La bocciatura della Corte Suprema ai dazi imposti da Donald Trump non è un inciampo tecnico né una discussione da azzeccagarbugli. È un avviso di sfratto, scritto in punta di diritto, alla politica del “faccio io” che negli ultimi mesi ha trasformato il commercio internazionale in un ring e la parola “emergenza” in un telecomando: lo schiacci, e il Congresso sparisce. I giudici, con una maggioranza di sei contro tre, hanno detto l’opposto. Hanno detto che l’autorità del presidente non è incondizionata, che non può usurpare le prerogative parlamentari senza una motivazione plausibile, e che la materia commerciale non è un giocattolo da agitare per disciplina interna e paura esterna.
Il punto, infatti, non è solo economico. È istituzionale. La Corte sta dicendo alla Casa Bianca che l’America resta una repubblica con un parlamento e non un sistema in cui basta dichiarare “emergenza nazionale” per ridisegnare le regole del mercato. Trump ha provato a far passare il deficit commerciale, la crisi del fentanyl e altre circostanze come grimaldelli utili a giustificare dazi orizzontali, estesi e in parte permanenti. Ma quel tipo di scorciatoia, secondo i giudici, è un abuso: la leva d’emergenza non è fatta per sostituire le attribuzioni del Congresso, che ha voce in capitolo nei rapporti commerciali.
Nel breve periodo, in apparenza, potrebbe anche cambiare poco. È altamente probabile che l’amministrazione reagisca cercando nuovi appigli giuridici per reintrodurre misure doganali. Ma qui sta la prima crepa: quei nuovi appigli, se arriveranno, rischiano di essere più stretti, più parziali, più vulnerabili. Potranno colpire alcuni prodotti o alcuni settori, magari per periodi limitati, non l’idea di fondo del dazio come arma totale, brandita contro chiunque non si allinei. E soprattutto non con la stessa disinvoltura con cui è stato usato finora, come una minaccia costante, pronta a scattare ogni volta che un governo straniero “irrita” Washington.
Il messaggio della Corte, invece, resta. Resta anche se la Casa Bianca riuscirà, almeno per qualche mese, a ricostruire una cornice di tariffe generalizzate richiamando altre motivazioni o altri strumenti. Resta perché è un messaggio sul perimetro del potere presidenziale: non basta evocare una crisi per trasformare il protezionismo in politica estera, o per convertire i dazi nel bastone da agitare su Groenlandia, Francia o chiunque altro diventi bersaglio del giorno. Se l’emergenza diventa arbitrio, la democrazia liberale diventa un accessorio. E la Corte, qui, sta dicendo che non ci sta.
Poi c’è il lato più concreto, quello che fa male nei numeri. Migliaia, forse decine di migliaia di imprese potrebbero aver diritto a rimborsi dal Tesoro americano per dazi versati e ora ritenuti illegittimi. Non si parla di spiccioli, ma di una voragine potenziale nell’ordine dei 300-400 miliardi di dollari. Una cifra che, se anche fosse diluita, avrebbe un effetto diretto sul bilancio pubblico e sulla percezione di rischio del debito statunitense. Non sorprende che, dopo la sentenza, il mercato abbia letto il colpo anche in chiave fiscale: se aumentano i dubbi sulla tenuta dei conti, sale il costo del debito. Ed è un problema che non si risolve con una conferenza stampa o con un post furioso.
È qui che la retorica del “bullo dei dazi” rischia di presentare il conto al Paese che pretendeva di proteggere. Perché l’incertezza normativa non colpisce “gli altri”, colpisce prima di tutto chi produce e investe dentro gli Stati Uniti. Colpisce le catene di fornitura, i prezzi, i margini, le scelte industriali. Colpisce anche il cittadino, che vede oscillare costi e prospettive mentre la politica economica si trasforma in un pendolo: oggi tariffa, domani stop, dopodomani nuova tariffa con un altro pretesto. È un disordine che può piacere nelle campagne elettorali, ma che è veleno lento per un’economia complessa.
Trump, ovviamente, grida allo scandalo. Ma il punto non è il suo giudizio sulla sentenza: è che la Corte ha ricordato alla Casa Bianca una cosa elementare e insieme esplosiva, in questo clima. L’America non è un decreto esecutivo. Non è una “emergenza” perenne. Non è un Paese che può permettersi di giocare a roulette con il commercio globale e poi aspettarsi che il mercato, il Tesoro e le imprese facciano finta di niente. Questa è una di quelle decisioni che restano anche quando le tariffe cambiano nome, quando le misure vengono ripacchettate, quando i giuristi riscrivono le basi legali. La battaglia sul protezionismo non finisce qui. Ma da oggi Trump sa che il ring non è suo. E soprattutto che, se continua a menare colpi a caso, a sanguinare potrebbe essere l’America stessa.







