Se la politica cerca il consenso, la televisione resta il suo acceleratore più rapido. E la mossa che viene raccontata in queste ore, con contorni ancora da confermare ma già perfetti per diventare conversazione nazionale, è proprio questa: Rai Uno, ore 20.40 del 24 febbraio, carrellata sulla platea dell’Ariston, prima serata del Festival di Sanremo. Il primo volto noto inquadrato potrebbe essere quello di Giorgia Meloni, con la figlia Ginevra seduta accanto. Un’inquadratura breve, magari solo pochi secondi. Ma abbastanza per spostare l’aria: perché quando la presidente del Consiglio entra nel rito collettivo di Sanremo non è soltanto costume, è messaggio.
Il contesto, infatti, non è quello della premier “spettatrice” che si concede una serata di musica. Il contesto è quello di una leader che – secondo il retroscena – ha deciso di mettersi al centro della contesa politica in vista del referendum sulla giustizia, quello sulla separazione delle carriere, con data già cerchiata in rosso: 22-23 marzo. E allora Sanremo diventa un luogo strategico non perché somigli a un comizio, ma perché è l’esatto contrario: intercetta un pubblico che non vive di talk politici, non segue i video istituzionali, non si scalda sui tecnicismi della riforma. Ma che, davanti alla tv, si fa trovare.
La fotografia è quella di una strategia dichiarata nei fatti: più presenza, più visibilità, più iniziativa personale. E qui entra l’altro tassello che rende la storia “virale” per definizione: ieri, la premier è stata inquadrata alle Olimpiadi invernali, in una sortita che il racconto politico legge come un passaggio a sorpresa, pensato per stare dentro le immagini di giornata, per abbracciare gli azzurri, per farsi vedere nel grande evento sportivo che catalizza attenzione. Un’immagine pulita, patriottica, “trasversale”. E subito dopo – se davvero si materializzerà – l’immagine di Sanremo: platea, applausi, luci, prime time. Due ambienti diversissimi, stesso effetto: entrare nel flusso.
Sul fondo, però, c’è una tensione istituzionale che non sparisce e anzi, nel retroscena, diventa parte del carburante. Pochi giorni fa gli artisti di Sanremo sono saliti al Quirinale per l’incontro con Sergio Mattarella, con quel dettaglio diventato simbolico: “Azzurro” intonata sottovoce dal Capo dello Stato. Un dettaglio che – viene raccontato – a Palazzo Chigi avrebbe generato malumore e un breve silenzio carico di irritazione. Un frammento, certo, ma in un clima già acceso anche i frammenti pesano, perché la premier e il Colle viaggiano su piani diversi: uno di garanzia, l’altro di battaglia politica.
E la battaglia politica, in queste ore, si gioca soprattutto sul fronte del rapporto con la magistratura. Il retroscena attribuito a Francesco Malfetano insiste su un elemento numerico che rende bene l’idea: 134 secondi. Tanto sarebbe bastato a Meloni per spazzare via ogni dubbio sulla linea del governo dopo l’appello di Mattarella al “rispetto vicendevole” pronunciato al plenum del Csm. Poche ore dopo quel richiamo, la premier è tornata davanti alle telecamere di Palazzo Chigi con un video calibrato per i social e per i telegiornali, rivendicando un nuovo affondo contro “decisioni oggettivamente assurde” della magistratura che, a suo dire, ostacolano l’azione dell’esecutivo. Il tempismo, più ancora delle parole, come sostanza del messaggio.
Nel racconto politico di queste giornate, la scelta è la personalizzazione: mettere sé stessa al centro e guidare in prima persona campagna, linguaggio, intensità. Perché i sondaggi – sempre secondo il retroscena – suggerirebbero che l’esito non è così scontato come si pensava e che serve mobilitare un elettorato più ampio per far prevalere il “sì”. E allora ogni palco utile diventa un pezzo della scacchiera: la tv generalista, le apparizioni simboliche, i video da Palazzo Chigi con il faldone degli errori giudiziari mostrato in camera, le piazze con i comitati, gli appuntamenti da scegliere anche in base all’avversario da evocare.
In questa cornice, Sanremo è un colpo potenziale perché lavora sulla percezione: normalizza la leader, la porta in un luogo non “politico”, la colloca in un’immagine familiare – madre e figlia – in un contesto di intrattenimento che non chiede tessere di partito all’ingresso. E nello stesso tempo, proprio perché l’immagine sarebbe inevitabilmente commentata, riporta al centro lei, la premier, la campagna, il referendum. Non serve un discorso: basta esserci. E basta, soprattutto, che le telecamere lo certifichino.
Resta da capire se l’inquadratura promessa diventerà realtà o resterà soltanto una voce ad alta intensità. Ma il punto, politicamente, è già scritto: tra Olimpiadi e Ariston si disegna una traiettoria di visibilità che prova a spostare l’attenzione dal palazzo al Paese, dal linguaggio tecnico alla suggestione, dalla riforma come materia per addetti ai lavori alla riforma come scelta identitaria. Con l’obiettivo di arrivare al 22-23 marzo con una cosa semplice in mano: la scena. E la scena, in Italia, spesso la decide ancora la tv.







