“Master, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie”: negli Epstein Files spunta Eduardo Teodorani Fabbri, cugino di John Elkann

Caso Epstein – nuovi scioccanti files rilasciati dal dipartimento di Giustizia , Nei fascicoli i nomi di decine di persone ricche e famose

C’è un momento in cui la cronaca smette di essere “solo” un nome in un database e diventa una frase, una riga, una scelta di parole che si pianta nella memoria come una scheggia. È il caso del messaggio attribuito a Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli e cugino in seconda di John Elkann, che nei file su Jeffrey Epstein compare con una frequenza tale da trasformare una frequentazione in un fatto politico, sociale, reputazionale.

L’inchiesta del Fatto Quotidiano mette in fila un elemento che, da solo, basta a spiegare il peso della storia: il primo marzo 2019 Teodorani scrive su iMessage a Epstein: “Master we wait the good ankle bambina with another good friend of your choice!!! Peninsula will be our party HQ tonight!”. Tradotto nello stesso materiale: “Maestro (ma anche Padrone, ndr) noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte Peninsula (l’hotel di New York, ndr) sarà il quartier generale della nostra festa!”.

Il contesto, qui, è tutto. Perché nel 2019 Epstein non era una leggenda metropolitana, né un “misterioso finanziere” da salotto: era già stato condannato nel 2008 in Florida per adescamento e per induzione alla prostituzione di dozzine di minorenni. Di lì a pochi mesi, il 6 luglio 2019, sarebbe stato arrestato di nuovo con l’accusa federale di traffico di minori e sarebbe morto nella notte del 10 agosto 2019 nel Metropolitan Correctional Center di New York, in quello che viene descritto come un apparente suicidio.

Dentro questo quadro, il dato numerico diventa un macigno: negli Epstein Files, il nome di Teodorani ricorre 1.251 volte. Secondo la ricostruzione riportata, il database sarebbe composto da milioni di pagine di documenti messi in rete dal Dipartimento della Giustizia Usa, e la frequentazione tra i due sarebbe durata almeno un decennio, con contatti costanti.

Di cosa parlavano? Nel materiale riportato emergono tre filoni ricorrenti. Il primo è quello degli inviti: feste, cene, appuntamenti e spostamenti tra New York, Los Angeles, Roma, Parigi, Londra, Caraibi e Costa Azzurra. Il secondo riguarda affari e logistica: investimenti immobiliari, indiscrezioni su edifici di lusso “fuori mercato”, aerei privati e auto a noleggio che si offrivano a vicenda. Il terzo, quello più tossico perché più rivelatore, è il linguaggio sulle donne: “donne, donne donne”, descritte e scambiate come se fossero un allegato, un extra, un servizio.

C’è un passaggio che fotografa quel clima con brutalità: Teodorani scrive a Epstein di un “principe italiano” definendolo “È un collezionista di fighe”. È una frase che non ha bisogno di interpretazioni, perché sta già tutta lì: l’idea di una socialità maschile fatta di potere e possesso, e di corpi trattati come status symbol.

Nei file, sempre secondo quanto riferito, compaiono altri messaggi dello stesso tenore. Teodorani a Epstein, primo ottobre 2011: “Domani pranzo con il mio amico Mark Getty pieno di figa”. E ancora: il 24 dicembre 2012 Epstein scrive a Teodorani “Vieni nei Caraibi?”. La risposta è pratica, quasi burocratica: “Fino a quando ci resti?”, chiede il manager. “8”, replica Epstein. “Ok ti faccio sapere”, conclude Teodorani. Come se si stesse parlando di un weekend qualunque, e non di un uomo che per la giustizia era già un predatore sessuale condannato.

Il materiale racconta anche lo sfondo geografico e simbolico di quel mondo, a partire dallo Zorro Ranch, la tenuta in New Mexico citata da alcune sopravvissute come luogo legato ai traffici sessuali. In un messaggio del 9 agosto 2012, Lesley Groff, assistente esecutiva di Epstein sospettata di aver collaborato ai suoi traffici, scrive: “È successo qualcosa di particolare con Eduardo Teodorani e la visita al ranch?”. Epstein risponde: “Non che io sappia. Gli ho appena mandato un’altra email”. Frasi brevi, apparentemente neutre, che però assumono un peso diverso quando vengono lette sapendo chi era Epstein e cosa rappresentavano quei luoghi.

Poi c’è Little Saint James, l’isola nelle Isole Vergini statunitensi, acquistata nel 1998 e spesso indicata come teatro principale delle attività di prostituzione e traffico sessuale organizzate dal milionario americano. Anche qui, i messaggi riportati restano su un registro che inquieta proprio per la normalità con cui scorre: “Vieni nei Caraibi?”, “8”, “Ok ti faccio sapere”. Come se l’orrore, quando è protetto dal denaro e dal prestigio, potesse diventare routine.

Negli scambi spunta perfino una piccola agenda del desiderio, ridotta a nomi, come in un elenco di disponibilità: il 25 marzo 2013 Epstein a Teodorani: “Stanotte?”, Teodorani: “Vengo verso la fine della settimana, sempre impegnato a Londra con una grossa acquisizione”, Epstein: “Ok Margueritte, Erika?”, Teodorani “Cerco di venire venerdì”. E il 17 ottobre 2013: Epstein a Teodorani: “Un’amica davvero molto bella verrà a Londra martedì. Ci sei?”, Teodorani: “Sì dille di chiamarmi”. Se questo linguaggio fosse già di per sé degradante, il punto è che qui si innesta su un nome – Epstein – che per la storia recente è sinonimo di sfruttamento, reclutamento e abusi.

Il fatto che l’inchiesta tocchi un profilo come Teodorani Fabbri, legato a una delle famiglie più esposte del capitalismo italiano, non trasforma automaticamente i documenti in una sentenza. Ma impone una domanda, perché i documenti – e soprattutto le parole – esistono e sono state riportate: che cosa raccontano davvero quei contatti? Che cosa significano, in concreto, quelle formule (“Master”, “bambina”, “good friend of your choice”) nel 2019, dopo una condanna per adescamento e induzione alla prostituzione di minorenni? E soprattutto: quanto pesa, oggi, la distanza tra la rispettabilità pubblica e la realtà che emerge da un archivio giudiziario?

C’è un’ultima cosa che rende questa vicenda più ampia del singolo caso: la struttura stessa del potere. Epstein non era “uno qualunque”, e non si muoveva tra “uno qualunque”. La sua rete, per definizione, era fatta di soldi, accessi e complicità culturali: un mondo dove il confine tra affari, relazioni e “divertimento” viene spostato sempre un po’ più in là, finché qualcuno – spesso molto più giovane e senza protezioni – paga il prezzo.

E quando quel mondo finisce nei documenti, non resta più l’alibi dell’ignoranza: restano le frasi. Scritte. Datate. E difficili da far sparire.