John Bolton non ha mai nascosto la sua posizione: per lui il cambio di regime in Iran è una necessità strategica. Ma nelle ultime ore, mentre la crisi si allarga e le dichiarazioni incendiano il fronte internazionale, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca sposta l’attenzione dal principio all’esecuzione. E il suo avvertimento riguarda anche l’Europa, Italia compresa.
Bolton giudica legittimi gli obiettivi dell’attacco. “Il programma nucleare iraniano, quello missilistico e balistico, e il sostegno di lunga data al terrorismo internazionale sono ragioni legittime per intraprendere questa azione”, afferma. Ricorda anche la linea rossa tracciata da Trump sulle esecuzioni interne e la repressione del dissenso. Ma, aggiunge subito, “se poi questo piano verrà eseguito in maniera corretta è un’altra questione”.
È qui che emergono le sue preoccupazioni. “Sono preoccupato per un paio di cose”, spiega. La prima riguarda il coordinamento con l’opposizione iraniana. Secondo Bolton, l’amministrazione americana dovrebbe lavorare affinché l’esercito regolare e altre istituzioni si schierino contro il regime. In caso contrario, gli attacchi rischiano di non essere sufficienti a provocare un reale cambio di potere. La seconda riguarda lo stile politico di Trump: “Mi preoccupa la sua propensione a fare qualcosa di drammatico e poi dichiarare vittoria”. Cita la cosiddetta “Guerra dei Dodici Giorni”, quando, dopo bombardamenti sul programma nucleare, venne annunciato un risultato definitivo che, a suo dire, non corrispondeva alla realtà.
Il timore è che l’operazione si fermi troppo presto. “Temo possa andare avanti per due o tre giorni, e poi dichiarare vittoria dicendo che spetta all’opposizione rovesciare il regime. Se fa così non avrà successo e la repressione stavolta sarà ancora più sanguinosa”. Bolton insiste: per rovesciare davvero il sistema iraniano occorre colpire gli strumenti concreti del potere statale, in particolare la Guardia Rivoluzionaria. “Possiede il 40% dell’economia, controlla i missili, i programmi nucleari, è il vero governo. Gli ayatollah sono figure più religiose, una copertura ideologica”.
Alla domanda se possano servire soldati americani sul terreno, Bolton risponde che lo ritiene improbabile, ma non lo esclude del tutto. “Non sono sicuro che si sia preparato fino a questa eventualità. Non escluderei la possibilità, ad un certo punto, anche se non è una posizione molto popolare”. Sul dopo, immagina un governo provvisorio gestito dall’esercito convenzionale, non dalla Guardia Rivoluzionaria, per avviare una fase di transizione costituzionale.
Ma è quando si parla di Europa che il tono diventa più diretto. “Tutti devono preoccuparsi del rischio che gli iraniani compiano attività terroristiche in Europa e negli Stati Uniti. L’hanno già fatto e sono sicuramente capaci di farlo di nuovo”. Bolton richiama un precedente storico e invita i governi occidentali a non sottovalutare la possibilità di ritorsioni indirette.
Poi arriva la frase che colpisce più da vicino: “I missili di Teheran possono raggiungere l’Europa, è qualcosa a cui avreste dovuto prestare più attenzione tempo fa”. Alla domanda esplicita sull’Italia, la risposta è netta: “L’Europa orientale e centrale è nel raggio d’azione. Hanno missili a raggio intermedio in grado di colpire l’Italia”.
Un avvertimento che si inserisce in uno scenario già carico di tensioni. Mentre si discute di strategie, piani militari e possibili cambi di regime, Bolton ricorda che il conflitto non resta confinato ai confini iraniani. La dimensione regionale, a suo avviso, potrebbe allargarsi se Teheran decidesse di reagire colpendo interessi occidentali fuori dal Medio Oriente.
Il suo messaggio è duplice: sostegno alla linea dura, ma senza illusioni sulla rapidità dei risultati. E soprattutto una raccomandazione agli alleati europei: prepararsi. Perché, nelle sue parole, la crisi non riguarda soltanto Washington e Teheran. Riguarda anche le capitali europee, Roma inclusa.







