offrire asilo o condoglianze. È già successo con Bashar al-Assad nel dicembre 2024: mentre i ribelli avanzavano verso Damasco, la Russia ha lasciato che il regime si sbriciolasse. Assad ha ottenuto l’asilo a Mosca e la storia si è chiusa così, con una satrapia familiare lunga mezzo secolo che finisce in una valigia diplomatica.
Poche settimane fa è toccato a Nicolas Maduro: anche lui sostenuto e armato, e anche lui improvvisamente solo quando l’azione americana lo ha prelevato dal palazzo e portato negli Stati Uniti, con destinazione Manhattan. Una scena che, per chi si vende come antagonista globale dell’America, dovrebbe essere intollerabile. Invece è stata digerita. E adesso l’Iran: l’alleato più ideologico, più strategico, più utile, più “narrabile” per la retorica anti-occidentale. Eliminato il vertice, decapitato il simbolo, la risposta russa resta quella di una potenza che osserva e commenta.
Non a caso Fyodor Lukyanov, analista vicino al Cremlino, ha paragonato l’uccisione di Khamenei alla fine di Muammar Gheddafi nel 2011: un trauma non solo per il Paese colpito, ma per la reputazione di chi promette protezione e non la garantisce. In realtà, nel caso iraniano, i segnali erano già lì, scritti e riscritti. Durante la “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, quando Israele colpì l’Iran e gli Stati Uniti intervennero contro i siti nucleari, Putin al Forum di San Pietroburgo difese apertamente la neutralità russa, arrivando a ricordare che “due milioni di ex cittadini russi ora vivono in Israele”. Un modo elegante per dire: non vi aspettate che mi bruci ponti con chi mi conviene non irritare.
Da quel momento Mosca ha fatto quello che fa spesso: contenere i danni, tenersi buoni tutti, alimentare il rapporto con Teheran senza esporsi troppo. Ha difeso la repressione contro le proteste interne, ha annunciato la vendita di missili portati a spalla per 500 milioni di dollari, ha partecipato a un’esercitazione navale congiunta in modo quasi simbolico, con una sola nave. Tutto utile, tutto “spendibile”, tutto buono per restare nel gioco senza pagare il prezzo.
Poi però arriva il presidente Trump, piazza il colpo di teatro e la partita cambia campo. E la domanda diventa brutale: dov’è il Cremlino quando l’alleato cade? La risposta, al momento, è in una nota di condoglianze e in una condanna verbale. Fine. Perché formalmente, si dirà, Mosca non ha obblighi: il trattato di cooperazione firmato nel 2025 non prevede clausole di assistenza militare reciproca in caso di aggressione esterna. Vero. Ma la politica internazionale non vive solo di clausole: vive di percezioni, reputazione, credibilità. E la decapitazione del regime sciita davanti agli occhi del mondo è un colpo che inchioda Putin a un’evidenza imbarazzante: la Russia non sta giocando nella “Champions League delle superpotenze”, la sta commentando da bordo campo.
Certo, nell’immediato Putin può perfino incassare un beneficio collaterale: la crisi iraniana spinge in alto il prezzo del petrolio e questo, per un Paese che finanzia la guerra anche con gli idrocarburi, significa ossigeno. Ma è ossigeno che arriva dal caos altrui, non dalla forza propria. Soprattutto non cancella il problema politico: lo Zar si trova “in una posizione difficile”, come ha detto alla France Presse Aleksander Baunov del Carnegie Center, perché “per due volte in due mesi Putin non è riuscito a salvare almeno la vita di un dittatore alleato. E l’assassino è il suo amico Trump”.
E qui sta la fotografia più velenosa di tutte: l’uomo che Putin ha cercato di trattare come interlocutore privilegiato, quello con cui ha provato a costruire un rapporto pragmatico e utile, oggi gli svuota la narrazione pezzo dopo pezzo. Il multipolarismo proclamato non regge se, nei momenti decisivi, l’unico che agisce davvero è Washington.
Con amici così, recita l’adagio, chi ha bisogno di nemici. In questo momento, il problema del Cremlino è che la battuta non fa ridere più nessuno. E l’eco dello schiaffo, stavolta, rischia di sentirsi fino a Kiev.







