La telefonata intercettata, il nome cancellato e il “pettegolezzo” su Kushner: perché la bomba sul tavolo di Tulsi Gabbard è un caso politico

Jared Kushner

La domanda che rimbalza a Washington è di quelle che fanno impazzire i palazzi: di quale pettegolezzo su Jared Kushner stavano discutendo due leader stranieri in una telefonata intercettata da un servizio di intelligence alleato? La risposta, al momento, è tanto semplice quanto politicamente velenosa: non si sa. I dettagli non sono pubblici, e proprio questo vuoto è diventato il cuore del caso, perché trasforma una notizia da retrobottega in un potenziale problema di sicurezza nazionale e di gestione del potere.

La vicenda, per come viene raccontata, parte da un’intercettazione effettuata nel maggio scorso da un Paese alleato degli Stati Uniti. Nella registrazione due figure di vertice straniere parlano di Iran e, dentro quel ragionamento, si chiedono chi conti davvero attorno al presidente. È in quel contesto che viene fatto il nome di Kushner, descritto come una presenza influente pur non avendo un incarico ufficiale nella seconda amministrazione. Un volontario sui dossier più caldi, viene detto: da Gaza all’Ucraina. E poi arriva il passaggio più delicato, quello che accende la fantasia e fa scattare i radar: i due si scambiano anche una notizia “imbarazzante” sul genero, un pettegolezzo che, per stessa ammissione di chi ne parla, sarebbe facile da liquidare o smentire, ma che resta coperto dal segreto.

Il punto, però, non è tanto capire “che cosa” sia stato detto, quanto osservare “che cosa” è successo dopo. Poiché la conversazione riguardava una persona molto vicina al presidente, il servizio alleato decide di condividerla con gli americani: un passaggio prudenziale, quasi automatico, quando si toccano figure sensibili. A quel punto entra in scena la direttrice nazionale dell’intelligence, Tulsi Gabbard, e la storia cambia tono: secondo la ricostruzione, non solo avrebbe rimosso il nome di Kushner dal materiale, ma avrebbe anche vietato la distribuzione della registrazione nei canali interni. In sostanza, un’insabbiatura.

È qui che la faccenda smette di essere un “gossip” e diventa un caso. Perché se un documento di intelligence viene “ripulito” e bloccato, la domanda non è più soltanto cosa contenesse, ma chi decide cosa può circolare dentro l’apparato e cosa no, soprattutto quando in mezzo c’è un cognome che scotta. Un membro dei servizi, sempre secondo quanto viene riportato, avrebbe giudicato il comportamento della direttrice inappropriato e si sarebbe appellato alle tutele previste per i whistleblower per far partire una denuncia e chiedere un’inchiesta. Tradotto: qualcuno, dall’interno, avrebbe detto che così non si fa.

Le difese attribuite a fonti vicine a Gabbard seguono una linea prevedibile. La conversazione sarebbe stata innocua, perché verteva in modo generale su chi abbia influenza sulla Casa Bianca. Quanto al pettegolezzo, sarebbe stato “facile da smontare”. È una risposta che prova a spostare l’attenzione dal merito alla cornice: non era niente, dunque non valeva la pena farlo girare. Ma il problema, politicamente, è proprio questo: se era niente, perché intervenire così pesantemente? E se invece non era niente, perché nessuno – tranne pochissimi – poteva valutarlo?

Nel frattempo, la politica si dispone come sempre: i repubblicani tendono a fare quadrato, i democratici chiedono di vederci chiaro. E le domande che vogliono mettere a verbale sono due. La prima riguarda l’Iran e l’eventuale influenza di Kushner sulle scelte più dure dell’amministrazione. Inclusa la decisione di colpire strutture nucleari iraniane arrivata nelle settimane successive. La seconda riguarda Gabbard: se abbia violato procedure, regole o peggio ancora norme di legge, proteggendo una persona vicina al presidente e controllando l’informazione interna.

Sul fondo resta un paradosso perfetto per uno scandalo: l’elemento più chiacchierato è l’unico che non si può raccontare. Il “pettegolezzo” su Kushner non viene descritto, non viene documentato, non viene svelato. Esiste come ombra, e come ombra alimenta sospetti. Ma proprio per questo, e per il modo in cui sarebbe stato gestito, può diventare il detonatore. Non tanto per ciò che contiene, quanto per ciò che suggerisce. Che in un punto preciso della macchina dello Stato ci sia qualcuno che ha pensato: questo nome non deve circolare. E da lì in poi, il tema non è più la curiosità. È il potere.