Roma, capitale di due visioni opposte
Roma, per tre giorni, diventa qualcosa di più di una capitale politica e religiosa. Diventa un campo di tensione simbolica. Da una parte c’è Leone XIV, che nella periferia di Ponte Mammolo sceglie parole nette, quasi taglienti, contro ogni tentativo di piegare Dio alla logica della guerra.
Dall’altra arriva Peter Thiel, magnate americano della tecnologia, fondatore di Palantir e figura di culto dell’universo Maga, pronto a tenere una serie di lezioni riservate dedicate all’Anticristo.
Due linguaggi, due mondi, due idee di futuro che finiscono per incrociarsi nella stessa città e negli stessi giorni. Il Papa, durante la messa celebrata nella parrocchia di Ponte Mammolo, va dritto al punto.
«Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace».
E ancora: «Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre».
Non è una frase qualsiasi. È una frase che cade nelle stesse ore in cui a Roma sbarca uno degli uomini più discussi della destra tecnologica americana.
Roma diventa il crocevia tra il Papa e Peter Thiel
Il contrasto è quasi perfetto, perfino nella messa in scena. Leone XIV parla da una parrocchia di periferia, in mezzo a fedeli comuni, con un lessico che richiama pace, speranza, luce, umanità.
Thiel arriva invece con il peso di una fama che lo precede, quella di profeta duro della Silicon Valley, miliardario irregolare, finanziatore politico, mente ossessionata dai rischi del controllo globale e dall’idea che dietro la richiesta di regolamentare la tecnologia si nasconda una tentazione autoritaria.
Non è un personaggio secondario. Peter Thiel è da anni una figura centrale nell’intreccio tra innovazione, finanza, potere e ideologia conservatrice americana.
Il suo nome è legato a Palantir, all’ambiente di PayPal, ai rapporti con Donald Trump, al sostegno decisivo dato all’ascesa di JD Vance e a una visione del mondo in cui la tecnologia non è soltanto uno strumento, ma una frontiera di salvezza, potere e selezione.
Secondo il racconto riportato dal Financial Times, Thiel terrà a Roma una serie di lezioni a porte chiuse sull’Anticristo.
Un tema che, nelle sue mani, non resta teologico. Diventa politico. Diventa culturale. Diventa un’arma polemica contro chi chiede limiti, controlli e regole per l’intelligenza artificiale.
La sua tesi, già espressa in passato, è brutale nella sua semplicità: il vero pericolo sarebbe chi usa la paura dell’apocalisse per bloccare il progresso scientifico e tecnologico.
La sfida sull’intelligenza artificiale e il sospetto di un circolo parallelo
È qui che la rotta di collisione con Leone XIV diventa evidente.
Il Papa ha più volte messo in guardia dai rischi dell’intelligenza artificiale. Non per fermare l’innovazione, ma per governarla.
È una distinzione decisiva.
Da una parte c’è l’idea che la tecnica debba restare dentro un orizzonte umano, etico e politico. Dall’altra c’è la tentazione opposta: considerare ogni richiesta di regola come il primo passo verso una nuova forma di tirannia.
Non a caso il mondo cattolico più vicino alla sensibilità del pontefice ha reagito con freddezza, quando non con aperta ostilità.
Avvenire ha pubblicato articoli molto critici nei confronti di Thiel e di Palantir, sostenendo che la promessa di salvare l’umanità attraverso certi dispositivi tecnologici rischia di comprimere proprio ciò che rende umano l’essere umano.
Padre Paolo Benanti, consulente del Vaticano sull’intelligenza artificiale, ha parlato addirittura della traiettoria di Thiel come di una sfida radicale ai fondamenti della convivenza civile.
E il professor Massimo Faggioli ha letto la presenza del miliardario americano a Roma come un’operazione implicitamente ostile al papato, quasi il tentativo di costruire nella capitale della cattolicità un circuito americano alternativo, in competizione con il messaggio di Leone XIV.
L’impressione, insomma, è che la partita non sia soltanto religiosa né soltanto tecnologica. È una partita di egemonia culturale.
Chi ha il diritto di parlare del futuro? Chi decide se l’intelligenza artificiale vada frenata, regolata o lasciata correre?
E soprattutto: chi può evocare categorie ultime come il bene, il male, la salvezza, l’Anticristo, senza trasformarle in strumenti di potere?
Guerra, migranti, Palantir e il fronte politico che osserva in silenzio
A rendere il quadro ancora più teso c’è poi il capitolo politico.
Il Papa e l’episcopato americano hanno criticato duramente la stretta sull’immigrazione voluta da Donald Trump.
Palantir, invece, da quelle politiche ha tratto vantaggio, visto che i suoi servizi vengono utilizzati dall’agenzia americana Immigration and Customs Enforcement per tracciare i migranti.
Non è un dettaglio tecnico.
È il punto in cui l’astrazione ideologica diventa realtà concreta, amministrazione del controllo, tecnologia applicata ai corpi e ai confini.
E allora i tre giorni romani di Thiel non appaiono più come una semplice trasferta culturale di un imprenditore eccentrico. Somigliano piuttosto a una dimostrazione di forza, o quantomeno a un test.
In che misura Roma è disponibile a ospitare, assorbire, magari perfino normalizzare la presenza dell’alt-right americana in versione high-tech?
Non è una domanda stravagante, perché negli ultimi anni la capitale ha già visto passare figure come Steve Bannon ed Elon Musk, entrambe in vario modo in rapporto con l’area politica che guarda con interesse al governo Meloni.
Per questo l’assenza di una risposta chiara da parte della presidente del Consiglio, sollecitata dall’opposizione a spiegare se incontrerà o meno Thiel, pesa politicamente più del silenzio formale.
Non è detto che ci sia un incontro. Ma è già significativo che la domanda venga posta.
Vuol dire che il fondatore di Palantir non viene percepito come un semplice uomo d’affari, bensì come un vettore di influenza ideologica, uno che porta con sé una certa idea di Occidente, di controllo, di frontiera, di tecnologia e di potere.
Il cuore dello scontro: il limite
In questo quadro, le parole di Leone XIV acquistano un peso ancora più forte. «Dio non può essere arruolato dalle tenebre» non è soltanto una frase spirituale.
È anche una risposta indiretta, ma leggibilissima, a ogni tentazione di piegare il linguaggio religioso a un progetto di dominio, di scontro permanente, di legittimazione morale della forza.
Quando poi il Papa aggiunge che bisogna «dialogare senza tregua per la pace», rimette al centro una parola che nel lessico dei nuovi profeti della potenza sembra quasi fuori moda: limite.
E forse è proprio questo il cuore dello scontro romano. Da una parte chi vede nel limite una forma di saggezza, dall’altra chi lo considera l’anticamera della paralisi.
Da una parte una Chiesa che teme la divinizzazione della tecnica, dall’altra una galassia politico-tecnologica che considera ogni freno come il sospetto travestito del nuovo Anticristo.
In mezzo c’è Roma, ancora una volta, che si scopre non soltanto scenario ma simbolo. E che in tre giorni mette in fila il Papa della pace e il miliardario che trasforma l’apocalisse in una conferenza riservata.







