Non è una parodia, non è una sceneggiatura distopica, non è neppure uno scherzo di Carnevale fuori stagione. È Milano che si prepara alle Olimpiadi invernali, e lo fa come solo Milano sa fare: sommando tutto, senza togliere nulla. Atleti, delegazioni, sponsor, media, tedofori a rotazione continua. Ma soprattutto apparati di sicurezza, uomini in divisa, ufficiali di collegamento, servizi che si parlano e altri che fingono di non farlo. Un’Olimpiade parallela, silenziosa e nervosa, che non salirà mai sul podio ma che rischia di occupare più spazio delle gare.
Ice statunitense, servizi di sicurezza del Qatar, cooperazioni europee, e sullo sfondo le suggestioni più o meno fantasiose: Pasdaran iraniani al seguito degli atleti, spie russe che osservano senza bandiera, antagonisti pronti a scendere in piazza. Non li vedremo sfilare con le delegazioni, ma saranno ovunque. È la competizione che non assegna medaglie, ma misura il grado di paranoia globale.
La presenza più visibile, e meno sorprendente, è quella del Qatar. Circa un centinaio di uomini già arrivati, mezzi che hanno iniziato a farsi notare per le strade di Milano, coordinamento con le autorità italiane per la protezione di figure istituzionali e membri della famiglia reale. Nulla di eccezionale, sulla carta. Comando e responsabilità restano italiani, le squadre straniere affiancano e supportano. Molta scena, molta visibilità, ma un copione già visto in altri grandi eventi internazionali.
Più scivoloso il capitolo iraniano. In Parlamento qualcuno ha parlato apertamente di atleti scortati dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. L’ambasciata iraniana ha smentito. E proprio lì, tra dichiarazioni e smentite, nasce la suggestione che fa gola a titoli e retropensieri: apparati rivali che si incrociano nello stesso spazio urbano, Mossad e Pasdaran evocati nella stessa frase, Milano trasformata per qualche settimana in un set da spy story. È suggestivo, è inquietante, ed è anche molto difficile da dimostrare.
Sul fronte russo la situazione è ancora più ambigua. Gli atleti ammessi come neutrali gareggeranno senza bandiera, ma è ragionevole pensare che Mosca mantenga canali di tutela e monitoraggio attraverso strutture consolari e apparati statali. Parlare di agenti del Kgb che passeggiano per Brera è probabilmente eccessivo, ma l’attenzione è massima, soprattutto in vista delle manifestazioni annunciate contro i Giochi. La prima il 5 febbraio, la seconda il 7. Milano lo sa: quando c’è un evento globale, la protesta diventa globale anche lei.
A questo quadro già affollato si aggiunge la dimensione più squisitamente milanese, quella che nessun piano di sicurezza riesce davvero a normalizzare. I maranza, evocati come una sorta di variabile impazzita. I pusher del boschetto di Rogoredo, che continuano a esistere indipendentemente da Olimpiadi, zone rosse e protocolli internazionali. La domanda, neppure troppo ironica, è se certi pezzi di città avranno più timore delle forze dell’ordine italiane o di quelle arrivate da chissà quale Paese esotico.
Michele Masneri, con il suo sguardo affilato, ha colto perfettamente il clima. Altro che Minneapolis. Altro che incidenti lontani. Qualcuno sostiene che Bovino si sia fatto licenziare in tempo per non finire nel caos milanese. Intanto, quasi a voler dimostrare che Milano non vuole farsi trovare impreparata, la cronaca registra un immigrato ucciso dalla polizia in zona San Donato. Un episodio che pesa come un macigno in un contesto già saturo di tensione.
E mentre la città si blinda, arriva anche il lato grottesco, quello che rende tutto più surreale. Gli hockeisti gay della serie “Heated Rivalry”, protagonisti di uno sceneggiato di successo mondiale, annunciati come tedofori. Ormai lo sono tutti, verrebbe da dire. Tedofori, testimonial, ospiti d’onore, influencer. Uno canadese e uno russo, nella finzione nemici della patria che scappano da un Paese che odiano. E chissà se si sentiranno più a casa o più oppressi nel villaggio olimpico in zona Ripamonti, ribattezzato con sarcasmo Togliattigrad, tra Fondazione Prada, deviazioni continue e transenne.
Il 6 febbraio viene già descritto come l’armageddon milanese. Scuole chiuse, aziende che invitano allo smart working, traffico paralizzato. “Sono in smart per il Mi-Co” promette di diventare il tormentone della stagione. Sotto i palazzi, megastore del merchandising olimpico, strutture temporanee per i media, una città trasformata in un grande evento permanente. Aperitivi, cene, controcene, simposi. Chiunque conti qualcosa deve esserci. È quasi scontato immaginare arrivi eccellenti, salti tra Milano e Cortina, Rolex che brillano sotto le luci alpine.
Questa Olimpiade non è solo sport. È una prova generale di convivenza forzata tra mondi che normalmente si osservano da lontano. Apparati di sicurezza che cooperano, si studiano, si tollerano. Una città che si presta a essere vetrina globale e, allo stesso tempo, campo minato simbolico. Milano-Cortina promette gare spettacolari, certo. Ma prima ancora mette in scena un gigantesco teatro della sicurezza, dove il confine tra prevenzione e paranoia, tra realtà e suggestione, diventa sottilissimo. E alla fine, come spesso accade, il vero spettacolo rischia di non essere sul ghiaccio.







