La lunga notte di Kiev: quattro anni dopo l’invasione la guerra torna a misurarsi in corrente elettrica e minuti di sonn

Guerra Russia-Ucraina, droni russi su Kiev

A Kiev la notte non “scende” più. Si spegne. Il buio non è poesia e non è romanticismo: è un segnale operativo. Vuol dire che la rete ha ceduto di nuovo, che qualcuno ha già acceso il generatore nel cortile, che le scale dei palazzi si percorrono con la luce del telefono e la batteria conservata come fosse una valuta. Quattro anni dopo l’invasione su larga scala, l’Ucraina entra nel quinto anno di guerra con una certezza concreta e brutale: la linea del fronte non passa soltanto nel Donbass. Passa dentro le centrali, nei cavi, nelle sottostazioni. E in inverno, quando la temperatura morde, la guerra diventa un problema di calore prima ancora che di geopolitica.

Alla vigilia del 24 febbraio, il quadro è quello di un Paese provato, ma non piegato. Sei regioni risultano al buio e al gelo dopo i bombardamenti russi che hanno colpito il sistema energetico. Nelle città, la routine è stata riscritta: si cucina quando c’è corrente, si lavora quando la rete regge, si dorme “a pezzi”, intervallando il sonno con le sirene e con l’ansia per il prossimo allarme. Le strade, di giorno, mostrano un’altra fotografia: giovani con ferite visibili, protesi, stampelle; negozi aperti a metà; un’economia che non collassa, ma cammina su una superficie crepata.

In questo scenario domani è previsto un summit a Kiev che assomiglia a una dichiarazione politica e, insieme, a una sfida alla sorte. Un incontro inevitabilmente “blindato”, preparato mentre i raid continuano e l’aria sa di rischio. Sono annunciati la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue António Costa in presenza, con altri leader europei collegati a distanza per ragioni di sicurezza. Zelensky parla di un gruppo di capi di governo nella capitale e di molti altri connessi online: la foto che l’Ucraina cerca è quella dell’Europa schierata, ma la forma stessa della riunione dice quanto la guerra resti capace di dettare le condizioni.

I numeri dell’ultima ondata spiegano meglio di qualsiasi aggettivo cosa significhi “vigilia” a Kiev. Nella notte tra sabato e domenica sono stati segnalati lanci di missili e una massa di droni; Zelensky ha parlato di una pressione costante e di un bisogno urgente di difesa aerea. È la frase che ritorna sempre: più protezione del cielo. Non come slogan, ma come requisito minimo per tenere accese le città e far funzionare i treni, che in Ucraina sono spesso l’unico modo per muovere persone e merci quando le strade diventano pericolose o quando gli aeroporti sono un ricordo lontano.

Il punto, dopo quattro anni, è che la guerra è cambiata senza mai finire davvero. L’inizio del 2022 era stato pensato da Mosca come un colpo rapido, una stretta improvvisa sul collo di Kiev. Le direttrici erano molte, l’obiettivo implicito era uno solo: spaventare, frantumare, arrivare al cuore politico del Paese e chiudere la partita. Quella partita non si è chiusa. Il progetto di prendere la capitale in tempi brevi è saltato, e la guerra si è allungata come un’ombra che non smette di trovare spazio.

Da allora il conflitto ha fatto quello che sanno fare le guerre lunghe: ha imparato. Ha cambiato pelle, strumenti, regole. Ha trasformato le città in obiettivi “strategici” non per conquistarle, ma per stancarle. Ha trasformato il cielo in un campo di caccia di droni, con la tecnologia che non affianca più la guerra: la guida. E ha trasformato la terra in un luogo dove la conquista non è la bandiera piantata su una collina, ma qualche centinaio di metri presi a caro prezzo, casa dopo casa, trincea dopo trincea.

La parola che oggi descrive meglio la guerra è logoramento. Non è una definizione accademica: è ciò che resta addosso alle persone. È la sensazione di vivere in una cronologia spezzata — prima e dopo — e di non avere un punto di arrivo visibile. Eppure, dentro questa stanchezza, c’è un altro dato che pesa: la maggioranza degli ucraini, pur provata, non vuole consegnarsi a promesse considerate inaffidabili e non vuole accettare diktat percepiti come una resa mascherata. È una resistenza che non nasce dall’eroismo continuo, ma dalla sfiducia radicale verso ciò che Mosca potrebbe “garantire”.

Il fronte resta confuso, spesso raccontato con mappe che cambiano poco e con comunicati che parlano di guadagni e perdite minime. Ma la guerra, ormai, la vedi altrove: la vedi nelle case senza luce, negli ospedali che devono scegliere cosa alimentare quando la rete cede, nelle aziende che lavorano a intermittenza, nei condomini dove si è tornati a parlare con i vicini perché il cortile è l’unico posto dove il generatore funziona bene. La vedi nella disciplina quotidiana: tenere sempre pronta una borsa, non sprecare batterie, imparare a capire dalla sirena se il pericolo è vicino o è “solo” un’altra notte da attraversare.

E sopra tutto questo c’è la politica internazionale, che oggi viene percepita come variabile decisiva. Gli ucraini sanno che la guerra non si combatte soltanto con il coraggio, e neppure soltanto con la volontà: si combatte con munizioni, difesa aerea, sistemi, soldi. Ogni cambio di umore degli alleati diventa una crepa nella previsione. Ogni ritardo diventa un rischio moltiplicato. E intanto Mosca insiste, perché in una guerra di durata la strategia più semplice è consumare l’avversario: farlo restare sveglio, farlo restare al freddo, farlo restare al buio.

Il summit di Kiev nasce dentro questo scenario: non è la foto di un traguardo, è la foto di un “ancora”. Un tentativo di stabilire che, quattro anni dopo, la città non è caduta e non è stata normalizzata. Che l’Europa non può considerare questa guerra un rumore di fondo. Che il quinto anno non può essere archiviato come inevitabile.

A Kiev, però, le frasi politiche valgono fino al prossimo allarme. Perché la guerra, qui, ha una misura concreta: minuti senza corrente, ore senza riscaldamento, chilometri di rete riparati e poi colpiti di nuovo. E la cosa più dura, per chi vive in una capitale europea trasformata in bersaglio, non è la paura in sé. È l’assenza di una “luce in fondo”, non come slogan, ma come calendario. L’Ucraina si avvicina al 24 febbraio con una città che resiste e con un Paese che sopravvive. Ma la pace, oggi, non è un orizzonte: è una parola che tutti pronunciano e che nessuno, davvero, riesce ancora a vedere.