Negli ultimi anni il rapporto tra il governo guidato da Giorgia Meloni e la RAI è diventato uno dei temi più discussi all’interno del dibattito pubblico italiano e non. Sempre più spesso si parla di “Tele-Meloni”, un’espressione usata da opposizioni e osservatori per descrivere una televisione pubblica, come la Rai, percepita come allineata ideologicamente alla maggioranza di governo. Non che questo non succedesse anche in passato: erano i tempi di Telekabul e di Sandro Curzi quando la Rai non era solo lottizzata ma letteralmente spartita con RaiUno alla Democrazia Cristiana, RaiDue ai socialisti e RaiTre al Partito Comunista Italiano. Ma ora non esiste alcuna divisione, tutto è governativo, tutto spinge e propaga una sola idea unica.
Ma allora gli italiani sono pazzi?
No, non lo sono. L’ombra politica è tornata in Rai. Perché quello che gli italiani percepiscono da tre anni a questa parte è tutto vero. Conduttori allineati, nomine “amiche” ai vertici, cambi di conduzione, chiusura o spostamento di alcuni programmi, conduttori che abbandonano per via dell’aria cattiva e del soffocamento della loro informazione “non allineata”: vedi “che tempo che fa” con Fazio e Littizzetto o lo stesso Amadeus, acclamato e ora compianto direttore artistico degli scorsi Festival, spazzato via e accolto dai benestanti della Warner Bros. Insomma tutto viene letto come il segno di un controllo politico sempre più tangibile sia nei telegiornali sia nei programmi d’intrattenimento.
Ma quando si parla del Festival di Sanremo, la questione diventa ancora più delicata. Perché Sanremo non è un programma qualsiasi: per gli italiani è un rito. È l’evento televisivo più seguito dell’anno. L’Ariston è un palco che fa opinione, che lancia messaggi culturali e che spesso lo è stato anche per messaggi politici.
L’esempio più lampante, oggetto di critiche e schieramenti
L’esempio lampante si verifica nel momento in cui la nota conduttrice Mara Venier, durante lo speciale Sanremo di “Domenica In”, legge un comunicato scritto dall’Amministratore Delegato Rai che esprimeva solidarietà a Israele. Questo episodio avvenne a seguito delle parole schieranti di Ghali – in gara nel 2024 con il brano “Casa mia” insieme al suo alieno Rich Ciolino che non riesce a comprendere il nostro pianeta e le sue regole.
Ghali in quel brano gli racconta tutte le cose belle che ci sono da vedere: il verde del prato e il blu del mare. Ghali però gli parla della tecnologia e del suo uso eccessivo, ma anche delle guerre, spiegandogli il concetto di uguaglianza. Durante l’esibizione, l’alieno suggerisce a Ghali il messaggio contro la guerra “Stop al genocidio”, fungendo da specchio di una coscienza pura che non comprende la violenza umana. Un gesto semplice, una frase necessaria, una reazione spropositata da parte della Rai. Una perfetta cornice di Tele-Meloni che, in quel caso, ha colpito in maniera molto evidente.
L’episodio è stato protagonista di numerosi dibattiti sul web e da quel momento il governo ha preso sempre più il sopravvento. L’informazione pubblica di oggi sembrerebbe più controllata che mai. Le polemiche sulle presunte interferenze del governo Meloni nella Rai non nascono dal nulla. Infatti negli ultimi mesi diversi giornalisti hanno parlato di pressioni, di clima cambiato, di maggiore attenzione a evitare contenuti sgraditi alla maggioranza. Alcuni programmi sono stati ridimensionati, altri volti storici hanno lasciato. E ogni scelta viene osservata con il sospetto che dietro ci sia un orientamento politico preciso. Tra i corridoi Rai c’è aria cattiva. Tutti con due piedi in una scarpa. “Zitti e buoni” come direbbero i Måneskin.
Carlo Conti, si dice libero da interferenze politiche
È in questo clima che le parole di Carlo Conti assumono un peso particolare. Intervenendo ai microfoni di Rtl 102.5, il direttore artistico ha voluto respingere in modo deciso ogni sospetto di interferenze politiche sulle sue scelte sanremesi.
“Noi direttori artistici abbiamo assoluta carta bianca: nessuno si permette di interferire, di dirmi chi prendere o meno” – afferma Conti. “Non è successo né prima con altri governi né con questo. Siamo professionisti e lavoriamo con autonomia. Se ci sono stati errori è solo colpa mia: Pucci era una scelta del tutto autonoma, era stato premiato all’Arena per gli incassi del teatro, a Zelig non era mai successo niente. Ma il festival è nell’occhio del ciclone e si viene tirati un po’ tutti per la giacca, è l’occasione per parlare e sparlare”.
Ma guarda caso chi va a scegliere “indipendentemente” e libero da interferenze politiche? Andrea Pucci. Ci prendiamo in giro? Allora cari lettori, qui le cose sono due: o voleva far discutere un po’ i giornali e farci inzuppare un bel biscottone, oppure l’interferenza politica c’è. Eccome se c’è. A confermare questa tesi è stata proprio la reazione immediata della Premier Meloni che, sui suoi canali social, ha difeso a spada tratta il suo pupillo Pucci. Sempre guarda caso.
Parole chiare, quasi difensive quelle di Carlo Conti che rivendica la sua autonomia e si assume ogni responsabilità. Ma il punto è proprio questo: perché oggi un direttore artistico sente il bisogno di ribadire pubblicamente di avere “carta bianca”? Se davvero l’autonomia fosse scontata, non servirebbe sottolinearla e puntualizzarla.
Domande e perplessità
Ma la domanda resta aperta: in una Rai dove i vertici sono espressione della maggioranza parlamentare, quanto è davvero impermeabile l’intrattenimento alle logiche del potere? Forse Carlo Conti ha paura di perdere il posto di lavoro? Ha paura delle critiche? Vuole che fili tutto liscio oppure è anche lui “zitto e buono” a favore del governo?
In questo contesto, anche la gestione degli ospiti a Sanremo diventa terreno sensibile. Un comico, un cantante, una battuta possono trasformarsi in un caso politico nel giro di poche ore. E se la Rai è percepita come più vicina al governo, ogni decisione viene inevitabilmente letta in quella chiave. Finché resterà il dubbio che la televisione dei cittadini possa essere influenzata dal governo in carica, ogni rassicurazione, anche la più netta, continuerà a essere messa in discussione.







