Maturità 2026, si torna al latino: versione al classico, matematica allo scientifico. All’orale entra la storia, e cambiano regole e commissioni

Se c’era bisogno di un segnale “identitario”, la Maturità 2026 lo manda forte e chiaro: il liceo classico torna alla sua prova-simbolo, la versione di latino, mentre allo scientifico la seconda prova resta il compito di matematica. È una scelta che parla agli studenti prima ancora di interrogarli: l’esame torna a dichiarare, senza sfumature, quali siano le colonne portanti dei due indirizzi. Ma la fotografia complessiva dice anche altro, perché il vero cambio di passo non sta soltanto nella prova del 19 giugno: sta nel modo in cui il colloquio viene impostato e nel set di regole che lo rende, per la prima volta dopo anni di polemiche, un passaggio non aggirabile.

Le date sono fissate. Si parte mercoledì 18 giugno alle 8.30 con la prima prova scritta, il tema di italiano. Il giorno dopo, giovedì 19, la seconda prova d’indirizzo. Poi arriva il colloquio, che nelle intenzioni è sempre meno una passerella di collegamenti “creativi” e sempre più un terreno di verifica trasversale. Ed è qui che spunta la novità che, dentro le scuole, farà discutere quanto la versione di latino: all’orale, allo scientifico, entra la storia; al classico, accanto a lingua e letteratura italiana e al latino, compare anche la matematica. Non è un dettaglio da calendario: è un messaggio sul tipo di maturità che si vuole misurare, cioè più ampia, più “di struttura”, meno riducibile a un solo registro.

Il ministero, nel presentare le materie, mette in fila anche gli altri indirizzi e conferma la logica delle discipline caratterizzanti. Per il Liceo delle Scienze umane la seconda prova sarà su scienze umane; per gli Istituti tecnici del Settore economico indirizzo “Amministrazione, finanza e marketing” la materia cardine è economia aziendale; per l’indirizzo “Turismo” discipline turistiche e aziendali; per “Costruzioni, Ambiente e Territorio” progettazione, costruzioni e impianti. È la Maturità come “prova di identità” del percorso, con la prima prova che resta uguale per tutti e la seconda che riporta ognuno alla propria lingua madre: traduzione, calcolo, progettazione, scienze umane, economia.

Il colloquio, però, è il vero snodo politico dell’esame 2026. Perché non cambia soltanto la griglia delle materie: cambia lo status stesso della prova. Dopo i (pochissimi) casi dell’anno scorso, quando alcuni studenti avevano scelto di non sostenere l’orale come forma di protesta contro un sistema percepito come ansiogeno, arriva la stretta: tutte le prove diventano obbligatorie. Tradotto: l’esame è valido solo se il candidato svolge tutto il percorso, scritti e colloquio. Chi rifiuta volontariamente l’orale viene bocciato. Il confine viene tracciato con un’eccezione importante, che serve a evitare equivoci e contenziosi: diverso è il caso di chi, per ansia o blocco emotivo, non riesce a esprimersi. In quel caso la prova viene comunque considerata svolta, anche se la valutazione potrà essere negativa. La linea è chiara: non si punisce chi si blocca, si punisce chi sceglie di non presentarsi alla prova come atto deliberato.

La partita del punteggio si irrigidisce anche altrove. Il bonus finale assegnato dalla commissione agli studenti particolarmente brillanti si riduce: da 5 punti passa a 3. Non è solo un taglio, è un ridimensionamento del “margine discrezionale” della commissione. E arrivano paletti: il bonus potrà essere attribuito soltanto a chi raggiunge almeno 90 punti complessivi, sommando crediti del triennio, due scritti e orale. È un modo per restringere l’area dell’extra, per rendere più “aritmetico” il risultato e, al tempo stesso, per far capire agli studenti che l’esame non si vince con un colpo di teatro finale, ma con una continuità di rendimento.

Cambia anche la macchina, non solo le regole. Le commissioni diventano più snelle: cinque componenti in totale, con quattro commissari, di cui due esterni, più un presidente esterno. Meno persone attorno al tavolo, meno variabili, più rapidità operativa. La motivazione ufficiale è la riduzione dei costi, accompagnata da un lieve adeguamento dei compensi. Nella vita concreta delle scuole, significa una commissione più “stretta”, potenzialmente più coesa e con dinamiche interne diverse: meno pluralità di sguardi, ma anche meno dispersione e tempi più compatti.

Sul contenuto del colloquio, inoltre, si alza l’attenzione su ciò che negli ultimi anni ha fatto da ponte tra scuola e mondo esterno. Educazione civica e percorsi di alternanza scuola-lavoro, che cambiano etichetta e vengono rinominati “attività di lavoro”, entrano con maggiore peso nella discussione. Non è un semplice cambio di sigla: è un modo per riportare quel segmento dentro una cornice più istituzionale, meno legata alla formula Pcto e ai suoi dibattiti infiniti. La commissione potrà valutare anche quanto indicato nel curriculum dello studente, comprese le attività extrascolastiche. In altre parole, l’orale viene presentato come lo spazio in cui il profilo dello studente non è solo voti e programmi, ma anche esperienze dichiarate e percorso personale.

E poi c’è il cambio di nome, che è simbolico ma non irrilevante. Torna la denominazione ufficiale di “esame di Maturità”, eliminata nel 1997 dal ministro Berlinguer a favore di “esame di Stato”, pur rimanendo viva nel linguaggio comune. Il ministero spiega che la scelta serve a “ridare senso” a un passaggio decisivo del percorso formativo. Il punto, qui, non è la nostalgia: è l’operazione culturale. Chiamarlo “Maturità” significa dire che l’esame non misura solo competenze, ma anche un passaggio, un cambio di status. E infatti tutto l’impianto 2026 – dall’obbligo dell’orale al taglio del bonus, fino alla centralità delle discipline e al profilo del colloquio – sembra andare in quella direzione: meno scappatoie, meno interpretazioni creative, più struttura.

Per gli studenti il calendario è semplice e allo stesso tempo definitivo: 18 giugno tema, 19 giugno prova d’indirizzo, poi colloquio. Per le scuole, invece, la Maturità 2026 è un messaggio operativo: preparare gli scritti senza illusioni, costruire l’orale come momento vero, tenere insieme programma e percorso, sapendo che da quest’anno la prova non è un’opzione ma un vincolo. E, nel mezzo, c’è un dettaglio che vale più delle etichette: la Maturità torna a essere una macchina che pretende presenza, continuità e resistenza, non soltanto bravura.