La Crusca “boccia” i testi di Sanremo: “Festival della medietà, prudenza tipica di Carlo Conti”. E tra i migliori spunta Ermal Meta

Carlo Conti – Sanremo

Se un Festival si giudicasse solo dai testi, Sanremo partirebbe già col freno a mano tirato. È l’impressione che arriva dalle pagelle firmate dal professor Lorenzo Coveri, accademico della Crusca e osservatore appassionato della canzone italiana, che ha letto i brani dei big “senza musica per il momento” e ha restituito un quadro fatto di voti prudenti, sufficienze stiracchiate e poche vere scosse. “Mai una volta che, leggendo un verso, abbia sobbalzato sulla sedia. Mai”, è la frase che fotografa il clima. Non un disastro, precisa, ma “quella medietà o, se vogliamo, prudenza, tipica di Carlo Conti”.

Il punto centrale, per Coveri, non è soltanto estetico: è l’idea di un Festival che preferisce la strada già battuta. “Quest’anno non ci sono canzoni d’autore che spicchino in modo particolare”, dice, e individua due nomi che almeno provano a guardare oltre la solita stanza emotiva: “Dargen D’Amico è l’unico, insieme a Ermal Meta, a guardare un po’ al di là dei classici problemi di coppia”. Anche qui, però, con una mezza stoccata: Dargen “in passato ci ha abituato a un po’ più di ironia e di impegno”.

Eppure, in controluce, Coveri vede un cambiamento reale: “Si sente l’apertura alle giovani leve, al pubblico di TikTok e Instagram. La canzone fatta apposta per Sanremo è morta”. Non significa che il risultato sia automaticamente più forte, anzi. Sul piano linguistico rimangono “tracce delle rime baciate in monosillabi me-te, e sai/e vai”, restano certe inversioni da manuale (“le braccia mie e le labbra tue”) e un “lessico aulico-retorico” che a volte pare un travestimento. Le rime, nota, “spesso assumono un valore ironico”, ma lui stesso si ferma a metà sorriso: “Non lo so”. E tira fuori un paragone colto e affilato, evocando “la vecchia storia di Nietzsche che fa rima con camicie di Gozzano”.

Tra le canzoni che, nel complesso, restano “dignitose”, Coveri cita Fulminacci: “Testo interessante con una dimensione quasi cinematografica”. Gli piace “l’immagine di lui che perde le chiavi di casa, metafora di spaesamento”, e sottolinea una frase che gli ha meritato un raro segno di entusiasmo: “il tempo come ‘mucchio di secondi, di primavere e rami spogli ma spero di essere il migliore dei tuoi sbagli’”. “Ci ho messo un punto esclamativo accanto”, confessa, con quella sincerità da professore che non finge di essere un fan.

Per Patty Pravo riconosce un’ambizione vera, “con un ottimo autore come Caccamo che cita persino l’Iliade”, ma la promozione resta controllata: “Diciamo che si difende”. Su Enrico Nigiotti, invece, arriva la delusione: “mi aspettavo di più”. E quando il testo scivola su immagini che per lui non reggono, l’ironia diventa giudizio: scrivere che “il tempo vola veloce come un pizzicotto” è “una figura retorica che fa un po’ ridere”. Poi c’è la frase “il tempo corre, quanto è stronzo”, che gli apre un capitolo sulle parolacce. E anche qui il Festival, secondo Coveri, non ha coraggio: “Sono poche. L’anno scorso erano tantissime, questo è un festival moderato che non colpisce né in bene né in male, che si limita a uno stronzo, due fottuto e poco altro”.

Il problema, per Coveri, non è la pulizia del linguaggio: è l’effetto complessivo. “In compenso c’è la para-poesia”, dice, e porta come esempio “Male necessario” di Fedez e Masini. Da una parte apprezza alcuni passaggi creativi, come “non ho più spazio per dipingermi d’inchiostro”; dall’altra stronca le immagini che sente già viste, come “il silenzio che è un rumore”, e sintetizza con una frase che pesa: “Una canzone che ambisce a volare alto, ma non sempre l’effetto è felice. Chi prova a volare alto e poi cade…”. E nel mezzo, concede un punto interessante: “mi piace l’inserimento della psicanalisi”, citando il “freudiano ‘dovrei separare l’ego dall’io’”.

La radiografia dei temi, poi, è impietosa per quantità più che per qualità: “Su 30 canzoni in gara almeno 20 parlano di amori tormentati, finiti, dolorosi”. Amori felici pochi, “più che altro tossici”, con una fragilità che torna ovunque “dietro un’apparente sicurezza di sé”. L’eccezione più netta, per Coveri, è Ermal Meta: “l’unico che esce dalla bolla”, perché porta una “filastrocca ninna-nanna verso una bambina di Gaza, pur senza mai renderlo esplicito”. E il giudizio qui si alza: “Il suo brano è uno dei migliori del lotto”. Per il resto, la fotografia è una sola e non fa sconti: “è come se quello che succede fuori da Sanremo non interessasse al Festival di Sanremo”.

Nel quadro generale, Coveri nota anche una tecnica dominante: “Due su tre si rivolgono a un ‘tu’ non esplicitato con un nome: quasi sempre un amante”. La definisce una scelta “tipica di tutta la poesia del Novecento da Montale in poi”, ma avverte che oggi convive con “una discesa verso il linguaggio parlato quotidiano”. Tra le eccezioni, salva l’autobiografismo: “Fa eccezione l’autobiografica canzone di Arisa in prima persona che la sufficienza la prende di sicuro”. E assegna un posto particolare a Levante, “l’unica che parla d’amore in modo non bamboccesco e celebra la felicità”.

Sul fronte delle sonorità linguistiche, Coveri osserva meno inglese: “Meno rapper e quindi meno inglese. Solo qualche feeling e i love you baby di routine che non fanno più macchia”. In compenso, “la fanno i francesismi di Elettra Lamborghini”, che lui tratta con più benevolenza della critica: “eppure a me non dispiace: molto disinvolta, sbarazzina, con tanti giochi, elementi pop, la Carrà. È la più pop di tutti. Anche in senso buono”. E si diverte a elencare i segnali: “Voilà poi d’emblée, bagarre, a pois, chic”, chiosando con una battuta che vale più di una nota a margine: “Forse perché è chic dire chic”.

Il verdetto finale, in sostanza, è un Festival che non esplode, non crolla, ma resta sospeso su una sufficienza prudente. Il messaggio più duro non riguarda una singola canzone: riguarda il perimetro. La sensazione, nelle parole di Coveri, è che Sanremo guardi dentro la coppia anche quando il mondo, fuori, fa rumore. E che la vera notizia, quest’anno, sia che per trovare una scossa si debba cercare non l’eccesso, ma una semplice deviazione dalla “bolla”. Ermal Meta, per ora, quella deviazione la firma. Gli altri, secondo la Crusca, restano in corsia di sorpasso vietato.