Le “ginocchiere di Trump” a Davos, l’affondo di Newsom e l’Europa nel mirino: “Se vi inginocchiate, vi divora.”

Davos, World Economic Forum Annual Meeting 2026 – giorno 2, il discorso di Donald Trump

A Davos, in mezzo a panel lucidati a specchio e promesse di “dialogo globale”, Gavin Newsom sceglie la battuta che graffia e il concetto che brucia. «È la nuova ginocchiera firmata da Trump, e sono disponibili online… le ultime erano esaurite, comunque queste sono in stock», dice, tra risate e applausi. La platea ride, lui non sta scherzando: la ginocchiera è l’immagine di un’America – e di un mondo – che, secondo lui, si sta piegando.

La parte davvero pesante arriva subito dopo, quando il governatore della California – già sindaco di San Francisco e nome che molti leggono come possibile candidato democratico per la Casa Bianca nel 2028 – trasforma l’ironia in atto d’accusa: «Si stanno vendendo i nostri studi legali. Molte università americane si stanno vendendo. E sì, anche molti leader aziendali si stanno vendendo a questa amministrazione. Vendono i nostri valori, vendono il nostro futuro. Vendono ciò che rende grande l’America, e questo mi spezza il cuore».

Newsom spinge il ragionamento oltre la polemica quotidiana e prova a inchiodarlo a un anniversario simbolico: l’anno del 250esimo degli Stati Uniti. Duecentocinquanta anni che, nelle sue parole, dovrebbero ricordare un’idea di democrazia fatta di bilanciamento dei poteri, Stato di diritto e sovranità popolare. E la domanda che lancia non è una domanda retorica, è un gancio: “Ditemi se questo rispecchia l’America di cui leggete oggi”.

Nel suo intervento, l’attacco a Trump prende anche la forma di una definizione che sembra studiata per restare in testa: «Donald Trump è una specie invasiva». Non un avversario politico qualsiasi, ma qualcosa che colonizza, cambia l’habitat, rende irriconoscibile ciò che tocca. Secondo Newsom, Trump ha colonizzato il Partito repubblicano e lo ha trasformato in altro.

Ma la giornata di Davos, per lui, non è solo palco e microfoni. È anche retroscena, e il retroscena è una storia che assomiglia a un trailer: Newsom racconta che avrebbe dovuto partecipare a un evento alla USA House, il padiglione americano al Forum, e che invece «si sono assicurati che io non parlassi», fino a far cancellare l’incontro. Lui la legge come una fotografia dell’America “al contrario”: libertà di parola, libertà di riunione, libertà di espressione che si restringono quando diventi scomodo.

Il punto, però, è che a Davos Newsom non parla solo agli americani. Parla soprattutto agli europei, e lo fa con un linguaggio che non somiglia alla diplomazia: «Avrei dovuto portare un mucchio di ginocchiere per i leader mondiali», insiste, e descrive la scena globale come un teatro di inchini. “Premi Nobel regalati, corone e riconoscimenti”, dice, “è patetico”, “imbarazzante”. È l’immagine di una comunità internazionale che, nella sua lettura, sta scambiando prudenza per sottomissione.

Nell’intervista rilasciata in queste ore alla stampa italiana, la frase che diventa titolo è un’altra: con Trump «la diplomazia non esiste». «È un T-Rex: o ti allei con lui o ti divora, non ci sono vie di mezzo», dice. E qui Newsom non parla più di repubblicani o democratici: parla di metodo, di potere e di paura. L’Europa, sostiene, dovrebbe smettere di “continuare a fare quello che ha fatto finora” perché sarebbe stata “manipolata”. Se continuerà su quella strada, “potrebbe essere divorata”.

L’affondo arriva anche sul linguaggio della complicità: Newsom descrive un Congresso “supino”, capace di dire una cosa in privato e un’altra in pubblico, e chiede ai leader di “stare dritti e forti”, “restare uniti”. È la sua tesi centrale: Trump prospera quando l’avversario non sceglie, quando galleggia, quando fa finta di negoziare mentre arretra. E il bersaglio, questa volta, non è solo Washington: è l’atteggiamento dei governi occidentali davanti a un presidente che – nella sua rappresentazione – “prende la gente per scema”.

Dentro questo racconto muscolare, Newsom piazza anche una previsione che serve a chiudere il cerchio della sua strategia: Trump, sostiene, non si spingerà fino a gesti estremi come una presa “con la forza” della Groenlandia, perché lo vede “con le spalle al muro” e destinato a essere colpito alle elezioni di midterm. È una valutazione politica, non un dato: la presenta come certezza, ma resta il tipo di frase che a Davos funziona perché mette una scadenza al timore.

Dall’altra parte, Trump non lascia correre del tutto. In un passaggio pubblico, replicando alle critiche, lo definisce “un bravo ragazzo” e lo invita a chiamare la Casa Bianca per “gestire la California”, infilando la stoccata nel registro del paternalismo: ti sminuisco, ma ti do anche la pacca sulla spalla.

In controluce, il copione è chiaro: Davos diventa la passerella in cui Newsom prova a costruirsi come il democratico che non ha paura di dire “no” a Trump, e che anzi invita l’Europa a fare lo stesso. È un linguaggio da campagna elettorale, anche se l’elezione è lontana: metafore semplici, immagini taglienti, nemico definito in modo totale. La “specie invasiva”, il “T-Rex”, le “ginocchiere”. L’obiettivo è far passare un’idea: non si tratta più di discutere con Trump, si tratta di decidere se inginocchiarsi o resistere. E a giudicare dagli applausi, almeno in quella sala, la frase ha trovato il suo pubblico.