Le purghe di Elly Schlein dopo il referendum: nel mirino Pina Picierno, a Bruxelles può scattare il ribaltone con Zingaretti

Elly Schlein – Ipa, @lacapitalenews.it

La vittoria del No al referendum rischia di trasformarsi, per il Partito democratico, in molto più di un successo politico da rivendicare. Per Elly Schlein si apre infatti una fase delicatissima, quella in cui i conti interni non si rinviano più e le fratture emerse negli ultimi mesi potrebbero diventare scelte concrete. La segretaria dem Elly Schlein si ritrova davanti a due dossier pesanti: il primo riguarda l’ala riformista, che in più di un’occasione ha marcato una distanza evidente dalla linea ufficiale del partito; il secondo è quello delle primarie, una trappola politica che potrebbe stringersi attorno a lei molto prima delle prossime elezioni.

Il punto più esplosivo riguarda Pina Picierno, da tempo considerata la voce più riconoscibile dell’area riformista. La vicepresidente del Parlamento europeo, che ha anche votato Sì in contrasto con la linea prevalente del partito, potrebbe diventare il primo bersaglio politico di una normalizzazione interna destinata a ridisegnare gli equilibri del Pd.

Il caso Picierno e la verifica a Bruxelles

L’occasione per intervenire potrebbe arrivare con la verifica di metà mandato al Parlamento europeo. È lì che, secondo le indiscrezioni, Schlein potrebbe tentare di chiudere i conti con la componente riformista togliendo centralità a Pina Picierno. Al suo posto, con ogni probabilità, potrebbe essere promosso Nicola Zingaretti, oggi capo delegazione del Pd a Bruxelles e figura considerata più in sintonia con l’attuale maggioranza interna.

Sarebbe un passaggio tutt’altro che simbolico. Perché colpire Picierno significherebbe mandare un messaggio netto a tutta l’area riformista: nel nuovo Pd il margine per linee autonome o dissensi pubblici potrebbe restringersi drasticamente. E non a caso il possibile avvicendamento a Bruxelles viene letto da molti come il primo vero regolamento di conti dopo il referendum.

Il paradosso politico, naturalmente, è tutto nel nome di Zingaretti. Proprio lui, che da segretario lasciò il partito denunciando un clima interno avvelenato e un’ossessione per le poltrone, oggi viene indicato come l’uomo che potrebbe raccogliere una delle caselle più pesanti nella geografia di potere dem.

La resa dei conti con i riformisti

La partita, però, non si fermerebbe a Bruxelles. Se il primo segnale dovesse arrivare con la sostituzione di Pina Picierno, il secondo passaggio si giocherebbe molto più avanti, quando inizierà davvero la costruzione delle liste per le politiche del 2027. È lì che la resa dei conti potrebbe diventare ancora più evidente.

Molti esponenti dell’area riformista, infatti, rischiano di trovarsi davanti a una realtà brutale: meno spazio, meno peso, meno posti eleggibili. Non servirebbero epurazioni formalmente dichiarate. Basterebbe la matematica delle candidature, che nei partiti è spesso più feroce di qualsiasi congresso. E così il successo referendario della linea di Elly Schlein potrebbe diventare la legittimazione politica per una progressiva marginalizzazione di chi, dentro il Pd, ha continuato a rappresentare una cultura diversa, più moderata, più centrista, più insofferente alla torsione identitaria impressa dalla segretaria.

Per Schlein sarebbe un’operazione utile a consolidare la propria leadership, ma al tempo stesso rischiosa. Perché punire i riformisti può rafforzare il controllo interno, ma può anche allargare il fossato con un pezzo di classe dirigente che non ha mai davvero smesso di considerarla una leadership fragile, più forte nella narrazione pubblica che nella gestione dei rapporti di potere.

Il nodo primarie che può complicare tutto

Ed è qui che entra il secondo dossier, forse ancora più insidioso. Perché se all’esterno Schlein può apparire rafforzata dal risultato referendario, all’interno continua a muoversi in una zona politicamente instabile. Il tema delle primarie resta infatti una mina sotto la sua segreteria.

Da una parte ci sono coloro che spingono perché la leadership del centrosinistra venga rimessa in discussione con un confronto aperto, e tra questi c’è anche Giuseppe Conte, che intravede nei sondaggi una possibile convenienza politica in un duello diretto. Dall’altra c’è invece chi vuole congelare tutto, evitare accelerazioni e prendere tempo, nella speranza che nel frattempo emerga una figura alternativa, capace di tenere insieme il campo largo senza consegnarlo né a Schlein né al leader del Movimento 5 Stelle.

È in questa morsa che la segretaria si muove oggi. Più forte, sì, ma non abbastanza da sentirsi al sicuro. Per questo il referendum potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio: una vittoria da capitalizzare subito sul piano interno, prima che il confronto sulle alleanze, sui nomi e sulle primarie torni a logorare la sua posizione.

La sensazione è che il Pd stia entrando in una fase solo apparentemente ordinata. In superficie c’è la soddisfazione per il risultato politico. Sotto, invece, si muovono rancori, conti da chiudere, equilibri da riscrivere e una guerra fredda che potrebbe presto diventare apertissima. E se davvero la prima a pagare dovesse essere Pina Picierno, allora il messaggio sarebbe chiarissimo: nel partito di Elly Schlein, dopo il referendum, comincia il tempo della selezione.